SOCIETÀ

L’arte moderna? Una parentesi tra Gutenberg e Alessandro Volta

Chi se la sentirebbe di sostenere che la pila di Alessandro Volta segna, nella storia dell’arte, il passaggio da un’epoca all’altra? Ci prova Renato Barilli, che nel suo Tutto sul postmoderno (Guaraldi 2013), presentato a una platea di universitari padovani, si diverte a sovvertire la tradizionale periodizzazione che, seguendo le date canoniche individuate dalla storiografia, individua le grandi cesure tra antichità, medioevo, età moderna ed età contemporanea in eventi-simbolo che dovrebbero segnare il confine tra sistemi politici, sociali, di pensiero propri delle quattro fasi. Il critico parte da un’idea di fondo: il concetto di “contemporaneo” nell’arte è, semplicemente, da buttar via, perché lontano dal sentire comune, ma soprattutto perché è una forzatura: secondo Barilli, in arte il periodo che segue la modernità è sì di evoluzione e cambiamento, ma deve comunque fare i conti con ciò che lo precede, e ne costituisce, semmai, l’amplificazione. E la presenza di tante gallerie che, pur coprendo una produzione artistica che arriva fino ad oggi, sono definite “d’arte moderna” sarebbe una conferma della desuetudine di un termine inutile. Ecco allora che al “contemporaneo” si sostituisce il termine “postmoderno”: che perde, per Barilli, la connotazione che gli viene normalmente assegnata come carattere tipico della civiltà globalizzata e de-ideologizzata degli ultimi decenni del Novecento, per ampliarsi enormemente e abbracciare l’intero arco della storia che va dalla fine del Settecento ai giorni nostri: l’età contemporanea, appunto, vista come interamente postmoderna. In che senso? Barilli fa piazza pulita della concezione di eventi-simbolo come cippo di confine: così, la transizione tra moderno e postmoderno non può coincidere (sia pure convenzionalmente) con la rivoluzione francese o il congresso di Vienna, ma trova il criterio ordinatore nelle conquiste dello sviluppo tecnologico. Più precisamente, Barilli individua la rivoluzione postmoderna nella scoperta, a fine Settecento, dell’elettromagnetismo, con le figure chiave di Galvani e Volta. La visione sottesa è quella che lega la specificità dell’essere umano alla sua capacità tecnologica, mentre l’arte altro non sarebbe che un’attività di produzione simbolica basata sull’evoluzione della tecnologia. In questo Barilli è debitore, dichiaratamente, a Marshall McLuhan e alla sua  idea della rivoluzione di Gutenberg come svolta tecnica e industriale: l’età moderna, per Barilli, nascerebbe qui, e si protrarrebbe fino al termine del diciottesimo secolo, quando si cominciano a cogliere i primi segnali dell’ “alba del postmoderno”. Così nello stesso periodo, accanto alla perfezione parafotografica di uno Joshua Reynolds, espressione tra le più alte di una modernità declinante, si vedono emergere personalità come il poeta-pittore William Blake oppure Johann Heinrich Füssli, il cui Giuramento dei tre confederati sul Rütli (1780) sarebbe emblematico dell’energia espressa dai corpi “galvanizzati” dei tre protagonisti, deformati in un verticalismo già postmoderno. A questi precursori succederebbe, nella cronologia di Barilli, una restaurazione della modernità e quindi di una rappresentazione fedele della realtà, ben rappresentata da artisti come Delacroix; da metà Ottocento in poi si consoliderebbe invece la “definitiva” postmodernità, con maestri come William Turner, il cui Pioggia, vapore e velocità (1844) rappresenta un treno che sembra emergere da una “nube atomica”; o Paul Cézanne, la cui Colazione sull’erba (1870) reinterpreta il tema di Manet con un trionfo di figure curvilinee che prefigura, secondo Barilli, il rifiuto della linea retta proprio della concezione spaziale novecentesca che porterebbe fino agli edifici di Liebeskind o Zaha Hadid. Un’evoluzione che conosce ancora eccezioni, come Monet e gli impressionisti, che secondo Barilli costituiscono un movimento ben radicato nella tradizione moderna, ricco di riferimenti al passato come l’uso della prospettiva leonardesca. Concludendo il percorso, alla maturità del postmoderno ne seguirebbe l’autunno, quello che caratterizza gli ultimi decenni del Novecento e il secolo in corso. Un declino che va di pari passo con lo sfiorire del mondo occidentale, ma che vede il simultaneo proliferare di caratteri postmoderni in tutti i paesi emergenti: in questo senso, evidentemente, la globalizzazione ha contagiato anche il mondo dell’arte. 

Martino Periti

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