SOCIETÀ

Polonia, i confini violati dell’arte senza padroni

Come dovrebbe reagire una democrazia se, alla vigilia delle elezioni, venisse presentata l’opera di un artista che interviene nettamente nel dibattito politico, rappresentandone una posizione con estrema energia? La risposta sembra ovvia. Ogni opera d’arte può e deve essere oggetto di discussione e di critica. Ciò che una democrazia non può mai permettersi è di boicottare quell’opera, censurarla, coprirla di insulti o delegittimarne l’autore: azioni consentite, secondo alcuni, solo in casi limite (se l’opera realizza l’apologia di reati gravissimi), secondo altri nemmeno in quelli. È la contraddizione tra libertà creativa e responsabilità dell’artista. Ciò che è accaduto nelle ultime settimane in Polonia, Paese fino a qualche anno fa annoverato tra le democrazie ritrovate, ci porta a vivere di nuovo nel cuore dell’Europa un’atmosfera opprimente, quel sentore di totalitarismo e minaccia alla libertà che ci ha investito con l’invasione dell’Ucraina.

Stiamo parlando del film Green Border di Agnieszka Holland, Premio speciale della giuria all’ultima Mostra del Cinema veneziana. Holland, da sempre impegnata su temi di alto valore politico e civile, affronta la crisi infiammatasi al confine tra Polonia e Bielorussia nell’autunno 2021, quando migliaia di profughi, in grande prevalenza mediorientali e africani, furono sospinti dal governo bielorusso verso il confine polacco, con l’intento di pressare l’Unione Europea in risposta alle sanzioni approvate dopo la repressione degli oppositori del presidente Lukashenko. Pur essendo tecnicamente un’opera di fiction (segue le vicende di una famiglia di migranti siriani, intrecciate a quelle di volontari, guardie di frontiera, altri profughi) Green Border si prefigge di colpire duro la politica polacca (ed europea) sull’immigrazione, denunciando l’uso strumentale dei migranti, la spietatezza della polizia di frontiera, la doppia morale delle autorità (la Polonia ha accolto oltre un milione e mezzo di rifugiati ucraini).

Green Border, dopo l’anteprima a Venezia, è uscito in Polonia il 22 settembre, a poco più di tre settimane dalle elezioni parlamentari, ma gli attacchi da parte degli esponenti del governo Morawiecki sono partiti già al momento della première in Laguna. La linea scelta dai membri dell’esecutivo polacco è stata di paragonare il film a un’opera di propaganda nazista: secondo il ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro “Durante il Terzo Reich, i tedeschi producevano film di propaganda che rappresentavano i polacchi come banditi e assassini. Oggi hanno Agnieszka Holland per farlo”.  Il paragone ha attecchito sui social, dove si è diffusa l’espressione “Leni Holland” per richiamare Leni Riefenstahl, la regista che collaborò con Hitler celebrando il regime con i suoi film. Di fronte all’annuncio di una querela, il ministro ha commentato che “il giudizio di un tribunale non è il Giudizio Finale”, che è “il più importante”.

Il ministro dell’Interno Mariusz Kamiński ha definito il film “intellettualmente disonesto e moralmente vergognoso”, mentre il suo vice ha annunciato uno spot da proiettare nelle sale in cui viene programmato Green Border per difendere la politica governativa attuata su confini e immigrazione in occasione della crisi con la Bielorussia. Lo spot è stato rifiutato da numerose sale, tra cui l’intero network dell’Associazione polacca dei cinema d’essai. Non è mancato il commento di Przemysław Czarnek, ministro della Scienza e dell’Istruzione Superiore, secondo cui Holland “per aver sputato sullo Stato, non merita di chiamarsi polacca”. Quanto alla categoria al centro delle polemiche per come è stata rappresentata nel film, la polizia di frontiera, uno dei sindacati del corpo ha rispolverato il motto “Solo i porci vanno al cinema”, che gli oppositori polacchi usavano contro i film di propaganda nazisti al tempo dell’occupazione del Paese. Accanto ai ministri, nel dibattito sono intervenute le massime autorità dello Stato: il presidente della Repubblica Andrzej Duda ha affermato che “non lo sorprende che gli agenti di frontiera che hanno visto il film abbiano usato questo slogan”, mentre secondo il primo ministro Mateusz Morawiecki lo scopo dell’opera è “screditarci [come polacchi] in Occidente”. Infine Jarosław Kaczyński, ex premier e leader del partito Diritto e Giustizia, lo stesso di Duda e Morawiecki, ha accusato Holland di “odio per la patria”, di “far parte dei piani di Putin” e di provenire dallo stesso ambiente di chi “ha servito Stalin”.

A prescindere dall’esito elettorale, e comunque si valuti il film, la vicenda Green Border è un precedente di straordinaria pericolosità: abbiamo assistito, nel cuore dell’Europa, al linciaggio politico e mediatico di una regista schierata e militante, che rivendica il diritto di poter esprimere il suo pensiero politico in forma artistica. Gli spettatori polacchi, intanto, hanno pronunciato il loro verdetto: in tre settimane di programmazione, Green Border è stato visto da circa 600mila persone, ed è già tra i maggiori incassi nazionali dell’anno.

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