CULTURA

La cultura fa bene anche all'economia

Università, scuola, biblioteche, musei, sale da concerti: negli ultimi 20 anni, i governi hanno dimostrato una decisa ostilità, o al più una marcata indifferenza, verso la cultura, la formazione, la ricerca. Tutto ciò che contribuisce a fare dell’Italia un paese moderno (e non ancora ridotto come la Grecia) è stato considerato un costo, penalizzato, avvilito. Così ci dicono Bruno Arpaia e Pietro Greco nel loro libro La cultura si mangia! (Guanda 2013). La loro tesi è che, nel mondo in cui viviamo, l’economia della cultura non solo conta ma è uno dei pochi settori in cui l’Italia avrebbe qualche chance di competere: già oggi dà lavoro a 1,5 milioni di persone. Il design, la moda, la gastronomia sono beni simbolici che possono essere costruiti solo attraverso processi culturali, processi che sono il frutto di un ambiente che li stimola, di un ecosistema. Lo scopo di ogni politica della formazione e della cultura dovrebbe essere alimentare questo ecosistema.

Molti economisti hanno lavorato sulla questione, qui vale la pena di citare un articolo di Christian Caliandro e Fabrizio Federici su Alfabeta2. “Interpretare ancora oggi la cultura e la produzione culturale in termini puramente economicistici significa, banalmente, volerla ancora costringere in un recinto che non le appartiene, all’interno di regole e parametri non suoi”. In altre parole, pensare che lo sfruttamento turistico passivo di molti  celebri monumenti, da piazza San Marco agli Uffizi, possa continuare all’infinito così come lo stiamo conducendo ora è un’assurdità. Essere il paese di Leonardo e Michelangelo non basta: occorre creare nel mondo la percezione che oggi siamo in grado di creare borse più belle, vini più buoni, lampade più eleganti di quelle di altri paesi. E questi prodotti di consumo non nascono per caso: nascono attingendo all’immenso serbatoio  di bellezza che ci circonda e lavorando con le tecnologie disponibili per valorizzarlo, cioè prendendo atto delle caratteristiche nuove dell’economia della cultura.

Arpaia e Greco giustamente citano un rapporto della fondazione Symbola che spiega questo processo: “Le componenti esperienziali e relazionali sono alla base dei social network, i quali a loro volta rappresentano oggi le piattaforme più efficaci e propulsive dei flussi di comunicazione tra gli individui. Una serie di flussi che potenzialmente [si possono] manifestare in forme di apprendimento collettivo”. Questo apprendimento collettivo non ha solo un valore per la qualità della vità e per la buona salute democratica del paese (oggi assai precaria). Da esso dipende “il sapere localizzato come fattore di competitività territoriale. Tale importanza diviene fondamentale se si accetta il fatto che determinati sistemi culturali e creativi (di scambio, produzione e consumo) hanno un ruolo territorializzante, vale a dire distinguono uno spazio geografico dall’altro, in termini anche competitivi”.

In altre parole, scrive ancora Symbola, l’Italia si distingue nel mondo perché esiste una dimensione culturale dei nostri prodotti che “si riverbera per esempio sulla percezione dell’intero sistema produttivo nazionale, stimolandone la domanda sui mercati esteri, traducendosi in consistenti flussi turistici rivolti verso il nostro territorio e le nostre città d’arte”. O meglio, si tradurrebbe se il sistema politico italiano non avesse dimostrato la propria totale incompetenza nel gestire la cultura negli ultimi 20 anni: come è possibile che i musei della Ruhr tedesca abbiano il doppio dei visitatori annuali di Pompei, si chiedono Arpaia e Greco. Ciò può accadere solo perché la Germania ha investito massicciamente, valorizzando risorse in partenza insignificanti rispetto alle nostre (la Ruhr era una zona industriale priva di qualsiasi attrattiva).

Che fare? Non ci sono ricette magiche: occorre lavorare su tutte le articolazioni del sistema scuola-cultura-formazione-ricerca considerandolo non un costo ma un investimento: “Oggi tutte le maggiori economie, a livello europeo stanno elaborando e applicando strategie ambiziose e sofisticate, in termini di politiche economiche industriali, per il settore culturale e creativo” scrive ancora Symbola. Sarebbe tempo di fare politiche diametralmente opposte a quelle fatte sin qui.

Fabrizio Tonello

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