SCIENZA E RICERCA

Sperimentazione animale, le contraddizioni della nuova legge

Una legge sostanzialmente corretta, ma con diversi punti oscuri per quanto riguarda la libertà di ricerca scientifica e lo stesso benessere degli animali da laboratorio. È questo il giudizio di Giuliano Grignaschi, responsabile dell’Animal Care Unit dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, sul decreto legislativo 26 del 4 marzo 2014, dedicato all’attuazione della direttiva 2010/63/UE, la norma specifica dell'Unione "sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici”.

Si tratta di una normativa complessa e densa di novità, tutte nella direzione delle “tre R”: reduction (ridurre), replacement (sostituire) e refinement (migliorare le condizioni) degli animali da laboratorio: una legge che era attesa da oltre un anno, ma che oggi, di fronte alle concrete misure che contiene, sembra scontentare un po’ tutti coloro che ne chiedevano l'introduzione. Da un lato, a essere deluse sono diverse associazioni per i diritti degli animali, che avrebbero preferito il bando definitivo della sperimentazione animale; dall’altro, numerosi gruppi di scienziati e di ammalati, che lamentano eccessive restrizioni alla ricerca di nuovi farmaci e terapie.

Qual è il suo giudizio sulla nuova legislazione?

Da un punto di vista generale credo che la normativa europea sia stata recepita in maniera sostanzialmente corretta dall’Italia. In un caso c’è stato anche un miglioramento: ad esempio si prevede come obbligatoria la presenza negli stabulari di un veterinario – come del resto avveniva con la legge precedente – mentre per la direttiva sarebbe potuta bastare anche quella di un esperto. C’è anche un certo aggravio delle procedure, che però onestamente trovo corretto. Penso anzi che ci aiuterà a collaborare maggiormente tra laboratori e istituti di ricerca, nella direzione della progressiva riduzione, auspicata da tutti, dell’utilizzo degli animali nella ricerca. Sono però state anche apportate, su indicazione del nostro Parlamento, alcune importanti restrizioni alla ricerca scientifica, che non sappiamo ancora come saranno valutate dall’Unione Europea. Un caso eclatante è ad esempio il nuovo comma 5 dell’art. 10, che vieta l’allevamento nel nostro paese di cani, gatti e primati per scopi di ricerca.

La cosiddetta “norma anti Green Hill”, dal nome dell’allevamento preso d’assalto da attivisti contrari alla sperimentazione animale.

La cosa strana è che lo stesso articolo autorizza, in casi particolari, l’utilizzo di questi esseri a fini di sperimentazione, che dovranno quindi essere acquistati all’estero. Il trasporto è però una delle fasi più pericolose per gli animali: in questo caso quindi la norma – introdotta solo da noi – va contro gli stessi obiettivi della direttiva! Il perché mi è stato detto direttamente, durante alcuni confronti pubblici, da alcuni esponenti di associazioni animaliste: l’intenzione è di rendere talmente difficile e costosa la sperimentazione nel nostro paese, da spingere in pratica laboratori e ricercatori a lasciare l’Italia.

Cosa pensa dei divieti che coinvolgono gli xenotrapianti (trapianti di organi da una specie all’altra) e le sostanze d’abuso?

Per queste due norme, inserite nell’art. 5 del decreto (paragrafo 2, lettere d ed e), non è stata data alcuna giustificazione, se non emotiva. Per gli xenotrapianti, è davvero difficile spiegare il senso di un divieto assoluto, vista la nostra cronica carenza di donatori.  E anche per quanto riguarda le dipendenze da droga, nicotina e alcol la ragione del divieto non è chiara. Da un punto di vista scientifico i modelli di sperimentazione funzionano molto bene. Ogni anno inoltre arrivano sul mercato clandestino in Italia decine di nuove sostanze d’abuso, di cui non sappiamo assolutamente niente e alle quali sono esposti i nostri ragazzi: perché in presenza di un reale problema di salute oggi si decide di vietare le ricerche in questo campo?

Perché secondo lei?

Forse si ritiene ingiusto sacrificare vite animali per aiutare chi adotta uno stile di vita ritenuto sbagliato. Questo però è un ragionamento molto pericoloso, perché un domani potrebbe essere esteso anche ad altre categorie di soggetti, come gli obesi e i malati di Aids. 

La portata di questi divieti però è stata in parte disinnescata dalla stesso legislatore.

Esatto: secondo l’art. 42, i divieti dovrebbero infatti entrare in vigore a partire dal 1 gennaio 2017, ma fortunatamente solo se sarà verificata l’effettiva disponibilità di metodi alternativi. A questo fine, entro il 30 giugno 2016, il Ministero della Salute dovrà svolgere un monitoraggio, avvalendosi delle strutture dell’Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna.

È realistico pensare prima o poi a una ricerca senza animali? 

Già oggi si ricorre alla sperimentazione animale solo quando non se ne può fare oggettivamente a meno. Quello che ancora non c’è nelle metodologie alternative è la complessità dell’organismo intero, che ad oggi non riusciamo a ricostruire in silico (cioè tramite simulazioni al computer, ndr) e in vitro. Anche perché non sappiamo ancora tutto dei processi biologici, e fino a quando non riusciremo a comprenderli appieno, dubito che potremo rinunciare completamente alla sperimentazione sugli animali. Dopodiché, credo che con la tecnologia riusciremo nei prossimi anni a ridurre ulteriormente il numero degli animali impiegati.

A suo giudizio l’Italia rischia comunque una sanzione da parte dell’Ue? Voi vi adopererete in questo senso?

Il rischio è reale, anche perché le restrizioni introdotte dall’Italia non solo rischiano di danneggiare malati e ricercatori, ma non vanno neppure nella direzione di un maggior benessere degli animali. La direttiva era a nostro giudizio perfetta, frutto anche di 10 anni di confronti e di discussioni, che hanno coinvolto anche le associazioni per la difesa dei diritti degli animali. Sarebbero bastati due giorni a recepirla così com’era, come del resto hanno fatto tutti gli altri paesi europei. Quanto a noi dell’Istituto Mario Negri, saremo come sempre in prima fila perché in Italia si possa continuare a fare ricerca. 

Daniele Mont D’Arpizio

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