UNIVERSITÀ E SCUOLA

La leggenda degli 8 crani di palazzo Bo

Lo studente che, dopo anni di fatica, varchi la soglia della sala di medicina a palazzo Bo a Padova per uscirne con il tanto agognato titolo, forse presterà poca attenzione (preso da altri e più impellenti pensieri) ai resti che incorniciano una delle estremità della stanza. Si tratta, secondo la tradizione, di un lascito importante: stando a una “leggenda” che ancora si narra, otto professori dell’università di Padova avrebbero donato il loro corpo alla ricerca scientifica e, per celebrare un atto tanto generoso, i loro crani sarebbero stati esposti proprio nella sala dove oggi siedono i futuri dottori. Ora però uno studio pubblicato su History of Psychiatry, a firma di Alberto Zanatta, Giuliano Scattolin, Gaetano Thiene, e Fabio Zampieri, dimostra che i fatti sarebbero andati un po’ diversamente. “Questa – sottolineano gli autori – e altre ‘favole’ che aleggiano su palazzo Bo non sono vere. In questo caso però i documenti storici relativi alla collezione svelano una storia ancora più avvincente”.

I docenti in questione, secondo la targa apposta su ognuno dei crani, sono figure di primo piano nella storia dell’ateneo padovano e non solo. Sono il fisiologo Stefano Gallini, il fisico Salvatore Dal Negro e il medico Floriano Caldani, rettori dell’università rispettivamente negli anni 1812-1813, 1828-1829 e 1835-1836. E ancora figurano Santorio Santorio (1561-1636), medico padovano noto per essere stato tra i primi a usare misurazioni fisiche in campo medico, il matematico Carlo Conti (1802-1849), Giacomo Andrea Giacomini (1797-1849) e Bartolomeo Signoroni (1796-1844) eminenti chirurghi. L’ultimo cranio, senza alcuna indicazione di appartenenza, è attribuito al giurista Antonio Meneghelli (1765-1844) o a Pietro Luigi Mabil (1752-1836). Mentre l’altro dei due si ritiene sia andato perso.

Ebbene, secondo i ricercatori padovani non esiste alcun documento che dimostri l’esplicita volontà degli otto professori di donare il proprio corpo alla ricerca scientifica, come ancora si racconta. Altri sarebbero invece i rilievi emersi. “Da una ricerca multidisciplinare, storica e antropologica – spiegano gli studiosi – abbiamo scoperto che Francesco Cortese, professore di anatomia a Padova, iniziò una collezione di crani dei colleghi forse per poter svolgere i suoi studi di frenologia”. Ed è lo stesso Cortese, ultimo docente ad aver utilizzato il teatro anatomico per le sue dissezioni tra il 1838 e il 1848, a raccontare la genesi della raccolta in un articolo pubblicato nel 1882 (a cui fece seguito un secondo di Giampaolo Vlacovich).  

Il primo dei crani a entrare in suo possesso fu quello di Santorio Santorio. Sepolto a Venezia nella chiesa dei Servi, fu riesumato nel 1812 quando l’edificio fu demolito e le spoglie consegnate al medico Francesco Aglietti. Fu la moglie di Aglietti, alla morte del marito, a donare le “preziose reliquie” a Cortese il quale decise di conservare solo il cranio e di porlo nel museo di medicina che allora si trovava a palazzo Bo vicino al teatro anatomico. Il secondo e il terzo cranio che aggiunse alla raccolta furono quelli di Dal Negro e Meneghelli, dei cui corpi aveva eseguito personalmente l’autopsia. I resti di Mabil, Caldani e Gallini (questi ultimi due suoi professori), morti tutti di colera nel 1836, furono invece consegnati a Cortese al momento della loro riesumazione dal direttore del cimitero in cui erano stati sepolti. Infine l’ultimo cranio di cui venne in possesso fu quello di Bartolomeo Signoroni, che pure era stato suo collega e del quale aveva eseguito la dissezione. A procurare i crani di Conti e Giacomini furono invece i medici che gli succedettero. Solo in due casi, e cioè per Meneghelli e Signoroni, le rispettive famiglie avevano chiesto esplicitamente che i crani dei loro cari fossero conservati.      

Vien da chiedersi a questo punto quali ragioni possano aver spinto Cortese a iniziare questa singolare raccolta. “Il fatto che egli abbia preparato e conservato i crani di amici e colleghi – scrivono i ricercatori – potrebbe suggerire mancanza di emozioni, ma va considerato innanzitutto che il nostro atteggiamento nei confronti della morte è diverso rispetto al passato”. Una prima spiegazione, secondo gli autori, potrebbe essere la volontà di mantenere il ricordo di tanto importanti personalità attraverso i loro resti mortali. Le tecniche di conservazione degli organi e l’imbalsamazione del resto erano particolarmente note nell’Ottocento, in pieno spirito positivista, sia per scopi medici sia proprio per  preservare i corpi di uomini famosi (si pensi a Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini). 

Gli scienziati avanzano tuttavia anche una seconda ipotesi. Nella prima metà del XIX secolo, quando Cortese iniziò la raccolta, era in voga una teoria scientifica nota con il nome di frenologia, poi abbandonata a fine secolo. Introdotta da Franz Joseph Gall (1758-1828), sosteneva che le funzioni psichiche avessero una precisa localizzazione cerebrale a cui corrispondevano dei rilievi sul cranio: lo studio della morfologia del cranio dunque avrebbe consentito di determinare le facoltà intellettuali e la personalità di un individuo. Ebbene, gli autori sostengono che Cortese dimostrasse di avere una certa familiarità con tale dottrina e che potrebbe aver conservato i crani proprio per portare avanti questo tipo di ricerche. 

Accanto agli studi storici i ricercatori hanno condotto sui crani anche indagini antropologiche, esami radiologici e tomografia assiale computerizzata (Tac), stabilendo per ognuno degli individui il sesso, l’età di morte e la struttura fisica. Infine, hanno fornito la descrizione della morfologia facciale, del mento, del naso e degli occhi. 

Sebbene, va detto, solo l’esame del Dna possa stabilire con assoluta certezza l’identità di un corpo, i risultati delle indagini scientifiche confermano quanto tramandato dalle fonti storiche e le caratteristiche dei volti tracciate dagli studiosi corrispondono ai ritratti esistenti dei professori. Unica eccezione Santorio Santorio che sarebbe morto all’età di 75 anni: gli studiosi hanno invece attribuito al “suo” cranio un’età compresa tra i 41 e i 60 anni. Un altro mistero da risolvere?

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