SCIENZA E RICERCA

Le pillole dell'eterno riposo?

L’insonnia, ovvero il deficit di sonno sia quantitativo che qualitativo, è un disturbo molto più diffuso di quanto si potrebbe immaginare: una recente statistica indica che circa il 14% delle persone lamenta un qualche disturbo del sonno ed è insoddisfatta di come dorme, con conseguenze significative sulle ore di veglia quali sonnolenza, calo dell’attenzione, difficoltà di concentrazione e memorizzazione, riduzione dell’equilibrio e della coordinazione. La percentuale di insonnia aumenta poi con l'età raggiungendo, dopo i 60-65 anni, il 33% e le donne sembrano esserne maggiormente colpite. Si stima  che quasi un terzo delle persone di età superiore ai 65 anni e quasi il 40% di quelli oltre i 85 anni utilizzi regolarmente sonniferi.

Un recente studio condotto sulla popolazione americana, riferisce che nel 2010 faceva uso regolare di qualche tipo di sonnifero fra il 6% e il 10% dei cittadini degli Stati Uniti. Questa ricerca, pubblicata nel gennaio 2012 sulla rivista medica on line BMJ Open, è stata condotta attraverso il confronto, in Pennsylvania, di circa 10.000 pazienti affetti da insonnia e curati con sonniferi con altri 23.000 pazienti con insonnia ai quali non sono stati prescritti medicinali specifici nel periodo 2002-2007, e ha permesso di valutare meglio il fenomeno, ma soprattutto impone di riconsiderare in maniera radicale gli effetti collaterali di questi medicinali.

La valutazione clinica dell’insonnia è particolarmente complessa perché comprende vari aspetti, ovvero sia le modalità con cui si presenta, sia gli effetti che essa provoca nelle normali funzioni diurne dell’individuo. In questo senso è fondamentale chiarire il contesto del suo insorgere, la sua durata nonché stabilità nel tempo e, parimenti, eventuali connessioni con patologie o altri disturbi meno gravi osservati nel paziente insonne. Se, infatti, l’insonnia si presenta come effetto collaterale o secondario di un altro problema, la cura dipende dallo studio e comprensione dei rapporti causa-effetto della patologia che la induce. Talvolta però la situazione è diversa, l’insonnia si presenta indipendentemente da altre patologie e, allora, si configura come vera e propria malattia.

Le cause dell’insonnia possono esser di natura psicologia e/o fisica: ad esempio lo stress, l’insorgere di allergie alimentari, l’abuso di sostanze eccitanti, oppure l’essere affetti da psiconevrosi depressiva o ipertiroidismo. Di fatto, che essa sia un effetto secondario o un disturbo primario, dal punto di vista delle sue conseguenze poco importa: i suoi effetti sulla qualità della vita sono spesso intollerabili, potendo modificare in modo significativo la capacità di concentrazione e le relazioni di un individuo. C’è chi riesce a convivere, seppur male, con questo problema e chi invece non può essere privato in modo significativo del proprio sonno e ricorre perciò ad un aiuto farmacologico.  In questo ambito i farmaci maggiormente impiegati per contrastare l’insonnia sono le benzodiazepine, le non-benzodiazepine (come lo zolpidem), i barbiturati e gli antistaminici sedativi. In molti paesi ed anche in Italia la somministrazione delle benzodiazepine è la più diffusa: si tratta di un tranquillante minore, indicato nel trattamento a breve termine dell’ansia e dell’insonnia oltre che largamente impiegato come rilassante muscolare e antiepilettico. Quando usato con la corretta posologia, ovvero per trattamenti che non superino un mese, effettivamente ha riscontri positivi e gli effetti curativi riferiti ne giustificano l’impiego. Il problema nasce allorché venga usato in modo improprio.

In Francia, per citare un esempio in Europa, l’Autorità della Salute ha riscontrato che nella grande maggioranza dei casi i soggetti cui è stato prescritto l’uso di benzodiazepine non terminano il trattamento entro un mese ma addirittura proseguono la somministrazione mediamente per sette mesi. A farne il pieno sono in particolare gli anziani, la cui dipendenza da sonniferi diviene sempre maggiore con il passare dell’età. E’ noto, infatti, che la qualità del sonno cambia in modo drastico nell’arco della vita tanto che gli anziani si devono spesso accontentare di ripetuti sonnellini notturni. Talvolta in questi casi l’insonnia è indotta da problemi urinari, talvolta da disfunzioni dell’orologio biologico connesse a uno stile di vita sedentario, che impedisce l’identificazione naturale del ciclo giorno/notte. Sebbene inizialmente l’impiego di sonniferi appaia la soluzione ideale, la dipendenza e assuefazione che ne deriva dall’uso regolare porta ad effetti assai pericolosi: oltre a disturbo della memoria e del comportamento, è stato riscontrato un peggioramento nelle funzioni psicomotorie con un aumento decisivo nella perdita di equilibrio. Nulla di grave se confrontato con altri studi che delineano invece una possibile correlazione tra abuso di benzodiazepine e l’insorgere della demenza, come ipotizzato da un lavoro del gruppo di ricerca del professor Bernard Bégaud (Inserm-Università di Bordeaux II). E questa potrebbero essere solo la punta di un iceberg.

Lo studio statunitense precedentemente citato. [1] condotto dal prof. Daniel Kripke su un campione di individui particolarmente esteso (circa 10500 consumatori americani di sonniferi confrontati con un campione di 23500 di persone affette dalle stesse patologie ma non consumatori di sonniferi) ha evidenziato infatti una certa correlazione tra un tasso di mortalità maggiore a quanto atteso e l’assunzione anche apparentemente limitata di sonniferi. Ad esempio, 18 dosi all’anno parrebbero aumentare di ben 3,5 volte il rischio di morte rispetto a quanto osservato nel campione di confronto, e prescrizioni fra le 18 e le 132 dosi mediche annuali portano il rischio stimato a 5 volte di più. Non parliamo poi delle connessioni con l’incidenza di tumori,  in relazione ai quali i dati che si stanno raccogliendo sono poco confortanti. Gli autori hanno concluso che nel 2010 i farmaci ipnotici comunemente usati per contrastare l’insonnia possono essere associati con 320.000 - 507.000 morti in eccesso su quanto statisticamente atteso negli Stati Uniti: risultati davvero preoccupanti.

Certo dopo questi studi ci si può domandare perché i sonniferi siano ancora in commercio: come sottolineato da uno degli autori della ricerca, i moderati vantaggi,  spesso non permanenti, di questi farmaci appaiono molto lontani dal bilanciarne i rischi sostanziali.  La risposta, però, non va ricercata unicamente nel profitto delle case farmaceutiche e relativi indotti. Un po’ di responsabilità va attribuita all’iniziativa (e all’incoscienza) dell’insonne che, pur di dormire, non rispetta le prescrizioni. Ogni rimedio farmacologico dovrebbe essere impiegato sotto stretto controllo medico. L’uso improprio, per non dire l’abuso, ha spesso degli effetti imprevedibili che vanificano le nostre attese: talvolta, infatti, acuiscono i problemi che si volevano curare,  quando non provocano effetti collaterali anche gravi.

C.S.

 

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