SOCIETÀ

L’ultimo mattoncino del Green Deal e le concessioni a chi lo osteggia

A pochi mesi dalle elezioni del novo Parlamento, la Commissione Europea ha piantato un’altra bandierina sulla strada che conduce a metà secolo alla neutralità climatica del Vecchio Continente: entro il 2040 le emissioni dovranno essere ridotte del 90% rispetto ai livelli del 1990. “L’obiettivo di questa comunicazione è avviare il dibattito politico e informare la preparazione del periodo successivo al 2030. Non propone nuove misure né pone nuovi obiettivi specifici per settore” si legge nel documento.

Non si tratta quindi di una nuova roadmap, ma piuttosto di uno degli ultimi mattoncini inseriti nell’architettura del Green Deal e un invito politico a chi verrà dopo a procedere nella stessa direzione. “Una proposta legislativa verrà avanzata dalla prossima Commissione, dopo le elezioni europee, e concordata con Parlamento Europeo e Stati membri, come previsto dalla legge europea sul clima”.

I sondaggi danno però in crescita le destre, che hanno iniziato a picconare il Green Deal europeo già in occasione del voto parlamentare della legge sul ripristino della natura, lo scorso luglio, e più di recente salendo a bordo della protesta dei trattori.


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Anche discutendo in Parlamento dell’obiettivo del 2040, i popolari hanno enfatizzato la necessità di ascoltare gli agricoltori, mentre nazionalisti e conservatori hanno parlato di “ambizioni irrealistiche” e di “tentativi di forzare le persone a diversi stili di vita”.

A queste obiezioni sembra rispondere direttamente la Comunicazione della Commissione pubblicata il 6 febbraio: “rimanendo leader globale e partner affidabile dell’azione climatica, l’Europa simultaneamente rafforzerà la sua autonomia strategica e diversificherà la sua catena di valore globale e sostenibile, da padrona del proprio destino in un mondo volatile”. Il testo porta anche alcuni dati a supporto di questa tesi.

Il primo è che la decarbonizzazione produce crescita economica, perché il disaccoppiamento tra emissioni e Pil è già realtà da molti anni: dal 1990 le emissioni europee sono calate di circa un terzo (32,5%) mentre l’economia è cresciuta di due terzi (67%). In un mondo in cui la competitività sarà sempre più determinata dalla sostenibilità della produzione, investire nella riduzione delle emissioni è un vantaggio economico anche alla luce dell’andamento dei prezzi di gas e petrolio.

Nel 2022 l’Europa ha speso 640 miliardi di euro, più del 4% del proprio Pil, per importare combustibili fossili di cui altrimenti non disporrebbe. Nel 2023, con prezzi meno turbolenti, questa spesa è scesa al 2,4% del Pil. Un calo delle emissioni del 90% porterebbe nel 2040 a un consumo ridotto dell’80% di petrolio, gas e carbone, che andrebbe non solo a beneficio del clima, ma costituirebbe anche una difesa strategica nei confronti della volatilità dei prezzi.

Nel decennio 2011 – 2020 l’Europa ha speso l’11,9% del proprio Pil per sostenere i costi del suo sistema energetico. Per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità del 2040 tale spesa dovrebbe salire al massimo di un punto percentuale (tra il 12,4% e il 12,9%), ma poi scenderebbe a 11,3% nel decennio 2041 – 2050. Il risparmio sarebbe dovuto al taglio delle importazioni di combustibili fossili in un sistema energetico prevalentemente elettrificato e rinnovabile.

Il documento riporta anche alcuni numeri sui costi di una mancata mitigazione del cambiamento climatico. Tra il 1980 e il 2022 gli eventi meteorologici estremi hanno causato 220.000 morti e una perdita economica stimata in 650 miliardi di euro, 170 dei quali solo negli ultimi 5 anni, a riprova di quanto il costo del riscaldamento globale salga all’aumentare della temperatura. Nel solo 2022 in Europa sono morte 61.000 persone a causa delle ondate di calore: l’Italia era al primo posto con 18.000 decessi.

A ciò si aggiunge la perdita di biodiversità e l’insicurezza alimentare: solo in Italia, il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici stima che nel 2050 il calo della resa agricola costerà dai 12,5 ai 30 miliardi di euro di mancata produzione.

A livello europeo invece la stima conservativa della Comunicazione della Commissione è che i costi del cambiamento climatico saranno quantificabili in almeno il 7% del Pil entro fine secolo. Inoltre, “nel periodo 2031 – 2050, i costi cumulativi di una traiettoria che peggiora il riscaldamento globale ammonterebbero a 2.400 miliardi di euro in più rispetto a quanto si spenderebbe per una traiettoria compatibile con l’accordo di Parigi”. In altri termini, solo per riparare ai danni del cambiamento climatico, spenderemmo più di quanto costerebbe la transizione energetica, senza nemmeno averla fatta.

Smettere di bruciare combustibili fossili migliora anche la qualità dell’aria. Per l’inquinamento nel solo 2015 in Europa sono morte prematuramente 466.000 persone, con costi associati di 1.700 miliardi di euro. Ridurre le emissioni del 90% entro il 2040 porterebbe quei decessi a 196.000 e quei costi a 670 miliardi.

Se dovesse venire concordato dalla prossima Commissione in carica, l’obiettivo al 2040 diventerebbe la base delle nuove NDCs (Nationally Determined Contributions) richieste dall’accordo di Parigi, che andrebbero consegnate alla Cop 30 entro il 2025: “il lavoro che verrà fatto dal 2024 al 2029 modellerà il cammino dell’Europa per il 2040 e oltre fino al 2050”.

Ursula von der Leyen, che ha annunciato la sua candidatura alla guida della nuova Commissione, sa che il Green Deal è a rischio con l’ascesa delle destre. Ha scelto pertanto, a ragione o a torto lo si capirà nei prossimi mesi, di fare più di qualche passo incontro a quella che potrebbe essere la coalizione a capo nel nuovo Parlamento Europeo. Dopo aver ceduto ad alcune richieste dei trattori, ad esempio sull’uso dei pesticidi, la Commissione sembra aver fatto una notevole concessione anche su un altro tema caro all’industria dei combustibili fossili, che con la destra (non solo quella statunitense) si trova tradizionalmente a proprio agio.

Il 6 febbraio ha pubblicato un’altra Comunicazione sulla “strategia per la gestione industriale della CO2 in Europa” dove si dà largo spazio alla crescita dei sistemi di cattura, stoccaggio e riutilizzo dell’anidride carbonica (CCUS). Per ottenere la neutralità climatica, la capacità di assorbimento della CO2 tramite sistemi artificiali dovrà salire a 50 milioni di tonnellate (Mt) l’anno nel 2030 (una misura pari alle emissioni della Svezia nel 2022), a 280 Mt nel 2040 e a 450 Mt a metà secolo.

L’anidride carbonica potrà venire catturata alle origini della produzione o direttamente dall’atmosfera (DAC – Direct Air Capture) e potrà venire stoccata sotto terra o riutilizzata come materia prima per combustibili sintetici (e-fuels), materiali per costruzioni, per plastiche o per altri impieghi.

La Comunicazione ricorda anche che i progetti oggi operativi su larga scala sono pochi in Europa e incontrano una serie di difficoltà nel dimostrare la loro fattibilità economica. Inoltre, mancano di una cornice regolamentativa adeguata, soprattutto quando si passa da un confine all’altro, e di infrastrutture che dimostrino l’affidabilità dello stoccaggio permanente. A tal riguardo, la rivista scientifica Nature ha titolato un editoriale “la politica climatica dell’UE si affida pericolosamente a tecnologie di cattura del carbonio non testate”.

Ciononostante la Commissione intende costruire una catena di valore attorno alla CO2 e renderla un bene scambiabile per lo stoccaggio e il riutilizzo: “fino a un terzo della CO2 catturata può essere riutilizzata”. L’intenzione è quella di fare della gestione industriale del carbonio “una parte integrante del sistema economico europeo” dopo il 2040.

Se il riutilizzo di CO2 può contribuire a rendere più sostenibili alcuni settori e sviluppare soluzioni innovative, il semaforo verde allo sviluppo dei sistemi di cattura e stoccaggio è una porta spalancata ai produttori di gas e petrolio, che da anni si nascondono dietro la promessa della soluzione tecnologica per non impegnarsi a ridurre le proprie emissioni. “Dire che consentirebbe all’Oil & Gas di continuare con il trend di produzione attuale abbassando le emissioni è per noi pura fantasia aveva detto il Direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Fatih Birol alla vigilia della Cop28 di Dubai. “È impossibile continuare a usare il petrolio e il gas che produciamo adesso con il CCUS, i numeri non funzionano” aveva aggiunto. “Vogliamo sottolinearlo perché non dobbiamo dare false speranze: il CCS non deve essere una scusa per continuare a fare quello che è stato fatto finora. Ridurre le emissioni dei combustibili fossili significa ridurre l’uso dei combustibili fossili”.

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