CULTURA

L'insostenibile pesantezza della perfezione

Cosa succede se vi viene affidato un appartamento immacolato, modernissimo, compreso di gatti di razza e parquet pregiato, con l’esplicito compito di prendervene cura (dell’appartamento, ancor prima dei gatti)? E soprattutto cosa potrà mai poter succedere, per indurre il padrone di casa a lasciare disseminati ovunque biglietti di istruzioni sull’utilizzo della casa, sulle preferenze alimentari delle bestiole, su cosa toccare e cosa nemmeno sfiorare (il suo pianoforte: è un compositore) e soprattutto, su come riparare eventuali danni al prezioso parquet? Primo comandamento: non fare nulla di testa propria. Chiamare il proprietario, anche se in casa c’è (e precisa dove) un pregiato manuale dal titolo “Istruzioni per la manutenzione del parquet”.

Il protagonista del primo romanzo di Will Wiles, editor di una rivista di architettura e design e blogger inglese, Istruzioni per la manutenzione del parquet, ha insomma a che fare con un ossessivo-compulsivo, ben rappresentato dall’appartamento che gli fa da specchio, dove tutto ha una collocazione, una ragione, un significato evidente: di natura sociale, più che personale (libri dalle copertine preziose, divani di pelle immacolati, mobilio extra lusso). Al lettore sta già antipatico dalle prime righe, quest’uomo che impartisce ordini a distanza, a chi, poi, gli sta facendo un favore. E, invece, non può non identificarsi con il protagonista (il romanzo è in prima persona), uomo normale e perciò imperfetto, cui il compito di “badare” ad un appartamento sembra da un lato assurdo, e dall’altro quasi una promozione insperata, perché viene dall’amico di successo che ha da sempre ammirato.

E se la calma apparente domina l'inizio, posata e rinvigorita dalle stanze asettiche in cui si producono i primi brillanti pensieri del protagonista, scrittore di volantini alla ricerca della forza d’animo per il primo romanzo, ben presto con l’aumentare dell’entropia nell’appartamento (valigie aperte, un bicchiere di vino nel lavello, la custodia di un cd lasciata sul divano) cresce nel lettore il presentimento della tragedia incombente. Ad acuirne l’impressione è il fatto che la vicenda si svolge in un non meglio identificato paese dell’Europa dell’est in cui nessuno parla inglese (il protagonista è londinese), perciò l’appartamento di cui va conservata la perfezione è al contempo il terreno nemico su cui non lasciare alcuna traccia del proprio passaggio e l’unico rifugio alla incomprensibilità di un mondo circostante alieno e distonico.

Quando il primo pasticcio è combinato, allora si comprende che non c’è speranza di redenzione, come se un disastro avesse in sé la potenza di provocarne irrimediabilmente il successivo, senza possibilità di correzione, perché il parquet è ben peggio della pagina scritta: nulla permette di cancellare, e il climax creato magistralmente dall’autore sembra non avere limite, raggiungendo – e superando- i confini del grottesco. Una macchia pressoché invisibile sul pavimento si trasforma in una costellazione di schizzi color vinaccia, e poi di sangue, e a nulla serve il famigerato manuale, se non a spingere il protagonista in un vortice di azioni in cui il nesso causa- effetto è perfettamente rispettato ma ignoto all’agente e tu, lettore, vorresti, da fuori, metterlo in guardia dall’inevitabile passo falso successivo.

Come in un racconto kafkiano assistiamo impotenti alla metamorfosi del protagonista, schiacciato dalla concatenazione delle proprie azioni, su cui nulla può ma per le quali molto si sente colpevole e proprio per questo, invece di rimediare, peggiora la situazione. Anche lo scenario si trasforma inevitabilmente, come se gli oggetti inanimati e i luoghi fossero lo specchio della vita umana (non a caso l’autore è appassionato di architettura e design): la pulizia e l’ordine lasciano spazio allo sporco, al caos, alla puzza, riflettendo l’immagine di un uomo la cui mente ha perso lucidità e giudizio.

La sensazione che si prova più forte è il disagio, seguita dall’incredulità e dal fastidio, e al di sotto di queste batte il tamburo dell’angoscia: il talento di Will Wiles è inconfutabile. Anche perché nelle ultime pagine si assiste al coup de théâtre, tanto inatteso, quanto brillante e salvifico.

Ciò non toglie che la lettura possa essere persino sofferta, specie se si ha un gatto e magari gli si vuole molto bene: in questo caso, dispiace per Wiles, ma la lettura non è consigliata.

Valentina Berengo

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