SCIENZA E RICERCA

Il clima e la lezione della pandemia

Concentrarsi sulla pandemia, cioè sulla più grave emergenza sanitaria mondiale degli ultimi decenni, è sacrosanto. Altrettanto sacrosanto è non perdere di vista altre emergenze, sicuramente meno visibili, ma con un impatto gravissimo sul futuro dell’essere umano sulla Terra. 

Lo sanno bene i giovani di tutto il mondo che oggi – nonostante le numerose restrizioni dovute a Covid-19 – sono tornati a manifestare per il clima. Sì, perché la più grande minaccia, oltre la pandemia, rimane il riscaldamento globale.

Il 2021 è l’anno del clima: a fine anno i grandi del mondo si troveranno, dopo la pausa del 2020 (sempre dovuta alla pandemia), a Glasgow per ratificare e rivedere i troppi obiettivi ancora rimasti incompiuti dagli accordi sul clima di Parigi.

Ma facciamo un piccolo passo indietro e torniamo a parlare proprio di pandemia.

Giustamente, vi chiederete cosa c’entri l’emergenza sanitaria con il cambiamento climatico. Beh, c’entra eccome. Nonostante la narrazione prevalente parli sempre del “tornare alla vita normale, prima di Sars-Cov-2”, si dovrebbero analizzare anche le lezioni che abbiamo tratto da quest’ultimo anno e mezzo e cercare di mettere in atto dei correttivi utili. Vale anche per il clima e le conseguenze del riscaldamento globale. 

Come riporta Nature, in percentuale la diminuzione di CO2 nell’atmosfera è pari al 7% nel 2020. Un dato di questo tipo non si era mai registrato prima d’ora. D’altra parte, per riuscire a raggiungere l’obiettivo di non superare l’aumento della temperatura globale oltre gli 1,5° C, così come descritto negli accordi di Parigi, nel corso del 2020 le emissioni di anidride carbonica dovrebbero essere tagliate almeno 1-2 miliardi di tonnellate. E non solo per il 2020, ma per tutti gli anni a venire

Nel 2020, il livello massimo di diminuzione di CO2 si è registrato durante l’apice delle misure restrittive di contenimento. L’impatto maggiore è derivato dal blocco del settore dei trasporti. 

Dal 2015, anno della firma dell’accordo di Parigi, il taglio di emissioni di anidride carbonica (ci soffermiamo solo su di essa: considerato il gas che più impatta sul riscaldamento globale di origine antropica) si è “mosso” a macchia di leopardo: le diminuzioni maggiori si sono viste nei Paesi che hanno adottato prima misure di contenimento delle emissioni climalteranti, rispetto ad altri che si sono mossi con estremo ritardo. Le variazioni riguardano anche le differenze tra i Paesi economicamente forti e in via di sviluppo. Capitolo a parte meriterebbe la Cina che da sola è responsabile del 28% delle emissioni mondiali nel 2019.

Questo crollo del 7% nel corso del 2020 potrebbe essere un segnale di speranza. A livello superficiale lo è, ma conta poco e nulla nella sfida di medio-lungo periodo per contenere l’innalzamento delle temperature. 

Il motivo è semplice: le misure di contenimento della pandemia non hanno (o proprio in parte) effetto sulle infrastrutture, alimentate con fonti di energia fossili, che sorreggono e alimentano l’economia mondiale

Ma torniamo alla lezione. Se a nulla, o quasi, sono serviti questi tagli di emissioni derivanti dalla pandemia, allora quale insegnamento possiamo trarre? 

Innanzitutto, che politiche globali e condivise possono portare a risultati sorprendenti in chiave di resa finale. E questo vale per la pandemia così come per il contrasto al riscaldamento globale. 

In secondo luogo, attuare delle strategie serie per il contenimento degli inquinanti potrebbe non solo minimizzare la nuova crescita delle emissioni di CO2 (in alcuni Paesi, come la Cina, questo trend all’aumento si sta già vedendo), ma potrebbe rinforzare i tagli nel lungo periodo. Politiche sagge in grado di incentivare l’uso del trasporto pubblico (quando sarà di nuovo sicuro farlo), una transizione più rapida verso i motori e per la produzione di energia da fonti rinnovabili potrebbero già garantire un percorso più agevole. 

Certo, molti governi si stanno muovendo con politiche “verdi” aggressive. Gli Stati Uniti, con Biden alla Casa Bianca, hanno già modificato i piani per arrivare alla zero emissioni di gas climalteranti nell’atmosfera. Così ha fatto, poco prima, l’Unione Europea e pure la riluttante Cina. Ora serve un’effettiva implementazione sul campo di questi piani, senza cadere nella tentazione di spingere la ripresa economica ricadendo nel baratro dell’uso delle fonti fossili: molti dei piani di uscita dalla pandemia sono già in contrasto con gli impegni sul clima. 

Il 2021 potrebbe essere davvero l’anno del clima, cercando di massimizzare il tesoretto ereditato dalla pandemia e di abbassare ancora di più la curva delle emissioni di gas serra, normalizzando (e accrescendo) un trend positivo in tal senso già osservato negli ultimi anni. 

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