SOCIETÀ

Il diritto a un futuro desiderabile

“I nostri diritti sono stati violati dalla mancata azione dei nostri leader”, declamava lo scorso 20 settembre a New York la quattordicenne Alexandria Villaseñor. “Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia: come osate?”, ha chiesto Greta Thunberg ai rappresentanti dei governi delle Nazioni Unite qualche giorno dopo riuniti per l’ennesimo incontro (quasi) a vuoto sui cambiamenti climatici.

Parole analoghe hanno gridato nelle piazze 7 milioni di giovani e giovanissimi di tutto il mondo quel 20 settembre, cui si sono aggiunti un milione di coetanei italiani una settimana dopo, venerdì 27 settembre.

Più volte evocate, le nuove generazioni sono arrivate e bussano al portone dei “diritti intergenerazionali”: ovvero dei loro diritti a ricevere in eredità dalle nostre generazioni adulte lo stesso patrimonio naturale che abbiamo ricevuto dalle passate generazioni. 

Questa rivendicazione le nuove generazioni non la stanno portando solo in piazza –  nelle piazze di tutto il mondo –, in maniera pacifica ma determinata, dopo che la quindicenne svedese Greta Thunberg lo scorso anno ha iniziato i suoi Friday for Future. Ma la stanno portando anche in tribunale, convinti che i loro diritti e quelli delle generazioni future sono (debbano essere) giuridicamente tutelati.

La vicenda giudiziaria intergenerazionale è iniziata nel 2015, quando sette ragazzi denunciarono il governatore dello stato della Pennsylvania, Tom Wolf, per inerzia nella prevenzione dei cambiamenti climatici. Azioni analoghe, come riporta The Guardian, sono state intentate successivamente sia negli Stati Uniti che in Belgio, Colombia, India, Irlanda, Norvegia, Nuova Zelanda, Pakistan, Portogallo, Regno Unito, Svizzera, Ucraina e Uganda. Quasi tutti hanno sollevato non solo il diritto costituzionale alla salute ma anche quello, da iscrivere nelle costituzioni, a un futuro ambientale desiderabile.

Ha un fondamento, questa rivendicazione?  Non ci pronunciamo sul fondamento giuridico, visto che le corti chiamate a pronunciarsi hanno assunto decisioni un po’ diversificate e mai abbastanza netta. È possibile invece dire qualcosa sui fondamenti etici e politici, perché su questo tema ci sono state molte dichiarazioni di principio che, in qualche modo, vincolano (dovrebbero vincolare) gli stati.

Il primo di questi pronunciamenti con valenza etica e politica è avvenuto, a nostra conoscenza, nel 1987 a opera della Commissione mondiale sull'ambiente e lo sviluppo presieduta dal primo ministri di Norvegia, signora Gro Harlem Brundtland. Quel gruppo indipendente di lavoro voluto dalle Nazioni Unite pubblicò un volumeOur Common Future, che non a caso già nel titolo conteneva la parola futuro. E giunse a tre conclusioni: l’impronta umana sull’ambiente sta aumentando a ritmi insostenibili; la sostenibilità, per essere tale, deve essere sia ecologica che sociale; le future generazioni hanno diritto – sì, parla proprio di diritto quel documento – a ricevere dalla generazione presente la stessa eredità ambientale ricevuta da quelle passate.

La Commissione Brundtland stabilisce, dunque, il valore etico e politico di un “patto tra le generazioni” per la sostenibilità, che, ribadiamo, deve essere ecologica e sociale. 

Questa dichiarazione potrebbe costituire, probabilmente, come appiglio non troppo fragile per un riconoscimento giuridico delle richieste dei giovani che rivendicano un futuro climatico non disastroso.

Tanto più che il rapporto della Commissione mondiale sull'ambiente e lo sviluppo – noto ormai come rapporto Brundtland – è stato assunto come il testo di riferimento per l’organizzazione della Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo organizzata a Rio de Janeiro nel 1992 dalle Nazioni Unite. Conferenza che propose due Convenzioni – una sulla biodiversità e l’altra, appunto, sui cambiamenti climatici – ma anche due documenti, approvati, di inquadramento generale: uno più teorico, la Carta della Terra, e l’altro più operativo (l’Agenda 21). 

Il preambolo della Carta della Terra parla chiaro ed è di straordinaria attualità:


Ci troviamo in un momento critico della storia della Terra, un periodo in cui l’umanità deve scegliere il suo futuro. In un mondo che diventa sempre più interdipendente e vulnerabile, il futuro riserva contemporaneamente grandi pericoli e grandi promesse. Per andare avanti dobbiamo riconoscere che all’interno di una straordinaria diversità di culture e di forme di vita siamo un’unica famiglia umana e un’unica comunità terrestre con un destino comune. Dobbiamo unirci per promuovere una società globale sostenibile fondata sul rispetto per la natura, diritti umani universali, giustizia economica e una cultura della pace. A tal fine è imperativo che noi, popoli della Terra, dichiariamo le nostre responsabilità reciproche e nei confronti della comunità più grande della vita e delle generazioni future.


La Carta della Terra fu approvata dai rappresentanti di tutti i governi presenti e fa parte, in qualche modo, della costituzione dell’intera umanità, o quanto meno degli stati membri delle Nazioni Unite.

Ripetiamo, sul valore giuridico di questa presa in carico delle responsabilità verso la “comunità più grande della vita e delle generazioni future” c’è una discussione aperta. Ma sull’alto valore etico, non ci sono dubbi.

Tant’è che il “patto tra le generazioni” è stato rilanciato da papa Francesco nella sua famosa enciclica Laudato si’ del 24 maggio 2015. E questo patto, secondo papa Bergoglio, è sia per un’ecologia integrale, fondata sulla giustizia sociale oltre che sull’equilibrio ambientale. 

I molti critici – tutti signori attempati, in genere – di Greta Thunberg e dei giovani che scendono in piazza per il clima non ricordano che la rivendicazione del diritto a godere di un futuro desiderabile non è una fuga in avanti, una richiesta di una gioventù che, come quella del maggio francese di cinquant’anni fa, chiedeva che al potere andasse la fantasia. 

La rivendicazione di questo nuovo movimento giovanile globale è che il potere tenga conto delle conoscenze scientifiche e assicuri loro e alle future generazioni un ambiente sano e vivibile

Le loro rivendicazioni hanno basi etiche, politiche e forse anche giuridiche solide. Questi giovani ci impongono di ripensare il tempo nella storia umana. Perché, come titola The Guardian, “il nostro vandalismo ambientale ha reso urgente la questione delle responsabilità etiche tra i decenni e i secoli”. 

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