SOCIETÀ

Crescita economica: parrucchieri e massaggiatrici non bastano

Dopo anni di intensa delocalizzazione e di specializzazione nel terziario, gli Stati Uniti sembrano voler far cambiare decisamente direzione alla loro economia.  Si è aperto recentemente un ampio dibattito sul ritorno all’industria quale elemento centrale per la crescita: imprenditori, ricercatori e università di primo livello hanno cominciato a riflettere sulla necessità di un rilancio della produzione negli Stati Uniti. Tra gli altri ne hanno parlato: Andy Grove, fondatore di Intel, mentre Gary Pisano e Willy Shih hanno pubblicato un articolo su Harvard Business Review e il MIT di Boston ha aperto un programma di ricerca diretto da Susan Berger e Phillip Sharp per studiare la produzione negli Stati Uniti. Le ragioni di questo ritorno alla manifattura sono principalmente legate alle due grandi questioni che angosciano gli Stati Uniti: innovazione (come sostenere la propria leadership nei confronti dei paesi emergenti, in particolare la Cina) e lavoro (i posti di lavoro sono stabili e aumentano di poco, nonostante la crescita economica). 

Il ricorso eccessivo all’outsourcing ha gradualmente svuotato le aziende americane di quelle competenze fondamentali nel sostenere i processi di innovazione. Non si tratta tanto dei lavoratori in catena di montaggio ma di ingegneri, tecnici, operatori qualificati che svolgono il proprio lavoro a stretto contatto con le attività produttive. Il saper fare di queste figure professionali è stato fortemente sottovalutato. Le imprese americane hanno pensato di potere separare nettamente le attività a basso valore aggiunto (come la produzione) da lasciare ai paesi in via di sviluppo e le attività ad alto valore aggiunto (quali marketing, comunicazione, distribuzione) nelle quali specializzarsi. Oggi gli Stati Uniti vogliono tornare padroni del proprio destino. È  un problema che non riguarda solo la manifattura tradizionale, anche nella Silicon Valley iniziano ad interrogarsi se la fuga degli ingegneri americani verso la Cina per seguire le attività produttive, non rischi di regalare loro la possibilità di diventare nel giro di pochi anni uno dei protagonisti nei settori high-tech.

La questione del lavoro è considerata ancora più urgente. Il settore dei servizi avanzati e la creative class che avrebbe dovuto rappresentare le aree di nuova occupazione “pregiata”, sembrano non aver mantenuto le promesse. Ormai lo si è capito: i servizi non sono stati in grado di assorbire la disoccupazione creata negli ultimi anni dalla delocalizzazione delle fabbriche. I processi di riconversione degli operai in addetti del terziario si sono dimostrati meno fluidi del previsto: difficile immaginare che chi ha lavorato per anni nella costruzione di macchinari meccanici possa nel giro di poco tempo diventare un designer oppure un parrucchiere. A questo punto, soltanto il ritorno alla manifattura rappresenta una soluzione concreta al problema occupazionale su larga scala. Naturalmente non si intende puntare sulla produzione a basso valore. L’obiettivo è un altro: specializzare gli Stati Uniti nella produzione ad alto valore aggiunto in settori industriali quali il biotech, nanotech e le energie rinnovabili. 

L’apertura di questo dibattito rappresenta per l’Italia un’opportunità per guardare con maggiore attenzione al proprio sistema produttivo. Per quanto anche le imprese Italiane abbiano fatto ricorso alla delocalizzazione, restiamo un paese con una forte specializzazione manifatturiera nei settori dove possiamo vantare una leadership internazionale come la moda, il design e la meccanica. E con tanta qualità artigianale, come ha messo ben in evidenza Stefano Micelli in Futuro Artigiano, che rappresenta quel serbatoio di conoscenze e saper fare fondamentale per garantire l’eccellenza dei nostri prodotti. Proprio partendo dal riconoscimento di questa specificità l’Italia potrebbe guardare al proprio futuro e investire per migliorare la propria competitività.

 

Marco Bettiol

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