UNIVERSITÀ E SCUOLA

Università inglesi con il cappello in mano

In un momento in cui i fondi pubblici rappresentano ormai non più di un quarto del bilancio annuale delle singole università, gli atenei britannici si interrogano su come attrarre più donazioni private, ma anche su quali requisiti etici queste debbano avere. I nuovi tagli annunciati dal governo conservatore, quantificati in circa due miliardi di sterline per l’intero comparto dell’istruzione, rendono infatti sempre più pressante la ricerca di nuovi fonti di finanziamento, anche provenienti dall’estero.

La progressiva diminuzione degli stanziamenti governativi alle università è uno degli obiettivi politici del governo Cameron. Il piano è quasi realizzato e consiste nel rimpiazzare una consistente quota dei contributi pubblici con l’aumento delle rette di iscrizione a carico degli studenti (provvedimento approvato tra molte proteste nel 2011) e nel favorire ancor più l’autonomia degli atenei spingendoli a una sempre più aggressiva attività di fundraising.

Il modello di riferimento è quello americano, dove la gestione manageriale dei maggiori atenei privati consente l’afflusso di cospicue donazioni private. E in un’ottica di competizione internazionale, dove i più prestigiosi atenei mondiali si contendono i migliori cervelli e i più preparati professori, fa impressione scoprire come Oxford e Cambridge attraggano mediamente meno della metà delle elargizioni private destinate a Yale e Harvard.

Secondo i dati relativi al 2012, Harvard University dispone di un patrimonio corrisposto da privati pari a oltre 30 miliardi di dollari. Seguono Yale con 19 miliardi, University of Texas con 18, quindi Stanford e Princeton con circa 17 miliardi di dollari di sovvenzioni non pubbliche. Cifre, queste, che riguardano un dato generale e cumulativo, il cosiddetto endowment, cioè di una serie di beni, mobili e immobili, di cui gli atenei dispongono a seguito di elargizioni da privati, che sono spesso durature nel tempo, come – per esempio – edifici, finanziamenti a ricerche specifiche, borse di studio per studenti, cattedre istituite in nome di ex docenti o di finanziatori stessi, strutture sportive e squadre d'ateneo.

Il raffronto con i più prestigiosi atenei britannici è eloquente: gli asset di derivazione privata di Oxford sono pari a 4,6 miliardi di sterline, quelli di Cambridge a 3,8 miliardi. Ben più distaccate tutte le altre università: l’università di Edimburgo dispone di beni corrisposi da privati per 238 milioni di sterline, la University of Manchester ne ha per 153 milioni. Chiude la classifica delle prime cinque l’università di Liverpool, con 137 milioni. Alla base di questo divario, differenze culturali e di sistemi formativi che si sono sedimentate nei decenni: per molto tempo, l’università britannica è stata vista come un bene pubblico, mentre negli Stati Uniti già da molti anni la gestione manageriale, la competizione tra università e le alte rette richieste agli studenti sono una realtà.

Questo, nel Regno Unito, ha in parte inibito le donazioni private alle università, le quali si sono prevalentemente dirottate su musei e associazioni culturali, facendone la fortuna, e ha ritardato lo sviluppo, da parte degli atenei, di efficaci strategie per attrarre queste risorse, laddove invece in molte università statunitensi esistono uffici e professionalità dedicate a questa specifica attività, che si esprime in un’intensa agenda di incontri, conferenze, fiere promozionali. Senza dimenticare tutte quelle operazioni di fidelizzazione degli studenti e degli ex studenti, che di solito sono tra i finanziatori più munifici, e che inizia già durante gli studi e prosegue poi con il collaudato network degli alumni.

Il consolidato prestigio dei più importanti atenei britannici, che vantano una tradizione di secoli, certamente li aiuterà a ridurre il gap con le rivali americane, anche se questo potrebbe creare problemi alle università meno famose. I dati 2012 riportati dall’istituto Ross-Case mostrano come, nella competizione tutta interna al Regno Unito, gli atenei più prestigiosi rischino di cannibalizzare quelli meno noti nell’attrarre finanziamenti privati. Già lo scorso anno, infatti, Oxford e Cambridge si dividevano il 45% di tutte le donazioni private.

Quello del fundraising appare quindi come un imperativo, stante l'attuale politica di tagli, per le università britanniche. Scelta questa strada, tuttavia, si apre tutto un campo di problemi nuovi: la ricerca e l’insegnamento accademico sono attività particolarmente delicate e, nel momento di accettare finanziamenti esterni, occorrono regole precise e standard etici elevati. A titolo di esempio, è sufficiente ricordare la controversia che nel 2011 coinvolse la London School of Economics e la famiglia Gheddafi e che portò alle dimissioni del rettore dell’epoca, Sir Howard Davies. La Lse accettò una donazione di un milione e mezzo di sterline da parte di uno dei bracci economici del dittatore libico, proprio il giorno in cui a Saif Gheddafi, uno dei suoi figli, veniva conferito il titolo di dottore di ricerca. La strana coincidenza portò a un’indagine interna, che mise in luce una lunga serie di omissioni e strappi alle regole, a partire dai criteri d’ammissione che non vennero rispettati fino alla mancata frequenza di alcuni corsi, all’assegnazione “informale” di un tutor ad hoc mentre Saif girava per l’Europa e a varie lacune amministrative e di controllo nell’approvazione della donazione stessa. Il rapporto Woolf, dal nome di colui che lo stilò, si concludeva raccomandando maggiori controlli e l’istituzione di un preciso protocollo di regole per l’accettazione delle donazioni e per evitare eventuali casi di conflitto di interesse.

I casi oggetto di controversie sono potenzialmente molteplici: è giusto, per esempio, accettare una donazione da parte di una multinazionale del tabacco, anche se questa finanzia borse di studio per i meno abbienti? Sebbene infatti l’azienda non promuova il fumo, il suo solo nome innesca un processo di promozione indiretta. Le commissioni di controllo di ciascun ateneo dovrebbero quindi istituire rigidi protocolli di regole che permettano all’università di gestire ogni risvolto della donazione, perfino eventuali ricadute declinabili in qualcosa apparentemente lontano dall’ambito universitario come i “diritti d’immagine”.

L’obiettivo imprescindibile è difendere l’autonomia e l’integrità dell’università, preservando l’indipendenza di giudizio di docenti e ricercatori impegnati in ogni tipo di studio. Rifacendosi all’esempio precedente, sarebbe piuttosto discutibile che venisse accettato un finanziamento da parte di un’azienda di tabacco a uno studio sul cancro ai polmoni. Semplicemente perché minerebbe la credibilità scientifica della ricerca stessa. Tuttavia, in casi meno eclatanti, una volta sancita la difesa assoluta dell’indipendenza della ricerca finanziata, non sarebbero da escludere anche commistioni di questo tipo. Una volta esclusa l’accettazione di capitali provenienti da attività illecite e definito un rigido protocollo di regole a difesa dell’università stessa, il rapporto tra atenei e donatori privati potrebbe diventare una vantaggiosa consuetudine.

Marco Morini

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