I coralli suggeriscono che El Niño sia reso più intenso dal riscaldamento globale
credits: James Gilmour / Australian Institute of Marine Science
Sebbene il suo andamento sia ciclico e naturale, gli scienziati da tempo si chiedono se incontrando un mare e un’atmosfera già resi più caldi dal riscaldamento antropico, El Niño possa rafforzare la propria intensità. Un nuovo studio pubblicato su Science sembra suggerire che la risposta a questa domanda debba essere positiva.
Un gruppo di ricerca guidato da Julia Cole dell’università del Michigan ha utilizzato i coralli delle isole Galápagos come un archivio storico naturale per ricostruire le passate oscillazioni climatiche del Pacifico australe. Confrontandole con i fenomeni di El Niño più recenti, lo studio ha trovato che quelli degli ultimi 4 decenni sono stati più intensi del 36% rispetto alla media dei secoli precedenti. L’indiziato numero uno di quest’aumento è il riscaldamento globale causato dall’umanità.
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C’entra il riscaldamento globale?
L’innesco di El Niño dipende da cambiamenti nei venti, nelle correnti e nelle temperature oceaniche. Trattandosi di interazioni tra parti di un sistema complesso, ed essendo coinvolte immense masse d’aria e acqua, è molto difficile fare previsioni precise sull’evoluzione del fenomeno. In particolare, i modelli non sono in grado di stabilire con chiarezza se i gas serra prodotti dalle attività umana che riscaldano l’atmosfera, ricoprano un ruolo decisivo in questo sistema.
Per rispondere a questa domanda, Julia Cole e colleghi hanno allora pensato di integrare l’approccio modellistico guardando ai dati storici delle oscillazioni climatiche dell’ultimo millennio. Questo archivio però non è disponibile in nessuna biblioteca o database. Solo nell’ultimo secolo infatti si è iniziato a raccogliere dati su El Niño, mentre le osservazioni satellitari (più precise) sono disponibili solo dagli anni ‘80. Gli autori dello studio hanno mostrato che informazioni preziose possono venire trovate nei coralli, sia quelli in vita sia gli scheletri di quelli fossili.
Perché i coralli
Come si guardano gli anelli di un albero per ricostruirne l’età, qualcosa di simile si può fare anche con i coralli. Queste strutture infatti sono fatte del carbonato di calcio presente nell’acqua dell’oceano che nel tempo si deposita, aggiungendo ogni anno uno strato dopo l’altro.
Con il suo gruppo di ricerca, Cole ha raccolto negli ultimi 20 anni campioni di coralli delle Galápagos che ha poi analizzato in laboratorio. Qui i ricercatori hanno cercato la presenza di un altro elemento, lo stronzio, che il carbonato di calcio normalmente incorpora, ma che nelle fasi di El Niño, in cui le acque sono più calde, è presente in quantità minori.
Non è questo però il solo segnale che permette di vedere l’alternanza delle oscillazioni climatiche negli strati dei coralli. Un altro è il rapporto tra ossigeno pesante e ossigeno leggero: acque più calde favoriscono l’incorporazione del secondo. Inoltre durante El Niño aumentano le precipitazioni e l’acqua piovana contiene meno ossigeno pesante.
Applicando tutte queste conoscenze di chimica, i ricercatori hanno potuto interpretare la distribuzione della presenza di questi segnali nel carbonato di calcio dei coralli per ricostruire un archivio di circa un millennio. Consultandolo, hanno potuto leggere la variazione di intensità dei fenomeni di El Niño nel Pacifico orientale.
Una chiara tendenza
Già uno studio del 2019 aveva utilizzato il rapporto tra diversi isotopi dell’ossigeno per asserire che l’intensità dei recenti El Niño è cresciuta di circa il 25% rispetto al passato. Quello appena pubblicato conferma la tendenza e trova che tra il 1990 e il 2010 questo aumento sia stato del 36% rispetto al millennio che precede la rivoluzione industriale del 1850. Rispetto alla media dell’ultimo secolo e mezzo invece (dal 1851 al 1982), l’aumento è stato del 16%.
Anche i modelli climatici più recenti stanno mostrando che il riscaldamento antropico sembra essere un fattore nel rendere le El Niño più intenso. Finora i rapporti dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’ultimo dei quali è uscito nel 2023, sono rimasti cauti nell’evidenziare questa correlazione, ma il prossimo, in uscita nel 2029, potrebbe contenere un messaggio più chiaro: osservazioni dirette, dati del passato e modelli climatici puntano tutti nella stessa direzione, ossia che il riscaldamento antropico concorre nel rendere i fenomeni di El Niño più intensi.
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Il destino dei coralli
Oltre a essere preziosi custodi del clima passato, i coralli sono tra le principali vittime del riscaldamento globale in corso. Un rapporto del Global Coral Reef Monitoring Network ha trovato che le barriere coralline di tutto il mondo sono declinate del 9,5% in soli 5 anni, dal 2020 al 2024.
I dati satellitari mostrano che la temperatura superficiale delle acque sopra le barriere coralline è salita di 0,8°C dal 1985 al 2025 e dal 1998 a oggi si sono susseguiti 4 episodi di sbiancamento di coralli.
Sono le ondate di calore marine a provocare lo sbiancamento (coral bleaching): le alte temperature dell’acqua compromettono il rapporto tra la struttura del corallo e le alghe con cui è in simbiosi e che sono responsabili della sua colorazione. Nel corso dell’ultimo secolo le ondate di calore marine avvenivano in media una volta ogni 10 anni, mentre oggi si ripresentano circa ogni 5 anni. Questa frequenza ravvicinata lascia troppo poco tempo per rigenerarsi alla barriera corallina, che difende molte coste dall’erosione e dalle mareggiate e che è alla base del funzionamento di circa un quarto della biodiversità marina globale.
Lo scorso 22 agosto la temperatura media della superficie dei mari ha raggiunto la temperatura record di 21,1°C, la più alta mai registrata da Copernicus. Secondo l’IPCC, con una temperatura media globale stabilmente al di sopra di 1,5°C rispetto al periodo pre-industriale, il pianeta è destinato a perdere fino al 90% delle sue barriere coralline. Il “Super El Niño” che è in arrivo darà ai coralli un altro durissimo colpo.