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I vaccini possono proteggerci anche dalle demenze?

Cosa c’entra un vaccino con la demenza? Apparentemente sembrano due campi della medicina molto lontani, eppure negli ultimi anni diverse ricerche suggeriscono che alcune vaccinazioni (in particolare contro herpes zoster o fuoco di Sant’Antonio, ma anche quelle contro influenza o pneumococco) si associno a una riduzione del rischio di sviluppare alcune forme di declino cognitivo. In Italia e in altri Paesi europei, il vaccino anti-herpes zoster è raccomandato alle persone fragili o dai 65 anni, ma la copertura vaccinale nel nostro Paese resta bassa, ben al di sotto dell’obiettivo minimo del 50%.

Per capire meglio quali sono le evidenze scientifiche più solide emerse finora e quanto possiamo essere certi di questo legame, abbiamo interpellato Vincenzo Baldo, docente dell’Università di Padova esperto di igiene, prevenzione e sanità pubblica. E innanzitutto ci dice che bisogna distinguere tra “un’associazione osservata negli studi, un possibile effetto causale e una protezione dimostrata da studi clinici pensati appositamente per valutare l’effetto sulla demenza”.

In questo senso, Baldo cita uno degli studi più interessanti sul tema, pubblicato sulla rivista Nature nel 2025 e che ha utilizzato “le caratteristiche del programma vaccinale del Galles in base alla data di nascita: persone molto vicine per età erano eleggibili o non eleggibili alla vaccinazione contro herpes zoster. Questo ha permesso di confrontare gruppi con caratteristiche abbastanza simili, riducendo alcune delle differenze che rendono difficili gli studi osservazionali”.

In Galles, infatti, chi era nato prima del 2 settembre 1933 non poteva vaccinarsi, mentre chi era nato da quella data in poi ne aveva diritto per almeno un anno. I risultati mostrano che la vaccinazione ha ridotto la probabilità di una nuova diagnosi di demenza del 3,5%, pari a una riduzione relativa del 20%, e l’effetto protettivo è più marcato nelle donne.

Anche una metanalisi pubblicata su Age and Ageing nel 2025 ha rilevato, per la vaccinazione contro herpes zoster, un rischio relativo di demenza inferiore del 24%. Secondo il docente dell’ateneo padovano è “un risultato interessante, ma deriva in larga parte da studi osservazionali, con una notevole variabilità, questo non significa quindi che il vaccino riduca sicuramente il rischio individuale del 24%”.

La cautela è ancora maggiore alla luce di un’analisi pubblicata su Brain, Behavior, and Immunity nel 2026, che ha confrontato le stime ottenute dai cosiddetti “esperimenti naturali” su vaccini e demenza in Galles, Australia e Canada. Questi sono studi empirici in cui i soggetti (persone o gruppi) sono esposti a una condizione sperimentale o a un trattamento non deciso da chi fa la ricerca, ma generato dalla natura o da eventi casuali. Vincenzo Baldo sottolinea come gli autori dell’analisi “hanno osservato che alcune stime implicherebbero effetti molto elevati, in alcuni casi persino incompatibili con i limiti teorici di efficacia di un vaccino. Questo non cancella i precedenti risultati, ma rende necessarie repliche indipendenti e invita a non considerare acquisita la causalità”.

Se poi analizziamo gli studi sulla vaccinazione contro i virus influenzali, i risultati sono meno uniformi rispetto a herpes zoster. Per esempio una metanalisi del 2025, che comprendeva 8 studi e quasi 10 milioni di persone, non ha trovato “una riduzione statisticamente significativa del rischio di demenza nella popolazione complessiva – spiega Baldo – ma ha osservato associazioni favorevoli in alcuni gruppi a maggior rischio. Un’altra revisione ha rilevato un’associazione complessiva, ma con una forte eterogeneità tra gli studi. Anche qui, quindi, non abbiamo una prova che la vaccinazione antinfluenzale prevenga la demenza”.

Per quanto riguarda il vaccino contro il batterio Streptococcus pneumoniae, Baldo cita la stessa metanalisi del 2025 che ha rilevato “un’associazione con un rischio inferiore di Alzheimer, ma anche qua una forte eterogeneità tra gli studi: sono tutti risultati da approfondire e confermare. In sintesi, le evidenze sono promettenti, soprattutto per l’herpes zoster, ma non ci permettono ancora di dire che i vaccini prevengano la demenza”. 

Le ipotesi sul legame vaccini-demenze

Ma esattamente in che modo un vaccino può proteggerci, oltre che da una malattia infettiva, anche dal deterioramento del nostro cervello? Al momento le ricerche in questo campo sono arrivate a ipotizzare diversi meccanismi, nessuno però è ancora stato dimostrato come spiegazione certa dei risultati osservati. 

Vincenzo Baldo inizia spiegando il primo meccanismo che riguarda “la prevenzione delle riattivazioni virali: per esempio, il virus varicella-zoster (responsabile dell’herpes zoster) rimane latente nell’organismo e può riattivarsi anche a distanza di decenni. Evitare queste riattivazioni potrebbe ridurre stimoli potenzialmente dannosi per il sistema nervoso”. 

Una seconda ipotesi riguarda invece il processo di infiammazione, dato che le infezioni possono provocare risposte infiammatorie sistemiche. “È possibile che alcune vaccinazioni contribuiscano indirettamente a limitare questi fenomeni – prosegue Baldo – ma il ruolo specifico di questo meccanismo è ancora da chiarire”. 

C’è poi una protezione indiretta dei vaccini. Infatti, prevenire malattie come l’influenza, le polmoniti e altre infezioni significa ridurre il rischio di complicanze, ricoveri e stati confusionali acuti (o delirium). Nelle persone anziane e più fragili, questi episodi possono peggiorare la salute generale e talvolta anche le funzioni cognitive.

Infine, si sta studiando anche la possibilità che alcuni vaccini abbiano effetti più ampi sulla risposta immunitaria, non limitati quindi al solo microrganismo contro cui sono diretti. In definitiva, per Baldo “l’ipotesi più prudente è che i vaccini possano proteggere il cervello soprattutto prevenendo infezioni e complicanze. È una prospettiva interessante e plausibile, ma dobbiamo ancora capire quanto questi meccanismi spieghino le associazioni osservate negli studi”.

Su cosa sta lavorando la ricerca?

Dunque gli interrogativi ancora aperti sono molti, ma le ricerche vanno avanti e per esempio alcuni studi indagano se esistono differenze di effetto in base al tipo di vaccino somministrato. Vincenzo Baldo torna sullo “studio quasi-sperimentale gallese che ha valutato il vecchio vaccino contro herpes zoster e l’utilizzo del più recente vaccino ricombinante adiuvato. Quest’ultimo ha mostrato effetti maggiori di protezione, ma non sappiamo ancora se le differenze osservate nella prevenzione delle demenze dipendano dalla diversa capacità di prevenire il virus o da altri effetti sulla risposta immunitaria”.

Un altro punto da chiarire è se ci sono differenze dovute all’età di somministrazione, infatti “non conosciamo l’età ideale per un eventuale beneficio cognitivo, quanto a lungo possa durare o se sia presente anche nelle persone che hanno già lievi difficoltà di memoria. Al momento, quindi, le vaccinazioni vanno eseguite secondo le indicazioni cliniche e di sanità pubblica – chiosa Baldo – senza modificare i calendari nella speranza di prevenire la demenza”. 

Questa cautela può sembrare eccessiva, ma in realtà è meglio specificarlo visto che di recente in Gran Bretagna si è visto un significativo aumento di richieste per il vaccino contro herpes zoster (ne ha scritto anche il quotidiano The Guardian). E anche se per il vaccino antinfluenzale alcuni dati suggeriscono un’associazione più favorevole nei soggetti fragili e in chi si vaccina ripetutamente negli anni, non è però dimostrato che dosi aggiuntive rispetto a quelle raccomandate offrano una maggiore protezione cognitiva. 

C’è poi un’altra questione da approfondire, che riguarda quali forme di demenza siano interessate da questa “protezione vaccinale”, infatti molti studi considerano la demenza nel suo complesso e non distinguono con precisione i diversi sottotipi di demenza (per esempio quella dovuta alla malattia di Alzheimer, che è la più diffusa). Secondo Baldo, per chiarire tutti questi aspetti “servono studi con follow-up più lunghi, confronti diretti tra formulazioni vaccinali e valutazioni cognitive standardizzate. La sfida è distinguere una semplice associazione statistica da un’effettiva prevenzione della malattia o da un ritardo nella sua comparsa”.

Nuove strategie di prevenzione delle demenze

Ma quindi è sempre utile vaccinarsi contro herpes zoster, influenza e pneumococco, indipendentemente dall’effetto preventivo sulle demenze? Vincenzo Baldo risponde dando un consiglio “alle persone anziane e ai loro familiari, ma fondamentalmente a tutti: aderire alle vaccinazioni, consultando il proprio medico o rivolgendosi ai Dipartimenti di prevenzione per valutare quelle più appropriate in base all’età e alle condizioni di salute. L’obiettivo principale resta proteggersi dalle infezioni e da tutte le loro possibili complicanze, senza promettere ulteriori benefici fino alla loro completa dimostrazione”.

La prevenzione del declino cognitivo passa da molti fattori, alcuni dei quali sono modificabili attraverso le nostre scelte quotidiane. Controllare parametri come pressione arteriosa, glicemia e colesterolo, praticare attività fisica, non fumare, ridurre il consumo di alcool e mantenere una vita sociale attiva sono tutti interventi che aiutano a proteggere la salute in senso lato e possono contribuire a preservare le funzioni cognitive. 

Gli studi sul possibile ruolo dei vaccini potrebbero rafforzare l’adesione alle vaccinazioni raccomandate e aiutare a studiare strategie preventive più personalizzate. Oltre ad aprire nuove prospettive di ricerca sul ruolo del sistema immunitario nei processi neurodegenerativi. La prevenzione della demenza richiede un approccio integrato e, se confermato, il possibile beneficio cognitivo dei vaccini potrebbe essere un’arma in più.

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