SCIENZA E RICERCA

Leggere a due anni: sì, ma la nonna cosa direbbe?

“Leggimi subito, leggimi forte / Dimmi ogni nome che apre le porte / Chiama ogni cosa, così il mondo viene / Leggimi tutto, leggimi bene / Dimmi la rosa, dammi la rima / Leggimi in prosa, leggimi prima” recita la graziosa filastrocca di Bruno Tognolini, che accoglie i visitatori della home page di Nati per leggere, progetto no profit che dal 1999 promuove in Italia la pratica della lettura ad alta voce per i bambini piccoli e piccolissimi, dai sei mesi ai sei anni. Frutto degli sforzi congiunti di pediatri, bibliotecari, educatori e genitori di buona volontà, il progetto parte dal presupposto – confermato da rigorose ricerche scientifiche – che leggere ai bambini fa un gran bene a loro, e pure ai genitori, perché da un lato sviluppa la comprensione del linguaggio e predispone all’abitudine alla lettura, dall’altro è un ottimo modo per stare insieme e dunque (si spera) per dare vita a rapporti migliori in casa, anche nel futuro.

Ma cosa succede se a leggere ad alta voce non sono i genitori, ma gli infanti stessi? Domanda, a dispetto delle apparenze, tutt’altro che oziosa, alla luce di un dibattito che si è acceso negli Stati Uniti da qualche tempo e che prende spunto dalla tendenza, sempre più diffusa dall’altra parte dell’Atlantico, a insegnare a leggere a bambini che, in alcuni casi, non hanno neanche compiuto i due anni. Come scrive Janet Hopson su Pacific Standard, “YouTube attualmente straripa di video con affarini minuscoli che compitano parole lette da pagine di libri, schede colorate, schermi di computer, e queste immagini hanno dato il via a una Battaglia degli Esperti, che si scambiano insulti  come ‘cacciatori di streghe’  e ‘ciarlatani’”.

Profeta della scuola secondo la quale “non è mai troppo presto” è Larry Sanger, co-fondatore, nonché vero ideatore di Wikipedia, poi abbandonata nel 2002 perché “troppo poco rispettosa delle competenze”, in favore di una nuova enciclopedia gratuita, Citizendium, che non è (almeno finora) riuscita a scalzare il primato del fortunato prototipo. Infaticabile apostolo della diffusione del sapere, Sanger ha deciso per i suoi bambini di fare home-schooling, istruzione casalinga, e per non perdere tempo ha cominciato a sottoporre le prime parole scritte al figlio maggiore, oggi di sei anni, quando il piccolo era poco più che un lattante. I risultati sono, alla lettera, sotto gli occhi di tutti, perché l’orgoglioso padre ha postato nel suo blog alcuni video in uno dei quali, fra l’altro, l’innocente fantolino legge, a tre anni e dieci mesi, il primo emendamento della Costituzione americana. Non contento, Sanger sta cercando di diffondere il verbo della lettura precocissima attraverso un sito apposito, Reading Bear, che ha il pregio, se non altro, di essere completamente gratuito. Non così per una quantità di altre imprese (Baby Einstein, BrillKids, Leapfrog) che sfornano prodotti mirabolanti per insegnare a leggere ai bebè, cogliendo al volo l’aspirazione della classe media statunitense impoverita dalla crisi, e tuttavia desiderosa di fornire ai figli le chiavi di accesso per l’American dream. Se, come diceva anche don Milani, l’operaio conosce 100 parole e il padrone 1.000, e per questo è padrone, meglio cominciare al più presto a infilare nelle testoline spiumacchiate l’intero dizionario.

In realtà la maggior parte degli scienziati è piuttosto scettica di fronte a questi esperimenti ed è già stata individuata una nuova sindrome, la iperlessia, che designa un particolare “disturbo dell’apprendimento” per cui il bambino sa leggere benissimo ad alta voce, ma non capisce niente di quello che sta leggendo. “A quell’età è impossibile avere la consapevolezza fonemica necessaria per una vera comprensione del testo” è il commento di Timothy Shanahan, direttore del Chicago Center for Literacy. Da parte sua Maryanne Wolf, docente al Tuft University Center fo Reading and Language Research, sostiene che il miglior principio cui attenersi è quello della nonna, il buon senso, leggendo ai bambini, ma anche parlando con loro e ascoltandoli. Davvero una bella scoperta, viene da dire.  

 

Maria Teresa Carbone

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