CULTURA

Nesbø, l’evoluto piacere della lettura (e della scrittura)

Il Premio Chandler 2018 verrà assegnato allo scrittore, musicista e attore norvegese di 58 anni Jo Nesbø (Oslo, 29 marzo 1960). Già calciatore di A, giornalista, broker, chitarrista e paroliere (spesso negli stadi con la sua band Di Derre), dal 1997 ha scritto ottimi lunghi romanzi della adrenalinica malinconica serie dedicata a Harry Hole (da cui sono stati tratti film e sceneggiati), leggendario poliziotto, alto 1 e 93, magro e largo di spalle, biondo con iridi azzurre, pallido esausto sincero altezzoso individualista, segnato da un’enorme cicatrice fra bocca a orecchio e dal medio della sinistra troncato. Ne è seguito un grandissimo successo mondiale, Nesbø viene pubblicato in più di 50 lingue. Dopo altri thriller, storie per bambini, saggi, racconti e dopo l’undicesimo romanzo della serie, si è dedicato specificamente a Shakespeare, con il rifacimento di Macbeth come noir (quasi) attuale, ambientato durante i Settanta in una città (sempre) piovosa della Gran Bretagna e capace di ricalcare trama, efferati caratteri e tragiche azioni dei personaggi d’autore, 400 anni dopo la morte del loro inventore. Nonostante il sangue scorra a fiumi, la lettura degli scritti di Nesbø costituisce una piacevole attività, certamente per decine di milioni di donne e uomini contemporanei, una percentuale considerevole fra quelli che leggono, fra la (maggioritaria) parte che legge fiction, fra la (maggioritaria) parte che legge gialli. Come noto, le classifiche di vendita dei libri da molto tempo non hanno ai primi posti saggi (o poesie), prevalgono i romanzi e, fra di essi, quelli di uno specifico genere letterario. E ciò costituisce un incentivo a scriverne per (quasi) chiunque ne legga, scriva di altro e visioni le classifiche. Chi fra di noi legge molto sa di essere una minoranza e comunque tende a pensare che si pubblichino troppo scritti. Forse è il caso di riflettere sullo strettissimo nesso fra lettura e scrittura.

Un primo spunto di riflessione è che l’uovo è la scrittura e la gallina la lettura, non l’inverso, anche se poi il ciclo è continuo (come per gli animali ovipari). Abbiamo cominciato a comunicare molto prima di scrivere e a scrivere prima di leggere (e far leggere) quanto avevamo scritto. Pur avendo già abilità visuospaziali, qualche attività cerebrale-manuale coordinata d’interazione corpo-cervello- fattori abiotici, i primi umani non scrivevano, oltre due milioni di anni fa; pur gestendo spazi anche virtuali e potendo quindi “immaginare” azioni e costruire strumenti, nemmeno i primi sapiens scrivevano, oltre 200 mila anni fa. Probabilmente l’evoluzione del nostro corpo e della nostra anatomia già ci aveva messo nelle condizioni di articolare suoni atti all’utilizzo linguistico, ma abbiamo avuto bisogno di altri oltre 100 mila anni per dotarci di un linguaggio di parole articolate simboliche e di altre decine di migliaia di anni per tradurre in scrittura le migliaia di lingue diverse che gruppi di sapiens parlavano in varie parti ormai di tutto il mondo, vi fosse stata o meno un’origine monogenetica o poligenetica, esistano o meno tante o poche famiglie di lingue affini o derivate. Negli ultimi 30 mila anni risultano scomparse (estinte?) o indecifrate migliaia di lingue orali o in qualche modo “segnate”, decine di migliaia di anni di comunicazioni (e anche narrazioni) orali per supportare pensieri sempre più complessi. Quando si cominciò a scrivere (probabilmente attraverso “invenzioni” e focolai creativi limitati e indipendenti), si cominciò anche a leggere, a pensare e comunicare attraverso quei segni. Numeri, luoghi, altre specie. Probabilmente c’erano molti più lettori che scrittori e già più pensatori astratti (tutti?) che lettori concreti.

Una seconda riflessione riguarda la nuova capacità comunicativa umana di narrare e tramandare i mondi scritti, non solo attraverso la lettura immediata. Individui stranieri o della generazione successiva possono imparare a leggere quanto già scritto, oltre che comunicare e scrivere a loro volta. Le lingue sono state motore essenziale per trasformarci da specie invasiva degli ecosistemi a specie dominatrice e narratrice del pianeta (rimasta l’unica umana), mettendo in comunicazione tutti i fattori biotici e abiotici, consolidando un processo onnipervasivo dei sapiens parlanti loquaci e promiscui. La scrittura determinò un’ulteriore evoluzione, conseguente al lento affermarsi di un modo di produzione agricolo e infrastrutturale per una parte cospicua dei gruppi e degli individui. Da allora, la storia è più nota: anche se scritta solo da alcuni degli individui dei gruppi prevalenti, le narrazioni e la lettura di come possa essere andata hanno superato quasi ogni confine. Tuttavia, c’era e c’è chi non legge libri, per sopravvivere se ne può fare a meno, né senza si vive automaticamente peggio. Il fatto è che, a forza di leggere (e scrivere), qualcuno non può proprio più prescinderne, massicciamente. Aldilà dell’utilità, del dovere e del piacere, il funzionamento del cervello e il susseguirsi dei giorni risultano biologicamente dipendenti dalla lettura (e scrittura).

Un terzo spunto di riflessione riguarda la composizione dell’intera umanità, la dialettica comunitaria fra io, noi e tutti, l’evoluzione delle proporzioni e dei rapporti (a due, come nucleo, città, popolo) fra chi sa leggere quanto già scritto e chi no, fra chi sa scrivere altro e chi no, fra chi ne ha i relativi poteri (gradi di libertà) oltre che le capacità. La comunicazione sociale iniziò presto a dare al collettivo vantaggi e svantaggi delle capacità e dei poteri di alcuni singoli individui; la struttura e il lessico delle lingue si dilatò e arricchì, per descrivere e narrare divenne essenziale l’uso della metafora. La scrittura attiva una nuova logica del pensare, del comunicare, del trasmettere, non limitata a chi esercita quelle azioni e arti. All’interno di un gruppo umano possono scrivere in pochi e leggere in pochi più, ma possono esistere e valere comunicazioni per tutti, narrazioni comuni, saperi condivisi, scienze. Quando parliamo delle prime civiltà colte, folte e istituzionalizzate non vanno dimenticate le gerarchie interne, fra i generi e fra i lavori, nella politica e nella religione. Scrivere e leggere sono ben presto divenuti oggetto di diseguaglianze culturali e sociali, talora messe pure per iscritto, poi stampate.

Insomma, scrivere e leggere marciano da sempre insieme, restano sinonimo di conoscenza, cominciano a essere sempre meno sinonimo di potere. Oggi l’immaginario è meno sintattico, la tecnologia ha contribuito a far prevalere linguaggi non verbali, talora solo visivi, talaltra solo musicali, pure senza più nemmeno supporti fonico-acustici. E in politica si affermano soggetti che danno peso a leggere e scrivere il meno possibile, avendo come cibo altre narrazioni orali. Il ruolo degli scritti (anche poco letti) resta rilevante all’interno di nuclei ristretti e autoreferenziali. Sono innumerevoli i festival letterari e i gruppi di lettura, gli inserti culturali e le presentazioni editoriali, si pubblicano sempre più titoli da parte di tantissime imprese, leggono sempre di più vario quei pochi minoritari che leggono. C’è un mondo separato degli scrittori, di chi a vario titolo scrive per lavorare, editare, vivere, figure professionali che si sovrappongono e integrano quasi come una “casta”. Una parte di loro legge poco. Come anche separato è il mondo dei lettori, di chi in vario modo non può fare a meno di leggere molto con frequenza, per dovere o piacere. Buona parte di noi scrive anche, qualcuno quasi mai fiction. Scrittori e lettori frequentano necessariamente il mercato, si cercano entro “generi” che possano dar loro un senso, identificarli, unire i propri separati mondi. Il noir è uno di questi generi, forse oggi il principale, letteratura straordinariamente popolare da due secoli, trasfigurazione colorata del mystery (crimini e investigazioni) nato in Occidente a metà Ottocento per coevi processi economici e sociali (poi il giallo in Italia, l’hard-boiled negli Usa e qualcosa di simile in praticamente tutti i paesi e tutte le culture del mondo), coerente con una diffusa incapacità contemporanea di garantire verità e giustizia condivise. Senza estraniarsi dalla realtà, senza invocare superiorità o specificità, leggere noir può essere piacevole e intelligente, qualsiasi dei grandi scrittori vincitori del Chandler in questi 30 anni. 

Fondato nel 1988 su iniziativa della giornalista Irene Bignardi (all'epoca direttrice del MystFest di Cattolica), il premio fu istituito in accordo con il Raymond Chandler Estate (fondazione facente capo agli eredi di Graham Greene) in occasione del centenario della nascita di Chandler. Consiste nella riproduzione in argento del famoso dobloneBrasher (dal nome dell'incisore), una rara e preziosa moneta d'oro coniata nel 1787 che compare nella terza avventura di Philip MarloweFinestra sul vuoto (The High Window1942). Dal 1993 è assegnato annualmente alla carriera di un autore dal Noir in festiva le lo hanno finora vinto fior fiore di scrittrici e scrittori, solo 5 italiani: Graham GreeneLeonardo Sciascia,James Ballard e Donald Westlake,Frederick ForsythManuel Vázquez Montalbán,Osvaldo SorianoCarlo Fruttero e Franco LucentiniP. D. JamesEd McBain,James CrumleyMickey SpillaneAndrew VachssJohn le CarréJohn GrishamJames GradyIan RankinGeorge P. PelecanosElmore LeonardScott TurowAlicia Giménez Bartlett,Leonardo Padura FuentesMichael ConnellyPetros Markaris e Andrea CamilleriDon WinslowHenning MankellJeffery DeaverJoe R. LansdaleRoberto SavianoMargaret Atwood, quest’anno Jo Nesbø. La XXVIII° edizione del Noir in festival si svolgerà a Milano e Como dal 3 al 9 dicembre 2018. La cerimonia di premiazione di Nesbø è prevista al Teatro Sociale di Como sabato 8 dicembre ore 21 (incontro coi lettori domenica 9 dicembre alla Libreria Feltrinelli Duomo di Milano ore 17.30). Mi e (forse) ci è difficile scrivere come loro. Leggerli è possibile a molti

(A proposito, i 5 finalisti per il premio Scerbanenco2018 al miglior giallo italiano edito, assegnato a Milano il 3 dicembre, sono:Ilaria Tuti, I fiori sopra l’inferno, Longanesi; Piergiorgio Pulixi, Lo stupore della notte, Rizzoli; Patrick Fogli, A chi appartiene la notte, Baldini&Castoldi; Maurizio De Giovanni, Il purgatorio dell’angelo, Einaudi; Giorgia Lepore, Il compimento è la pioggia, E/O. Ottimi scrittori, buone letture anche le loro.)

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