SOCIETÀ

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No, il titolo di questo articolo non si riferisce a una fortunata terna di numeri da giocare su tutte le ruote del Lotto, bensì alle percentuali ottenute dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega nelle elezioni del 2018 e del 2019. Come si vede dalla tabella qui sotto, nell’arco di poco più di un anno il 32,7% del M5S è diventato un 17% e il 17% della Lega è diventato un 34%. Ovvero, in 14 mesi e mezzo un partito si è dimezzato e un altro ha raddoppiato i suoi voti: gli elettori (un tempo attaccati per decenni al partito di appartenenza) ora cambiano idea con la stessa facilità con cui cambiano di smart phone

Qualcuno potrebbe sostenere che l’inversione di peso elettorale tra M5S e Lega sia il risultato di una valutazione razionale da parte dei sostenitori del governo Conte, punendo uno dei soggetti dell’alleanza giallo-verde e premiando l’altro. E’ evidente che l’esperienza di governo fa benissimo alla Lega e malissimo al Movimento però la volatilità delle scelte non riguarda solo loro, è un fenomeno ben più ampio. Prendiamo gli altri due grandi partiti: PD e Forza Italia.

Il PD è passato dal 40,8% delle elezioni europee del 2014 al 18,7% delle politiche dell’anno scorso, dimezzando i suoi consensi nel giro di quattro anni. Domenica scorsa è risalito al 24,7%, cioè guadagnando ben 6 punti percentuali rispetto al 2018. Forza Italia, invece, non va su e giù ma soltanto giù: se ancora l’anno scorso riscuoteva la fiducia del 14% degli italiani, oggi raccoglie un misero 8,8%. Rispetto al 2014 (16,8%) il partito è dimezzato. Lo stesso andamento lo riscontriamo nelle cifre relative alla partecipazione al voto: se nel 2014 era stata del 59% degli aventi diritto, nel 2018 è stata del 73% e nel 2019 del 56%.

La volatilità elettorale sicuramente si nutre della delusione di molti elettori verso ilM5S, che ha pasticciato su troppi temi in questo anno di governo, in particolare sul reddito di cittadinanza, che era stato percepito come un provvedimento ben più “universale”, ed economicamente robusto, di come poi è stato realizzato. Tuttavia, il crollo dei consensi per il partito di Luigi Di Maio viene da più lontano e cioè dall’anomalia del 32,7% dei voti ottenuto l’anno scorso. 

Fra il 1948 e il 2018, questa percentuale era stata superata soltanto dalla DC e, in tre occasioni (1975, 1976 e 1984) anche dal PCI. Quando ciò avvenne, però, il PCI era un partito con quasi due milioni di iscritti, che governava da sempre Emilia, Toscana e Umbria, con decine di città dove era il primo partito, centinaia di sindaci e di amministratori locali, una penetrazione capillare nella società italiana che gli permetteva di creare competenze, idee, professionalità politiche. Benché fondato dieci anni fa, il M5S non ha nulla di tutto questo: qualche migliaio di attivisti che votano sulla piattaforma Rousseau quando viene loro chiesto di farlo ma nessuna struttura stabile di riflessione e organizzazione. Questo si traduce in una povertà di personale politico incompatibile con il ruolo di primo partito italiano.

Nella campagna elettorale del 2018, invocando un rinnovamento della classe dirigente, Luigi Di Maio disse: “Salvini era già in politica quando io avevo i calzoni corti”. Verrebbe da sottolineare che la differenza, nelle performance dei due vicepremier era tutta lì: non per le qualità personali dei due leader (anche se la stoffa diversa di Salvini è evidente) ma soprattutto per il differente radicamento sociale dei due partiti: la Lega è oggi il più antico partito italiano, governa da sempre Veneto e Lombardia, ha centinaia di sindaci e un numero rilevante di iscritti veri. Ascolta i territori in cui ha radici e rappresenta un’Italia tradizionalista, più bigotta che cristiana, più affaristica che imprenditoriale, ma comunque un’Italia che esiste e si fa sentire. L’inversione dei consensi tra Lega e M5S nel giro di appena un anno è frutto di questo, più che dei tweet di Salvini. I Cinque Stelle hanno urgente bisogno di una cura di opposizione e di radicamento nel territorio se vogliono evitare di sparire alle prossime elezioni.

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