CULTURA

Leonardo Sinisgalli: il poeta-ingegnere tra scienza e immaginazione

Aveva proclamato apertamente qual era la sua vocazione: fare il fabbro. “Imparare bene un mestiere antico ed […] esercitarlo in un giro ristretto con bravura e un po’ di fantasia”, scriveva in Autoritratto con scorpione. E invece Leonardo Sinisgalli, nato a Montemurro nel 1908 in una famiglia numerosa, divenne ingegnere, fu chiamato alla Olivetti con l’incarico di responsabile dell’ufficio tecnico di pubblicità, lavorò come consulente per la Bassetti e l’Alfa Romeo, collaborò con la Rai. Nell’animo però, fin da giovane, nutriva un’intensa passione per la poesia che si tradusse in apprezzati componimenti e raccolte. Proprio nelle scorse settimane, grazie alla Fondazione Leonardo Sinisgalli e ad Anna Maria Lutescu, unica erede del poeta, è uscito nelle librerie un volume a cura di Franco Vitelli che raccoglie tutti i suoi versi. L’intento è di riportare sugli scaffali le opere di una figura tanto poliedrica: il 14 gennaio scorso infatti sono stati pubblicati anche I Racconti a cura di Silvio Ramat e, nell’ottobre del 2019, Furor mathematicus a cura di Gian Italo Bischi. Ne abbiamo parlato con Biagio Russo, vicepresidente e direttore dell'omonima Fondazione.   

Quali aggettivi sceglierebbe per descrivere una personalità come quella di Leonardo Sinisgalli?

Definirei Sinisgalli un uomo moderno, poliedrico e curioso. E i motivi sono abbastanza semplici. È un personaggio moderno, perché non ha mai inseguito esclusivamente una vocazione, ha cercato contaminazioni e impurità e soprattutto ha tentato di far dialogare ambito scientifico e letterario. Si è interessato di tutto e lo ha fatto in maniera visionaria. È versatile, in quanto la sua formazione è stata così particolare che lo ha portato a muoversi su diversi terreni: è l’esatto contrario del poeta romantico, ripiegato su se stesso, che vive solo di poesia. È un uomo con una formazione matematica e fisica, che poi si è occupato di comunicazione, di documentarismo scientifico, di pubblicità, di letteratura, di narrazione. Ma anche di architettura, di design, ed è difficile trovare esempi simili. La curiosità verso ogni aspetto del sapere, infine, è il substrato su cui si è appoggiata tutta la sua vita, sia dal punto di vista professionale che poetico.

Il poeta-ingegnere riesce nel tentativo di far dialogare scienza e poesia?

Sinisgalli si forma all’Istituto di via Panisperna a Roma, tra il 1925 e il 1927 (si immatricola al corso di laurea in matematica e fisica, ndr), che corrisponde al biennio della facoltà cui poi si sono aggregati Enrico Fermi, Franco Rasetti, Emilio Segrè, Ettore Majorana. Ha avuto, dunque, una formazione scientifica molto significativa. Poi, in seguito a una crisi e anche all’amore per la poesia, decide di passare a ingegneria, un percorso che gli garantisce maggiore libertà di frequentare artisti, letterati, salotti e caffè romani. Fin dall’inizio si è trovato a muoversi con questa doppia personalità. Inizialmente la sua poesia rientra nelle correnti del tempo, appartiene alla terza generazione degli ermetici. Le sue 18 poesie (che pubblica nel 1936 a cura di Giovanni Scheiwiller, ndr) aderiscono allo spirito del tempo, sulla linea di Alfonso Gatto, Salvatore Quasimodo, Mario Luzi. Il suo è un ermetismo meridionale legato alla distanza, alla propria storia e alla propria tradizione. Questa è la fase del Sinisgalli poeta, in cui la scienza è una presenza a latere, dato che contemporaneamente scrive il Quaderno di geometria e Ritratti di macchine. Tiene, tuttavia, ben distinte le due scrivanie.

Quando avviene la contaminazione?

La contaminazione credo avvenga a partire dagli anni di Civiltà delle macchine (periodico di Finmeccanica, ndr), siamo nel 1953-58. Sinisgalli per motivi di lavoro deve frequentare capannoni, industriali, tecnici, ingegneri e la sua attenzione per il dato scientifico tende ad aumentare. Scrive anche versi, poesie “tecniche”, “industriali”. Fa delle sperimentazioni, anche se nelle raccolte poetiche più importanti rimarrà sempre legato alla terra, al biografismo, alla riflessione.

In che modo la scienza “entra” nella poesia di Sinisgalli?

La possiamo percepire in modo particolare nella sua capacità di sintesi: Sinisgalli tende sempre a ridurre gli aggettivi, a utilizzare epigrammi, strutture brevi da un punto di vista poetico. Si autocensura, non è un poeta sentimentale, non è un poeta che tende a raccontare molto le proprie emozioni. La matematica entra nel verso attraverso forse la geometria, dunque l’accostamento dei termini, l’elencazione. E tutto questo si ritrova in modo particolare nell’ultima fase della sua vita. Secondo Sinisgalli la poesia è un insieme di “numeri reali” e di “numeri immaginari”. Esiste sempre qualcosa di non comprensibile, di non immediatamente scientifico, c’è sempre spazio all’immaginazione, ma c’è anche molto che appartiene al reale.           

Qual è la funzione del poeta per Sinisgalli?

Sinisgalli riflette molto sulla poesia, tant’è che alla fine degli anni Quaranta scrive Intorno alla figura del poeta. La riflessione non riguarda la funzione del poeta in generale, ma il suo modo di pensare la poesia, quindi il suo modo di concepire il reale attraverso il filtro della poesia. Sinisgalli non è un poeta militante, nella sua poesia non troviamo aspetti che hanno a che fare con la politica o con la denuncia sociale. Per lui fare poesia significa riflettere sull’esistenza e sulla capacità di riuscire a comprendere la scientificità della realtà, attraverso la passione poetica. Che è sempre una passione contenuta, un filtro molto oggettivo. Tant’è che la sua ultima poesia è davvero sintetizzata, disseccata, distillata al massimo.

C’è un punto nella sua opera che meglio di altri esprime la sua concezione poetica?

Sinisgalli mette sempre il lettore in condizione di poter comprendere, oltre il livello della poesia, anche il livello dell’organizzazione della poesia e di poter capire ciò che lui pensa dello scrivere in versi. Nella prefazione al Dimenticatoio (raccolta pubblicata per Mondadori che raccoglie le poesie dal 1975 al 1978), nell’Avvertenza al lettore, Sinisgalli scrive: “Voglio far cenno di alcune trasformazioni intervenute in questa raccolta rispetto alle precedenti. Nei miei primi libri prevalse lo spirito geometrico (“il senso della misura e della posizione”) e cioè il rispetto della simmetria e dell’uniformità. Dalla fine degli anni Cinquanta è cominciato il cedimento della materia espressiva, che si è disarticolata, ha perduto coesione e fermezza. Forse è venuta meno la fede nell’Opera che a sprazzi ha lasciato scoperto qualche residuo di vecchie idolatrie artigianali. Questo ultimo fascicolo viene a sostituire più decisamente ai due classici tabù, esattezza e similitudine, una caratteristica meno vantata, la connessione”.

Sinisgalli analizza il suo modo di fare poesia utilizzando termini come similitudine, connessione, esattezza, geometria che appartengono a un cifrario, a una ferramenta che non è quella di un poeta tradizionale, ma di un poeta sui generis. Chiude questo passaggio dicendo: “La vita imita sempre più il sogno nel suo disordine che cresce con l’età. Credevo di guadagnare la chiarezza ed è invece cresciuta la confusione”. Esiste sempre un binomio, dunque, un pendolare tra l’esattezza, la chiarezza e la confusione, tra l’entropia e la sintropia.

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