UNIVERSITÀ E SCUOLA

Lettera dall'Australia

Poi uno cambia continente e s’illude che cambino anche le idee. Così parte dall’Italia a elezioni appena avvenute. Atterra in Australia, un paese fresco, giovane, che si sta espandendo. Un paese che sfrigola. Passano cinque mesi e ha il privilegio di assistere alle elezioni di questo popolo. La grande differenza è che nelle scuole adibite a seggi elettorali vendono anche salsicce. In Australia non è mai solo questione di dovere. È sempre anche questione di divertimento.

La maggioranza è netta, non ci sono problemi all’italiana: sabato 7 settembre 2013 vince Tony Abbott con la sua Coalition di conservatori. I laburisti perdono senza equivoci, nonostante il trucchetto del 26 giugno che ha visto togliere la leadership del partito a Julia Gillard per consegnarla nelle mani di Kevin Rudd, con conseguenti dimissioni della Gillard da primo ministro. 

A giugno me ne stavo nel quartiere di Sydney chiamato Bondi, perché mi pareva una bella idea abitare vicino alle spiagge. Pagavo l’affitto a una signora di cinquant’anni, Karon, che lavorava e lavora tuttora come giornalista per la ABC, la principale rete televisiva e radiofonica australiana. Quella mattina Karon mi disse: «We have a new Prime Minister». Io risposi: «Ma non ci sono state le elezioni». «Già».

Ecco, forse quella è stata una degna manovra all’italiana.

5 am: la boutade del primissimo mattino

Pur non avendo seguito con costanza la campagna elettorale che si è svolta negli ultimi mesi, ho avuto il privilegio, se vogliamo continuare ad usare questa parola, di assistere in presa diretta all’ultima boutade. Alle cinque del mattino di giovedì 5 settembre – a due giorni dalle elezioni – appaiono online le dichiarazioni di Jamie Briggs, lo spokesman della Coalition che si occupa, insieme ad altri, dell’esame degli sprechi di cui l’uscente governo laburista si è reso colpevole (il nome corretto della sua carica è Chairman of the Scrutiny of Government Waste Committee). Mr Briggs promette che il governo Abbott, se eletto, provvederà a disfarsi di – e qui cito perché l’inglese rende bene – “those ridiculous research grants that leave taxpayers scratching their heads wondering just what the government was thinking”.

L’immagine è carina. Ci sono tutti questi taxpayers che si grattano la testa come scimmie con i pidocchi, interrogandosi su cosà avrà mai attraversato la mente del governo (laburista) quella volta in cui ha permesso che venissero finanziati alcuni specifici progetti di ricerca. Mr Briggs fa la grazia di nominare alcuni esempi. I progetti incriminati sono almeno quattro: 1) The quest for the I. Reaching a Better Understanding of The Self Through Hegel and Heidegger; 2) Sexuality in Islamic Interpretations of Reproductive HealthTechnologies in Egypt; 3) The God of Hegel’s Post-Kantian Idealism; 4) How Urban Media Art Can Best Respond to Global Climate Change.

Due progetti su quattro – il primo e il terzo – sono di filosofia. Il secondo è di antropologia e il quarto di “public art”. L’insurrezione delle università è immediata, anche grazie ai giornalisti che tempestano di email i ricercatori coinvolti nei progetti menzionati, nella speranza di ottenere qualche dichiarazione. 

Briggs aggiunge alcune precisazioni. I tagli riguardano solo quei progetti giudicati inutili, non sia mai che la Coalition dica che la ricerca in toto è ridicola. Infatti non si tratta di un’operazione di riduzione, ma di reprioritising. È una questione di priorità e di gerarchie. I criteri di valutazione, che ben rispecchiano il linguaggio tecnico della Coalition, si identificano in utilità e repressione dello spreco. I referenti a cui bisogna render conto sono i taxpayers. Notare, perché credo sia davvero importante, che i soggetti chiamati in causa non sono generalmente i cittadini o gli Australiani, o le classi sociali, ma coloro che pagano le tasse. Questo ha riflessi intrinseci sui due criteri sopra menzionati, i quali assumono una piega leggermente più colorita: utilità economica, repressione dello spreco di denaro

La boutade delle 5 am, insomma, non è che l’ennesimo esempio del ben noto fraintendimento, evidentemente esteso dall’emisfero boreale a quello australe, circa il valore – e il senso – delle cosiddette “discipline umanistiche”. 

Non costruiamo ponti di ferro

A questi dello Scrutiny of Government Waste Committee, totalmente digiuni di filosofia, l’espressione “il Dio dell’idealismo post-kantiano di Hegel” deve avere fatto un gran ridere. Immagino che non si siano dati troppa pena di andare a verificare di cosa si trattasse.

Ora, posso capire che non sia così facile innamorarsi di Hegel. Ma chiunque abbia studiato un po’ di filosofia una cotta per Kant se l’è presa. A volte anche bella pesante. Non parliamo poi di tutte le persone che si prendono una cotta per Dio. Ma forse non conta un fico secco, proprio nel mondo attuale, capire come a seguito di importanti rivoluzioni del pensiero sia cambiato anche il concetto di Dio. 

A proposito di Kant, indelebile nella mia mente è l’esempio fatto dal mio professore di liceo. “Immaginate di indossare degli occhiali con lenti blu, che non potete togliere. Ogni vostra esperienza è filtrata attraverso queste lenti, che rappresentano le forme della sensibilità – spazio e tempo – e le categorie dell’intelletto: il vostro apparato trascendentale”. E scusatemi, ma io a sapere che forse stavo indossando un paio di occhiali blu trascendentali, un brivido quella volta l’ho provato. Qualcosa mi ha scosso: un pensiero aveva avuto presa su di me. Piccole trasformazioni interiori con grandi effetti sul modo di pensare e di agire, che non saprei quantificare in termini di utilità economica. Né quel giorno giudicai che lo stipendio del mio professore fosse uno spreco di denaro. Quel giorno compresi che invece aveva senso.  

Però d’accordo, è vero: chi si impegna nel campo delle discipline umanistiche non costruisce ponti di ferro, non ripara rubinetti, non fa le punture e non mette in funzione l’impianto elettrico di una casa. È vero: ciò che fa non è visibile al modo in cui si vedono le cose che “si vedono davvero” – cioè si toccano. Questo però non significa che non costruisca nulla. 

Un umanista (mi permetto l’uso di questo termine) lavora sulla lunga distanza, sul futuro che diventerà presente. Un umanista agisce microscopicamente al livello delle cose che non si vedono nell’immediato, al livello di ciò che è stato pensato, si pensa e si penserà. Lo sviluppo del pensiero, la critica che esso pratica su se stesso, sono determinanti nel nostro modo di vivere e operare. È una delle più stupide illusioni credere che agire nel e dal pensiero non abbia ricadute sulla realtà. Le opere di pensiero sono come edifici invisibili, ma percepibili, che si ficcano nel tempo e lo cambiano. 

Sehnsucht europea

Non è poi così curioso che in un paese come l’Australia, che va alla ricerca di un’identità storica e culturale come un assetato nel deserto dell’Outback, anch’io possa rappresentare una persona con una vera storia alle spalle, l’eredità culturale dalle radici profonde in cui tutto si intreccia: la letteratura, la filosofia, l’arte, la musica, la pittura, la scultura, l’architettura, le scienze fisiche, astronomiche, la medicina e chi più ne ha più ne metta. Quello che agli Australiani ancora manca, e che invece l’Europa ha, meritatamente o meno, è una cosa molto semplice eppure molto complessa: un tessuto. Proprio ciò che le università e la ricerca, anzitutto umanistica, mantengono vivo e presente, favorendo il diffondersi della consapevolezza di un percorso nel tempo. 

In Italia noi ci siamo (tristemente) arrivati al termine di un lungo percorso a non puntare più sulla ricerca in generale, a disprezzare le discipline umanistiche e tutto ciò che non è immediatamente quantificabile in un ritorno economico. In Australia sembra invece che il governo e i suoi sostenitori vogliano assumere questa posizione come punto di partenza. Peccato, perché questa gente della terra australe avrebbe tutte le carte in regola per tessere stoffe nuove e bellissime. 

Giovanna Miolli

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