UNIVERSITÀ E SCUOLA

Il governo taglia i fondi degli atenei, ma siamo in Danimarca

Il metodo più efficace per risolvere almeno in parte la crisi finanziaria? Praticare tagli ingenti a ricerca e istruzione. In questo caso non è stata l’Italia, ma la Danimarca, ad aver elaborato la controversa “soluzione”. E l’idea, lanciata lo scorso ottobre, si sta traducendo in questi giorni in realtà: si tratta di 190 milioni di euro in meno agli enti per l’istruzione danese, con un taglio dell’8,5% per le borse di ricerca.

Le difficoltà economiche non sono una novità per l’università danese, che dal 2010 continua a subire un calo delle sovvenzioni per studente. Nonostante ciò, il sistema continua a garantire la gratuità dell’istruzione superiore, non solo agli studenti nazionali, ma anche a tutti i comunitari. E se la ricerca è riuscita a mantenere standard elevati nonostante la continua riduzione dei fondi statali, è grazie anche e soprattutto ai finanziamenti esterni. Ma una manovra tanto drastica come quella annunciata dal governo nei giorni scorsi rischia di portare a un mutamento davvero salomonico nel sistema universitario danese.

I cambiamenti, inoltre, potrebbero non finire qui: è ancora in fase di discussione la recente proposta del ministro dell’Università e della scienza, Lunde Larsen, di cambiare i parametri di valutazione per il finanziamento degli atenei. Allo  schema a  tassametro attuale, che premia le istituzioni in base al numero degli studenti laureati, il ministro contrappone la possibilità di valutare gli atenei su tre parametri: la qualità (non la quantità), il numero di studenti laureati che trovano lavoro,  l’influenza dell’istituzione sulla propria regione territoriale (a sostegno di un meccanismo che supporti la distribuzione dell’istruzione in tutto il Paese).

La proposta di attribuire i finanziamenti anche sulla base dell’influenza sul territorio non premierebbe però la maggiore università del Paese, quella di Copenaghen, che, essendo l’ateneo della capitale, non ha un bacino specifico e quindi non attingerebbe a tali fondi. L’università di Copenaghen, oltre ad essere dunque seriamente minata dalle ipotesi sui nuovi standard di valutazione per l’attribuzione dei finanziamenti, è anche l’istituzione più duramente colpita dai tagli decisi dal governo a gennaio: da sola, infatti, deve trovare in questi giorni il modo per ridurre i propri costi di circa 40 milioni e 200.000 euro. La prima manovra, comunicata dal rettore nei primi giorni di febbraio, si è rivelata necessariamente severa: l’ateneo ha deciso di eliminare più di 500 posti di lavoro, equamente distribuiti – in costi – fra staff amministrativo e docente, con la precisazione che una posizione da eliminare su quattro sia di ricercatore. Si tratta di un taglio del 7,5% dello staff, che colpisce in maniera particolarmente dura l’area più consistente, quella della scienza e della medicina (più di 330 posti), ma anche inevitabilmente l’area delle scienze umane (90 posti), sulla quale si era già abbattuta la scure a inizio anno accademico, dimezzando il numero dei posti disponibili per i nuovi dottorandi.

Ancor prima di decidere i tagli al personale, a gennaio l’università di Copenaghen aveva deciso di stringere sulla didattica, eliminando i corsi meno frequentati, non a caso nell’area umanistica. Nonostante sia l’unico ateneo al mondo a offrire un corso di laurea triennale e uno magistrale in lingua, società e cultura della Groenlandia, sembra che sarà proprio il corso di eschimologia uno dei primi ad essere soppresso, assieme a quelli di finlandese e polacco. Ma nel 2016 non verranno ammessi studenti nemmeno ai corsi di indianistica, studi indiani moderni, lingua e cultura indiana, studi sudasiatici, tibetologia, studi balcanici, ebraico, turco e greco antico.

L’università si adegua, ottimizzando risorse e limitando gli sprechi. Fare un dottorato in indianistica non è abbastanza produttivo, né lo è tramandare gli studi di eschimologia, evidentemente. Si torna al dibattito, sempre più acceso e globale, sull’utilità e l’economia degli studi e della ricerca, soprattutto in ambito umanistico. E che un baluardo garantista dell’istruzione ceda su questo fronte fa riflettere, con preoccupazione.

Chiara Mezzalira

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