CULTURA

La rivoluzione d'arte di Fattori

 “Venne il '59 e dal '59 fu una rivoluzione di redenzione patria e d'arte: la ‘macchia’”. Lo raccontava così Giovanni Fattori, il momento della sua “rivoluzione d’arte”. Nel maggio di quell’anno, infatti, i soldati francesi, sbarcati a Livorno per sostenere i patrioti italiani, s’erano avviati verso Firenze, dove s’erano poi accampati sul pratone delle Cascine. E su quel pratone s’era fermato pure Fattori, a riempire di schizzi e disegni due interi album. Vi raffigurava un quotidiano militare banale e inusitato, dipingendo a pennellate robuste piccole tende bianchissime, macchie d’ombra d’uomini e cavalli poggiate su fondi a bande cromatiche, il verde del prato, il viola dei monti, l’azzurro del cielo. Nessun intento celebrativo, nessuna epica guerresca, ma uomini in divisa, in piedi, seduti a terra o a cavallo, a fumare la pipa, ad aspettare. Accantonato il chiaroscuro tradizionale, la “macchia”, giustapposta nel tono, determinava volumetrie e prospettiva.

Con queste immagini, piccole tavole preziose, si apre l’antologica “Fattori”, curata da Francesca Dini, Fernando Mazzocca e Giuliano Matteucci, al palazzo Zabarella di Padova fino al 28 marzo 2016. Sala dopo sala, in ordine cronologico e insieme tematico, si snoda un percorso artistico lungo 50 anni, iniziato non precocemente da Fattori ma arricchito da una vecchiaia straordinariamente creativa. “Questo tipo di allestimento è rivelatore del continuo mettersi in gioco di Fattori”, spiega Fernando Mazzocca, “del suo dedicarsi alla pittura dei più vari soggetti, producendo nello stesso anno anche opere molto diverse. Fattori si fa testimone della propria contemporaneità ed è insieme creatore di figure assolute, proiettate in una sfera senza tempo”. 

Giovanni Fattori, Carica di cavalleria, 1877 circa

Così sono i soldati che punteggiano tutta la sua produzione, fino a diventare incarnazione dell’evoluzione del suo pensiero. Già alla fine degli anni Cinquanta, con Il campo italiano dopo la vittoria di Magenta, l’artista impostava una propria visione antieroica di guerra, mai tradita, fatta di battaglie dipinte sempre dalle retrovie, di azioni concluse, di protagonisti visti di spalle, di soldati semplici, e dei loro cavalli. I suoi soggetti militari iniziarono ad assumere toni forti di denuncia negli anni Settanta: raffigurazioni impietose e crude come Lo staffato, soldato trascinato a terra dal suo cavallo in fuga, la scia di sangue sulla a terra a rivelare una riflessione sull’inutilità del sacrificio dei caduti in guerra e sul tradimento degli ideali risorgimentali; ed è così pure ne Lo scoppio del cassone e nella Carica di cavalleria, terribile scena in cui un soldato a terra sta per  essere travolto  e pestato dagli zoccoli dei cavalli in furioso galoppo. Risalta, in totale contrasto con questa foga, il grande capolavoro “Piantoni. Il muro bianco”, nel quale se ne stanno immobili, a vedetta, i soldati a cavallo accanto a un muro chiarissimo, semplificato fino all’astrazione, che s’incrocia con lo stesso bianco della strada e s’imbatte col cielo azzurro, sfondo di una solitudine militare assoluta, nell’assenza di una qualsiasi narrazione, impressione dipinta con la consueta tavolozza contenuta fra i bianchi e gli ocra, una “qualità monocroma e polverosa del colore, che scaturisce da un sapiente gioco del tono su tono”, secondo Francesca Dini.

Giovanni Fattori, Piantoni. Il muro bianco, 1874 circa

Una frugalità di colori e una ricchezza di effetti che è la cifra distintiva anche dell’umanità di Giovanni Fattori, della sua modestia caratteriale, inquadrata nel 1913 da Oscar Ghiglia con un lapidario “Parlava poco e non discuteva mai”. Una persona mite, tranquilla, che conduceva una vita quieta e frugale nella sua Toscana, dalla quale si allontanò pochissimo, di malavoglia e per brevissimi momenti.  Un paesaggio che dipinse con i suoi marroni, i gialli, i verdi spenti dei boschi, dei campi, del fieno e anche delle erbaiole, delle acquaiole, dei contadini, dei cavalli in corsa in Tombolo, la criniera al vento nella Maremma. E poi i bovi, bianchi e placidi, aggiogati al carro nella pace di Castiglioncello, immersi nell’assolato scenario che abbraccia nella pace uomini, animali e natura,  paesaggio senza tempo.  “Io amo il realismo;  gli animali, gli uomini, le piante, hanno una forza, un linguaggio, un sentimento” scriveva.

Giovanni Fattori, bovi al carro, 1870 circa

Nulla è lasciato al caso. Il maestro studia tecniche ed effetti, a lungo e con insistenza. Non manca di approfondire l’indagine formale e psicologica attraverso il ritratto. Come nello struggente Gotine rosse, bambina rubiconda e corrucciata, ritratta da una posizione inusuale, quasi di schiena, quasi di nascosto. E senza cadere nel sentimentale, ne dipinge di rosso le guance e ne sottolinea il profilo puntuto. Si ritrae più volte:  giovane, spavaldo e leonino (1854), sicuro e baffuto quasi sessantenne (1884), canuto ancora fra le sue tele nel 1894, un cappello nero in testa, la giacca marrone; e dipinge anche le sue mogli, le figlie, il suo mondo. Un panorama di campagne, persone, prati, animali, acque celesti e boschi che con caparbia passione interpretava e traduceva, trasformandoli in capolavori cardine dell’arte italiana. Minimizzando, com’era sua abitudine, “Ero perfettamente ignorante e mi sono, grazie a Dio, conservato. Solo l’arte stavami addosso senza saperlo, né lo so ancora”.

Chiara Mezzalira

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