CULTURA

Rodari, la biodiversità e le estinzioni

Pare che la metafora della Terra come astronave l’abbia proposta per primo Kenneth Boulding, un inglese piuttosto eclettico definito economista, pacifista e poeta, oltre che scienziato esperto di sistemi e filosofo. Fatto è che nel 1968 l’UNESCO organizza a Parigi una conferenza intergovernativa di esperti sulle basi scientifiche della conservazione e dell’uso razionale delle risorse naturali. È lì che per la prima volta viene utilizzata in maniera, per così dire, ufficiale la metafora della Terra come astronave. 

Ora, se dovessimo immaginare la forma e il contenuto dell’astronave Terra che viaggia nello spazio cosmico, nessuna immagine risulterebbe migliore, forse, dell’Arca di Noè. Della nave che ospita, a coppie, tutti gli animali del pianeta. 

Eppure l’astronave Terra è qualcosa di più, non solo in termini quantitativi ma anche in termini qualitativi, dell’Arca di Noè. Perché non ospita solo gli animali, ma l’intera biodiversità: tutte le diverse specie viventi del pianeta. Divisi in tre grandi domini: gli eucarioti, i batteri e gli archea. 

Ma a quanto ammonta la biodiversità del pianeta? Quante sono le specie viventi? Non lo sappiamo. Finora gli scienziati ne hanno classificato circa 2 milioni, ma c’è chi giura che il numero è almeno 5 se non 50 volte superiore. Bisogna studiare ancora, per individuarle tutte. Prima che molte si estinguano.

Già, perché il guaio è che la biodiversità sull’astronave Terra si sta erodendo. E come se l’Arca di Noè stesse perdendo per strada molti dei suoi ospiti. In realtà da sempre le specie, proprio come gli individui, nascono, si sviluppano, di riproducono (generando nuove specie) e muoiono. Il fatto è che oggi la velocità con cui le specie scompaiono non solo è superiore a quella con cui nuove specie stanno nascendo, ma è anche decisamente superiore al tasso normale di estinzione. Anzi, pare proprio che la velocità con cui la biodiversità si sta erodendo sia del tutto inedita: sconosciuta in passato e superiore, si calcola, anche a quella delle grandi estinzioni di massa registrate negli ultimi 500 milioni di anni. Le estinzioni di massa sono quelle in cui a scomparire è almeno il 60% delle specie. Se ne sono verificate cinque, nell’ulto mezzo miliardo di anni, ovvero da quando è nata la vita animale. 

Se l’attuale erosione dovesse continuare per alcuni decenni, ci troveremmo nel piano della sesta grande estinzione di massa delle specie viventi.

L’uomo è la principale concausa di questa veloce erosione. E le Nazioni Unite, fin dal 1992, hanno proposto una Convenzione per evitare che l’erosione provocata dall’uomo si trasformi nella sesta estinzione di massa. Sarebbe una perdita enorme. In termini biologici. Ma anche in termini economici. Sia perché una componente rilevante dell’economia dell’uomo è in qualche modo legata alla varietà delle specie viventi. Sia perché nel loro Dna le specie note e sconosciute contengono uno scrigno genetico che – dall’agricoltura alla farmaceutica – può produrre nuova ricchezza. 

Ma ora rivolgiamoci a Gianni Rodari. Nelle sue opere lo scrittore non fa riferimento esplicito alla biodiversità. E neppure ai diversi domini e ai diversi regni del vivente. Rodari si limita, in genere, a parlare degli animali (e spesso delle piante). Gli animali (e talvolta le piante) sono tra i protagonisti più numerosi delle sue narrazioni, in prosa o in versi. E come potrebbe essere diversamente?

Non ricorderemo, pertanto, tutte le volte che cita un animale. Non sarebbe possibile – se non pubblicando per intero la sua opera omnia – e non sarebbe neppure utile. Perché non basta citare un animale per fare riferimento, anche indiretto, a concetti di interesse scientifico. Ci limiteremo, allora, a ricordare quando Gianni Rodari si richiama in maniera esplicita alla ricchezza del loro numero. Alla biodiversità. 

Alla biodiversità degli animali che popolano il cielo, per esempio. Ecco la filastrocca Come si chiamano gli uccelli. Tanti nomi, va da sé, significano tante specie:

Come si chiamano gli uccelli

Codone, marangone,

mestolone, fischione,

moriglione;

ghiandaia, beccaccino,

balestruccio, topino,

migliarino;

merlo, fringuello, luì,

beccapesci, cutrettola, colibrì:

gli uccelli si chiamano così.

Nel 1994 il biologo inglese Robert May calcolò che l’85% delle specie macroscopiche mai vissute sul pianeta Terra hanno abitato sulla terraferma e solo il 15% negli oceani. Nel 2009 un altro biologo inglese, Michael Benton, ha dimostrato che May si sbagliava, probabilmente, per difetto: perché attualmente tra il 95 e il 98% delle specie viventi multicellulari sono terrestri e soli tra il 2 e il 5% sono marine. 

Ma poiché il numero delle specie viventi è enorme e sconosciuto, anche il numero delle specie che vivono in mare è piuttosto grande e sconosciuto. Il discorso e il rovello valgono anche per gli individui. Come dimostra Gianni Rodari nella filastrocca Quanti pesci ci sono nel mare?  

Tre pescatori di Livorno disputarono un anno ed un giorno

per stabilire e sentenziare quanti pesci ci sono nel mare.

Disse il primo: «Ce n'è più di sette, senza contare le acciughette».

Disse il secondo: «Ce n'è più di mille, senza contare scampi ed anguille».

Il terzo disse: «Più di un milione!» E tutti e tre avevano ragione.

Sul rapporto tra biodiversità terrestre e marina ecco un’altra filastrocche, 

Domande:

Un tale mi venne a domandare

quante fragole crescono in mare?

Io gli rispondo di mia testa:

quante sardine nella foresta

In C’era due volte il barone Lamberto, del 1978, c’è infine il richiamo alle specie scomparse. O evolutesi. Comunque difficili da pronunciare.

Pensi se avessimo dovuto ripetere la parola «pterosauro».

- E cosa vuol dire?

- Rettile volante della preistoria. C’era la settimana scorsa nelle parole incrociate.

Ma, come dicevamo, oggi l’Arca di Noè perde specie invece di salvarle. Più rigorosamente: le specie viventi, proprio come gli organismi, nascono, vivono e poi muoiono. Una specie sopravvive se il tasso di mortalità, nel tempo, non è superiore al tasso di natalità. Insomma, se non muoiono più individui di quanti ne nascono.

Anche la biodiversità del pianeta si conserva o addirittura aumenta se il numero delle specie che muoiono non è superiore a quelle che vengono originate.

Se, nella storia di una specie, il tasso di mortalità supera per lungo tempo quello di natalità, la specie declina e rischia di estinguersi. 

Se, nella storia della vita, si verifica che il tasso di mortalità delle specie è stabilmente superiore al tasso di natalità si parla di fase di estinzione. Se la scomparsa delle specie è superiore al 60% di quelle presenti sul pianeta si parla di «grande estinzione». Negli ultimi 600 milioni di anni si sono avute almeno 5 «grandi estinzioni». L’ultima, 65 milioni di anni fa, ha portato alla scomparsa dei dinosauri (con parziale evoluzione in uccelli). La più grave è avvenuto nel Permiano, 220 milioni di anni fa: allora scomparve quasi il 98% delle specie animali. 

Oggi il tasso di mortalità delle specie è superiore al tasso di natalità. Siamo in una fase di estinzione. Di più: la velocità di estinzione è superiore a quella di ogni altra epoca storica conosciuta. Se continua così, lo ripetiamo, rischiamo di trovarci in un’altra grande estinzione di massa: la sesta. Questa volta conosciamo una delle principali concause: l’uomo.

Gianni Rodari affronta il tema. Non quello delle grandi estinzioni. Ma certo quello delle estinzioni. E lo affronta in termini evoluzionistici. Come dimostra questa storia nella storia di C’era due volte il barone Lamberto.

Rodari incontra sul lago di Cusio un ragioniere con delle strane pinne.

         Ecco non sono normali pinne di gomma ma, per quanto strano possa sembrare, pinne naturali. Esse spuntano direttamente dalla carne, continuandone l’estensione nello spazio, mutandone l’abituale conformazione anatomica. Fanno parte integrante del corpo del ragioniere, come le sue orecchie.

La zona interessata è quella delle spalle.

         - Ecco, lì debbono spuntare le pinne. In altri sei mesi di allenamento spero di riuscire a farmele crescere.

            - Capisco, - dico, senza riuscire a nascondere la mia curiosità, - lei si sta allenando per

            - Per diventare un pesce, sissignore.

            […]

            - Mi sembra, - dico, - un lodevole progetto. Ha anche il suo aspetto scientifico, come richiedono i tempi. L’esperimento meriterebbe certamente di essere finanziato da qualche importante accademia, da un istituto di zoologia, dalla fondazione ittiologica di Borca, dalla facoltà di piscicoltura di Bagnella … 

Ma perché il ragioniere vuole diventare un pesce?

            - Ebbene, signore, non ha mai sentito dire che il Cusio è, per effetto dell’inquinamento, della moria dei pesci, dell’estinzione di ogni attività biologica, «un lago morto»? […] Io amo il Cusio. E voglio che esso viva. Per questo intendo dargli la mia vita, dopo averla convenientemente adattata al cambiamento. 

            E chi sa per quanto tempo mi sarebbe toccato di ascoltare i suoi sfoghi patriottico-zoologici, ma anche, ovviamente, ecologici, se, nel guardarmi incontro …

Lasciamo al lettore il gusto di scoprire come sia andata a finire.

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