SOCIETÀ

Italiani si diventa? Sì, a scuola

Cosa fa di un uomo un cittadino? L’essere nato in un posto, appartenere a una determinata famiglia oppure condividere le leggi e i valori della comunità? Una questione che riemerge anche oggi nel dibattito intorno alla concessione della cittadinanza agli stranieri, attualmente polarizzato tra i fautori della legge attuale, basata sulla trasmissione attraverso i vincoli familiari (il cosiddetto ius sanguinis), e quanti invece propendono per un sistema basato sul luogo di nascita, a prescindere dall’origine dei genitori (ius soli). Un tema, quello della cittadinanza per le cosiddette “seconde generazioni” (il termine è controverso), di cui il Bo si è già occupato, raccontando ad esempio le storie di Esad e di Ikram.

Una discussione fino a qui troppo spesso sterile, infiammata periodicamente da dichiarazioni politiche di segno opposto. Proprio per questo a molti è sembrata interessante la proposta di collegare la cittadinanza alla frequenza delle scuole dell’obbligo in Italia: un vero e proprio ius scholae, di cui abbiamo parlato con Stefano Molina, ricercatore della Fondazione Agnelli che si occupa di tematiche legate a scuola e immigrazione.

Quali sono l’origine e le ragioni del sistema italiano attuale?

I paesi con una storia più antica tendono a far trasmettere la cittadinanza attraverso la discendenza, mentre lo ius soli prevale soprattutto nei paesi ricettori di immigrazione. Nel caso italiano però la vecchia legge di epoca fascista permetteva allo straniero di diventare comunque cittadino dopo cinque anni di residenza. Poi con la legge 91 del 1992 il periodo richiesto venne innalzato a 10 anni per gli stranieri extracomunitari, mentre per i discendenti di cittadini italiani emigrati la soglia veniva abbassata a tre. Per i cittadini della Cee - poi diventata Ue - venivano stabiliti quattro anni, visto che si pensava di andare verso la costruzione di una cittadinanza europea. La legge sulla cittadinanza del 1992, emanata agli albori del fenomeno migratorio nel nostro paese, nasce insomma già figlia di una logica difensiva.

E per i figli degli immigrati?

Si decise di optare per uno “ius soli ritardato”: la cittadinanza poteva essere richiesta a 18 anni, se si provava di essere nati e di aver risieduto senza interruzioni in Italia. Col tempo però sono emersi diversi problemi: ad esempio molte anagrafi sono state informatizzate solo negli ultimi anni, altre addirittura non lo sono ancora. C’è poi il fatto che molti non sono presenti nei registri per lunghi periodi, perché magari in quel momento i genitori erano sprovvisti di permesso di soggiorno (solo la sanatoria del 2002-2003 ha regolarizzato circa 700.000 persone ndr). Il risultato è che ci sono diversi casi di ragazzi nati e vissuti in Italia che oggi si vedono sbattere la porta in faccia.

Cosa succede in questo caso?

Tutto diventa molto più difficile: si dovrà fare una nuova domanda secondo le procedure normali, dimostrando ad esempio di avere un reddito. Il rischio è quello di rimanere “straniero per sempre”, e addirittura di trasmettere questa condizione ai propri figli. Oltralpe per lo meno dal XIX secolo c’è il “doppio ius soli”, per cui chiunque nasca in Francia da un genitore a sua volta nato in Francia è automaticamente francese. Una norma a cui poi si sono adeguate la Gran Bretagna, la Spagna e dal 2000 anche la Germania.

Cosa propone la Fondazione Agnelli?

Di tornare intanto all’idea che sta alla base della legge, che è quella di dare la cittadinanza a chi è nato e cresciuto in Italia. E per provarlo quale modo più semplice e sicuro delle pagelle? Facili da verificare, sono la dimostrazione che il ragazzo non solo sia stato iscritto, ma che abbia anche frequentato la scuola. Già oggi la circolare 22 del 2007 il ministero dell’Interno va in questo senso, permettendo di allegare alla richiesta di cittadinanza la certificazione scolastica o medica, nel caso in cui la sua documentazione anagrafica presenti delle “brevi interruzioni”. Una decisione di buonsenso che potrebbe essere estesa a periodi più lunghi. Dal punto di vista dell’integrazione dovrebbe inoltre essere rassicurante per tutti sapere che una persona ha frequentato la scuola dell’obbligo.

Non sarebbe meglio una riforma organica della legge per la cittadinanza?

Partire a gamba tesa per modificare la legge, senza disporre di un vasto consenso politico e sociale, sarebbe forse ingenuo; intanto però si può fare il possibile per evitare l’ingiusta sofferenza delle persone, e soprattutto per impedire che da individuale diventi collettiva. Se poi si creassero le condizioni politiche per un ripensamento della legge, lo ius scholae permetterebbe di estendere la cittadinanza anche ai bambini nati all’estero e venuti in Italia in età prescolare: la cosiddetta “generazione 1,75”. Nella comunità cinese ad esempio è comune andare a far nascere i figli nella madrepatria: questi bambini un giorno sarebbero esclusi anche da una riforma che andasse nella direzione dello ius soli. Sarebbe invece interesse di tutti consentire a questi bambini di crescere nella certezza di diventare italiani. In fondo è proprio durante l’adolescenza che si fanno alcune scelte fondamentali per la vita, formando anche il senso di appartenenza alla comunità.

La scuola italiana oggi è davvero adatta a un compito così importante?

Per quanto concerne l’integrazione, la scuola sta facendo tutto sommato un buon lavoro. Non va tutto bene – ad esempio la percentuale dei bocciati è sensibilmente più alta tra gli alunni di origine straniera – ma ho la certezza che dentro la scuola italiana l’integrazione stia avvenendo. Spesso l’impressione è anzi di una scuola addirittura più avanti della società: fino quando sono lì, i ragazzi sono in qualche modo trattati su un piano di parità. Anche per questo penso abbia senso valorizzare ancora di più l’esperienza scolastica, collegandola anche a effetti concreti come l’acquisto della cittadinanza.

Daniele Mont D’Arpizio

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