CULTURA

I treni della felicità, una storia italiana

Alla fine della Seconda guerra mondiale, in un'Italia devastata dal conflitto, un gruppo di donne si impegnò attivamente per dare un futuro a migliaia di bambini in condizioni di povertà. Sembra una favola ma è una storia vera, da (ri)scoprire, una storia italiana di solidarietà e speranza. Tra il 1945 e il 1952, circa 70mila bambini tra i sei e i dodici anni, figli di un Sud sofferente e affamato, vennero accolti da famiglie del Nord Italia per sfuggire alla miseria e immaginare un futuro migliore. Provenivano da famiglie povere di Roma, Cassino e Napoli, della Ciociaria e della Puglia e partirono per raggiungere una cinquantina di comuni scelti, soprattutto in Emilia Romagna: grazie all'iniziativa dell'Unione donne italiane (Udi) del Pci salirono sui cosiddetti "treni della felicità" per raggiungere altre famiglie, altre madri pronte ad accoglierli e a crescerli come figli, a sfamarli, a mandarli a scuola, ad amarli per tutto il tempo necessario. Da pochi giorni è in libreria Tre in tutto, scritto da Davide Calì, illustrato da Isabella Labate, edito da Orecchio acerbo: un libro che racconta proprio questa storia italiana, partendo dall'esperienza di uno di quei 70mila bambini: "È infatti un bambino a raccontare la guerra attraverso i boati delle bombe e il fischio delle sirene, la fame, il primo, lunghissimo, viaggio in treno, i canti partigiani e l’incanto del mare e della neve visti per la prima volta. La disperazione per la separazione dal fratello. E poi, tante signore gentili. Lo stupore per i due pasti al giorno. Il calore di queste altre mamme e le lacrime per la separazione al ritorno a casa, al sud. La gratitudine e l’amore. Fino ad oggi". Il viaggio di un bambino serve a raccontare quello di tanti altri, attraversando i paesaggi dell'anima, tra speranza e paura, a bordo di un treno. "Il prete non voleva - si legge nel libro -. Ci disse che in alta Italia i comunisti mangiavano i bambini. Oppure ci facevano il sapone. Partimmo lo stesso. Non avevamo mai preso il treno. Cantavamo le canzoni dei partigiani, mentre fuori dal finestrino scorreva il mare. Non avevamo mai visto il mare". E una volta arrivati al Nord, la sorpresa e l'emozione della scoperta, di una prima volta per tutto: "Avevamo una cameretta tutta nostra mentre a casa dormivano tutti nello stesso letto. Non avevamo nemmeno le lenzuola. Si mangiava al mattino e a pranzo e pure a cena. E a volte c'era pure la cioccolata calda. Nemmeno questa, a casa, l'avevamo mai mangiata".

In alta Italia era tutto diverso. Avevamo una cameretta tutta nostra mentre a casa dormivamo tutti nello stesso letto. Si mangiava al mattino e a pranzo e pure a cena.
Noi, bambine e bambini del Sud. Noi, che non avevamo niente. Noi, treni che abbiamo viaggiato in un sogno d'infanzia...

Questa storia è raccontata anche in due documentariuno è firmato da Rai Storia e l'altro dal regista Alessandro Piva. Proprio quest'ultimo, che si intitola Pasta nera (quella che preparavano le famiglie povere con i chicchi di grano arso rimasti a terra dopo la trebbiatura e la bruciatura delle stoppie), regala l'emozione del racconto fatto dai veri protagonisti di quella straordinaria vicenda: i bambini di ieri, diventati adulti, ricordano quegli anni, ripercorrendo le tappe di una storia silenziosa eppure bellissima. Sono tante le interviste presenti in questo (commovente) documentario, risultato di un lavoro complesso durato diversi anni, ci sono i salvati ma anche le donne che li salvarono: Miriam Mafai, Luciana Viviani, Aude Pacchioni e Severino Cannelonga, uno dei bambini-viaggiatori, il primo a condividere i suoi ricordi con il regista Alessandro Piva e lo storico Giovanni Rinaldi, autore del libro I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie (Ediesse), associato al film. "Bisognava andare a cercare i bambini nelle borgate, fare l'elenco con tutti i nomi, raccogliere i certificati medici per verificare che non fossero affetti da malattie e organizzare il trasporto da Cassino, da Napoli, da Roma, fino all'Emilia, in quesi paesi mitici dove, si diceva, si mangiava ancora il salame, la mortadella - racconta Miriam Mafai, tra le donne impegnate in questa impresa -. Questi bambini non avevano mai messo piede su un treno. Pensate all'emozione che provarono". Mesi, a volte anni trascorsi in altri luoghi, con altre mamme e altri fratelli. Una vita nuova, il sapore buono dei tortellini, del pane caldo, di un futuro possibile. Alcuni di quei bambini infine tornano al Sud, altri rimasero a vivere nelle famiglie che li avevano adottati.

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