CULTURA

La forza del 1848 in Veneto

170 anni fa l’anno delle rivoluzioni, il temibile 1848, iniziava a spiegare la sua potenza. E proprio in Veneto: a Padova l’8 febbraio con la sollevazione contro la guarnigione austriaca, il 23 marzo a Venezia con la proclamazione della Repubblica Veneta di Daniele Manin.

Eventi storici che soprattutto oggi vale la pena ripercorrere: per questo cade particolarmente utile la ripubblicazione di alcuni saggi di Angelo Ventura, riuniti da Donzelli nel volume Risorgimento veneziano. Daniele Manin e la rivoluzione del 1848 (2017). Un tema che per lo storico padovano, laureatosi nel 1954 discutendo con Roberto Cessi una tesi dedicata proprio al problema costituzionale veneziano nel 1848-49,  fu un vero e proprio banco di prova e segnò l’inizio della carriera accademica.

Si tratta di studi che, pur a diversi decenni dalla prima pubblicazione, non solo restituiscono la freschezza e l’entusiasmo di un percorso scientifico e intellettuale ancora agli inizi, ma mantengono anche in molti passaggi il sapore dell’attualità. Già nel secondo dopoguerra infatti si andava affermando una rilettura del Risorgimento come processo incompleto e al tempo stesso irrispettoso delle autonomie locali, elitario e per molti aspetti fallimentare.

Tesi che oggi come allora appaiono messe in crisi da una puntuale ricostruzione dei fatti. A Padova come a Venezia infatti i moti del ’48 nascono dal basso e non da ristrette cerchie e consorterie, che anzi non di rado tentano di contrastarli in ragione del quieto vivere. Le rivoluzioni venete sono movimenti popolari e partecipati, a differenza di quanto accade a Roma, Milano e Napoli. Se a Padova a insorgere, accomunati dallo stesso afflato, sono gli studenti e la cittadinanza, a Venezia il ruolo di protagonisti spetta agli operai dell’Arsenale, che il 21 marzo si ammutinano e in due giorni spingono Daniele Manin, appena uscito dalle prigioni austriache, a proclamare la repubblica in piazza San Marco, contro una buona parte dell’aristocrazia e dell’alta borghesia rappresentate dagli organi della municipalità.

Inizia così l’avventura della rinata repubblica, popolare e democratica, che sarà spenta solo l’anno successivo dall’assedio austriaco. Una vicenda non priva di errori e di debolezze, come quelle derivanti dalla costante tensione interna tra repubblicani e conservatori, timorosi di  perdere i propri privilegi, e tra Venezia e le province della terraferma, che presto abbandoneranno la città lagunare al suo destino. Mancheranno poi i mezzi e la strategia per un’efficace difesa militare (per guidare la quale si chiamerà il generale e patriota napoletano Guglielmo Pepe), mentre con gli insorti lombardi e con la monarchia sabauda i rapporti saranno sempre difficili e ambivalenti, contribuendo all’isolamento dell’esperienza veneziana.

Una vicenda in cui spicca in tutta la sua importanza la figura di Daniele Manin, a cui sono dedicati due saggi nella seconda parte del libro. Uomo di forte tempra morale di grande cultura – a 14 anni si iscrisse all’università di Padova e a 17 era già laureato in legge, avendo nel frattempo appreso anche il latino e il greco, l’ebraico, il francese, l’inglese e il tedesco – fu forse “Il più grande e il più nobile degli statisti italiani” portati alla ribalta dal ’48 (secondo la definizione dello storico britannico George Macaulay Trevelyan). Eppure ancora oggi il suo nome viene troppo di rado associato a quelli di Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini come padre della patria. Proprio per questo Ventura ne valorizza la figura, rispondendo soprattutto a chi vedeva in lui – e in generale negli avvenimenti veneziani – i caratteri del municipalismo e del provincialismo nostalgico.

Perché i moti di Padova e di Venezia, sottolinea più volte lo storico padovano, furono figli di un ideale e di una visione fermamente nazionali e italiane: di chi “per patria egli non intendeva Venezia, ma tutta quanta l’Italia”, come proprio di Manin scrisse la moglie Teresa. Sia gli studenti di Padova (tra cui c’erano anche molti bresciani, bergamaschi, dalmati…) che sfidavano i soldati imperial-regi con il tricolore e vestendo “all’italiana”, sia gli arsenalotti e il popolino veneziano non vagheggiavano insomma – secondo lo studioso – un ritorno ai tempi della Serenissima, ma erano semmai ispirati dal senso di una comune patria italiana, anche se tutta ancora da costruire.

In questi come in altri studi successivi Angelo Ventura, scomparso due anni fa, dimostra accanto al rigore dello studioso anche quella passione civile che diventerà proverbiale, e che – sottolinea Adriano Viarengo nell’introduzione – gli sarà anche rimproverata dai colleghi. Critiche a cui lo storico padovano replicava citando Ferdinand Braudel, che ammetteva il suo incondizionato amore per la Francia, e chiedendo provocatoriamente quanti studiosi italiani fossero pronto a fare una dichiarazione del genere. “Il tono generale della cultura italiana, degli intellettuali e anche degli storici… – scriverà nel 1996, in un articolo intitolato La responsabilità dello storico – è incline a una visione ipercritica e negativa del passato e del presente, al gusto della critica radicale e della ‘smitizzazione’ piuttosto che al giudizio equilibrato”. Proprio perché comuni a tutti, i valori civili per Ventura non solo non erano un ostacolo, ma erano addirittura l’antidoto alla “molteplicità di culture e di identità politico-ideologiche” che laceravano la società e il mondo culturale italiani. Una lezione su cui, a 60 anni dalla prima pubblicazione di questi saggi, vale forse la pena continuare a riflettere.

Daniele Mont D’Arpizio

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