UNIVERSITÀ E SCUOLA

Come diventare un cattedratico di latino all'insaputa del latino

Ho recentemente scoperto di essere idoneo a insegnare lingua e letteratura latina all'università, anche se l'ultimo libro di latino l'ho preso in mano oltre una dozzina di anni fa. Giuro. Mi sono diplomato al liceo scientifico ormai da 10 anni, e, se si conta che agli ultimi anni si studiano soprattutto gli autori, possiamo ragionevolmente dire che, l'ultima volta che ho fatto seriamente una versione e studiato la grammatica latina non avevo la patente, non possedevo un telefono cellulare e le torri gemelle di New York erano ancora in piedi.

Da allora mi sono occupato di tutt'altro. Ho preso una laurea triennale, poi una specialistica e ora sto facendo un dottorato, ma il latino non l'ho più visto. Eppure sono idoneo a insegnarne lingua e letteratura all'università, e neanche come ricercatore precario o come associato, bensì come professore ordinario. A dirlo non sono io, bensì l'Anvur, l'Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca, che, in applicazione della legge Gelmini, ha recentemente pubblicato le mediane per l'abilitazione a professore ordinario o associato e l'elenco delle riviste scientifiche valide per la seconda mediana. Servono per stabilire chi ha pubblicato ricerche di quantità e qualità sufficienti.

In estrema sintesi la legge Gelmini ha stabilito che, per poter accedere ai concorsi per diventare professore associato o professore ordinario, è prima necessario superare un'abilitazione nazionale. Si tratta teoricamente di un modo per scremare i potenziali assunti ed evitare i casi più scandalosi di concorso all'italiana.

Senonché, nella pratica i paletti per questa abilitazione sono stati fissati tanto in basso e in maniera tanto approssimativa che il sottoscritto sarebbe appunto abilitato a partecipare ai concorsi per  insegnare lingua e letteratura latina da professore ordinario. Come? È presto detto: uno dei tre criteri sufficienti all'abilitazione è il superamento della mediana delle pubblicazioni su riviste scientifiche di chi oggi è ricercatore o associato in un determinato settore. Per il settore 10/D3, lingua e letteratura latina, la mediana delle pubblicazioni degli associati è 7 e quella degli ordinari è 14. Basta averne una in più, e si può concorrere per l’abilitazione.

Peccato però che, come prontamente segnalato da Roars.it in un articolo e in un successivo approfondimento e brillantemente riassunto dalla penna di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, nella fretta e nella superficialità con cui è stata compilata la lista delle pubblicazioni considerate ufficialmente “riviste scientifiche”, sono state inseriti nell'elenco centinaia di giornali, tra le quali la rivista della Provincia di Trento, Il Commercialista veneto, Yacht Capital, l'ormai mitica Suinicoltura e, per l'area 10, di cui fa parte appunto l'insegnamento della lingua e della letteratura latina, Il Mattino di Padova.

Il sottoscritto, quindi, avendo lavorato per circa 3 anni al gemello trevigiano del Mattino, La Tribuna di Treviso (che ha lo stesso direttore) e avendo collezionato più di 1.500 articoli di cronaca locale sui temi più vari, dalle battaglie ambientali contro le cave agli incidenti stradali, dai pezzi di colore sull'invasione dei piccioni agli immancabili necrologi, potrebbe essere circa 200 volte un professore associato e 100 volte un professore ordinario di lingua e letteratura latina.

Che dire? Personalmente sono orgoglioso del mio lavoro di cronista locale, e penso che sia un'esperienza professionale e formativa invidiabile. Ma di certo non ritengo che mi abbia reso in grado di insegnare la lingua e la letteratura latina all'università. E soprattutto trovo ironico che da una parte si punti ad abilitare un gran numero di persone grazie a criteri così “generosi”,  e dall'altra non si stanzi alcun tipo di risorsa per assumere, in futuro, una minima parte di questi abilitati. Sembra evidente come si voglia lasciare alle commissioni locali ampio margine per scegliere chiunque sia di loro gradimento, alla faccia della presunta meritocrazia propugnata dall'ex ministro Gelmini e perseguita dai vertici Anvur. 

In ogni caso,  sarà divertente la scena che si presenterà al momento dei   concorsi. Potrei presentarmi  davanti alla commissione con una pila di pezzettini da 20 righe sulla sagra del mio paese, e vedere che faccia faranno i docenti incaricati. Dimenticavo: con le mie pubblicazioni, teoricamente, se fossi un docente, potrei anche entrare a far parte delle commissioni giudicatrici. Lo farei solo nella speranza di trovarmi davanti qualche membro del consiglio direttivo dell’Anvur che, per il modico salario di 178.000 euro l'anno (lordi) ha prodotto questo capolavoro.

Lorenzo Zamponi

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