CULTURA

Internet: scrittura, algoritmi e libertà

Dickens in Domhey e figlio scrive: “Ah se uno spirito buono scoperchiasse le case con una mano più potente e benevola del diavolo zoppo della storia, rivelando a un popolo cristiano le forme scure che escono dalle case…” e il romanziere Paolo Zardi (in libreria per Feltrinelli con Tutto il male finché dura) in merito aggiunge: “quello stesso brulicare di relazioni che si vedrebbe così facendo è quello che nel bene o nel male mettono in luce i social, che creano una mappa di interconnessioni tra singoli molto più dettagliata di quella che, ai tempi d’oro, poteva avere Dio”.

I social creano una mappa di interconnessioni tra singoli molto più dettagliata di quella che, ai tempi d’oro, poteva avere Dio

La rete, sia nei social network che più in generale nella sua struttura intrinseca (è un mare, che non a caso si naviga), per noi che la utilizziamo in modo quasi aholic, è effettivamente uno strumento di cui perdiamo i confini, la misura. Non sappiamo prevedere fino in fondo quali saranno le conseguenze delle nostre azioni, lì. Zardi, che oltre ad essere un romanziere è un ingegnere informatico, sottolinea il fatto che i motori di ricerca sanno di noi molto di più di quanto non sappiano, forse, le persone che ci sono vicine. Ma non conoscendo come “ragionano” gli algoritmi che stanno dietro ai social, alle app e agli strumenti che utilizziamo in rete, questi sono per noi come “il mistero imperscrutabile della volontà divina”, dice, cioè “ci affidiamo a Facebook come fosse la Provvidenza, e invece è un’azienda che vende noi stessi agli inserzionisti”.

Ci affidiamo a Facebook come fosse la Provvidenza, e invece è un’azienda che vende noi stessi agli inserzionisti

La regolamentazione dell’utilizzo della rete è quindi un tema sempre attuale. Di recente il Parlamento Europeo si è espresso in merito alla direttiva sul copyright (contro la quale il colosso dell’informazione libera Wikipedia ha protestato oscurando le sue pagine per qualche giorno), e la ha bocciata, rimandando a settembre una nuova formulazione ed eventuale approvazione. Questa avrebbe voluto regolamentare in modo più restrittivo la condivisione dei link ipertestuali, da un lato per evitare fake news e dall’altro per tutelare gli editori produttori di contenuti, che in qualche modo avrebbero dovuto, secondo le indicazioni della direttiva, ricevere un compenso a fronte della condivisione degli stessi.

Il diritto d’autore e il riconoscimento della paternità di un’opera di concetto, a fronte di un ritorno di natura economica, è un istituto antichissimo (risalente addirittura all’invenzione della stampa e regolato per la prima volta da una legge inglese nel Settecento). Oggi, secondo Zardi, proprio per la presenza della rete dove tutto circola liberamente (e a volte anche illegalmente) andrebbe forse ripensato, perché sono cambiate radicalmente le modalità con cui i contenuti vengono prodotti e vengono fruiti.

E gli scrittori cosa ne pensano? In un’epoca in cui il loro mestiere è raramente abbastanza remunerativo da poter permettere loro di campare di scrittura (salvo pochi fortunatissimi casi: gli autori di best seller) si augurerebbero di venire maggiormente tutelati?

Secondo Zardi, che cura anche un blog letterario, Grafemi, in cui pubblica racconti inediti di scrittori esordienti e non, la risposta è quasi scontata: “Negli scrittori prevale il desiderio di condividere [che sia sul web o meno]. Se il libro cartaceo poi non è in grado di competere con il web, è un problema del libro: non dobbiamo tutelarlo in quanto tale”.

Negli scrittori prevale il desiderio di condividere

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