SCIENZA E RICERCA

I primi consumatori di latte erano africani di seimila anni fa

Lo sviluppo della capacità di consumare latte in età adulta – una delle tante peculiarità della nostra specie – è un esempio da manuale di quel processo definito gene-culture co-evolution, cioè dell’interdipendenza, nell’uomo, fra la storia culturale e la storia biologica.

Il meccanismo fisiologico che permette a circa il 35% della popolazione umana di consumare latticini ad ogni età della vita è noto: consiste nella persistenza – ben al di là dell’età dello sviluppo – della lattasi, l’enzima che consente la digestione del lattosio, lo zucchero maggiormente presente nel latte. Quel che decenni di studi non hanno ancora chiarito, però, è la dinamica che ha portato all’emergere di questa mutazione genetica, la cui distribuzione geografica nelle popolazioni umane è strettamente associata alle aree in cui, anticamente, si sviluppò la pratica dell’allevamento di bestiame. La domanda che gli studiosi si pongono riguarda il rapporto di causa-effetto tra l’innovazione culturale dell’allevamento, attività le cui prime tracce risalgono alla Rivoluzione Neolitica, e l’emergere, in alcune antiche popolazioni (soprattutto in Europa, in alcune parti dell’Asia e in determinate zone del continente africano) della mutazione genetica che ha determinato la lactase persistence (LP).

Uno studio condotto da un gruppo di ricerca internazionale, recentemente pubblicato da Nature Communications, sembra dare una risposta a questo enigma: gli studiosi, incrociando dati provenienti dalla paleoproteomica (lo studio delle proteine rinvenute su reperti fossili), dall’analisi genetica e dall’archeologia, mostrano come, in diverse zone dell’Africa orientale subsahariana, vi siano chiare evidenze del consumo di latte e suoi derivati da parte di individui privi della mutazione genetica LP.

Che il latte di altri mammiferi fosse utilizzato come alimento già in età neolitica in varie parti del mondo è documentato da diverse fonti; tuttavia, uno dei problemi riscontrati fino ad oggi consisteva nell’impossibilità di comprendere, a partire dai reperti archeologici disponibili, se gli individui che consumavano prodotti caseari avessero sviluppato o meno la mutazione LP. Per ovviare a questa limitazione, i ricercatori si sono serviti di una tecnologia innovativa – la paleoproteomica, appunto – per analizzare i residui proteici conservati nel tartaro dentale solidificato di reperti fossili di 41 individui rinvenuti in tredici diverse località del Kenya e del Sudan: “Queste zone dell’Africa – specificano gli autori – presentano oggi un’elevata diversità di alleli associati alla persistenza di lattasi, e inoltre proprio qui sono state rinvenute le più antiche tracce di pastorizia”. I risultati sono sorprendenti: sono state rintracciate proteine del latte ben in 8 dei reperti analizzati, i più antichi fra i quali risalgono addirittura a 6000 e 4000 anni fa. In alcuni casi, inoltre, è stato possibile identificare anche la specie da cui il latte proveniva: i primi pastori africani allevavano bovini e ovini, tra cui sicuramente le capre, particolarmente adatte a climi aridi.

È interessante notare come le analisi proteomiche siano state condotte su reperti che erano stati già sottoposti, negli anni passati, ad approfondite indagini genetiche, che avevano mostrato come nessuno di questi antichi consumatori di latte presentasse, nel proprio genoma, la mutazione che garantisce la persistenza di lattasi. In questo caso, dunque, sarebbe stata l’innovazione culturale a fare da traino per l’innovazione genetica: ciò offre una soluzione empiricamente fondata all’annosa questione circa il rapporto di causalità fra mutamenti biologici e culturali.

Le motivazioni di questo adattamento prima di tutto culturale potrebbero essere cercate, sostengono gli autori, nelle necessità poste dalle difficili condizioni ambientali: “Il nostro studio – affermano – indica che la pratica di consumare latticini potrebbe essere stata un fattore importante nel guidare la selezione per la lactase persistance. Se questo sia connesso ai vantaggi nutrizionali apportati dal latte in specifici regimi alimentari, ai benefici di un alimento liquido in un ambiente arido, e/o alla sua utilità come mezzo per affrontare periodi di siccità o di scarsità di cibo, è una questione che andrà approfondita con ulteriori studi. Tuttavia, è plausibile che si siano dovute verificare fasi particolarmente difficili, come una siccità, per innescare una forte selezione in favore della LP. In Africa, il consumo di latte potrebbe aver contribuito a fenomeni di espansione di comunità di pastori verso nuove regioni, e alla sopravvivenza di intere popolazioni a periodi di aridità climatica”.

Insomma, appare sempre più evidente come, nelle prime società dedite alla pastorizia, la pratica di consumare latticini – anche con l’aiuto di tecniche di fermentazione esterna, come la produzione di yogurt e formaggi – abbia preceduto di millenni l’emergere della mutazione che garantisce la persistenza di lattasi. In particolare, è degno di nota che questi antichi ritrovamenti siano localizzati in Africa: mentre, infatti, in Europa è diffusa un’unica mutazione collegata alla persistenza di lattasi, fra le diverse popolazioni attuali del continente africano ne sono presenti ben quattro; inoltre, ancora oggi alcuni popoli africani vivono di pastorizia, e il latte è per loro una fonte primaria di nutrimento. Per di più – ultimo rilievo, ma non meno importante – queste prove sfatano il mito secondo il quale la capacità di digerire il latte si sarebbe sviluppata esclusivamente in Europa, venendo perciò celebrata da alcuni come una prerogativa “bianca”, europea, e contribuiscono invece a “ridefinire le narrazioni esistenti” intorno a uno dei più famosi casi di coevoluzione tra natura e cultura.

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