SCIENZA E RICERCA

Ovuli con il “copyright”: anche il corpo si brevetta

“Nelle vicende che riguardano i brevetti biotecnologici esiste sempre una componente molto forte di pregiudizio e timore. E i dibattiti sulla ‘privatizzazione’ della vita confondono le acque e contribuiscono a rendere poco chiaro il problema”. Ad affermarlo è Rosaria Romano, docente di diritto commerciale all’università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara, nel commentare la più recente pronuncia in materia della Corte di giustizia europea. Ma la questione non è univoca, perché sul fronte opposto c’è chi si chiede se sia lecito permettere di brevettare parti del corpo umano manipolate in laboratorio. 

La questione nasce qualche anno fa, quando l’International Stem Cell Corporation presenta all’United Kingdom Intellectual Property Office (Ufficio della proprietà intellettuale del Regno Unito) due richieste di brevetto, uno per il processo di attivazione partogenetica di ovociti per la produzione di cellule staminali embrionali umane e l’altro per la produzione di cornea sintetica  attraverso l’isolamento di staminali pluripotenti ottenute sempre per partenogenesi. Nella pratica vengono utilizzati ovuli non fecondati che, in assenza di spermatozoi, vengono stimolati a dividersi e svilupparsi in laboratorio con tecniche chimiche ed elettriche. Le cellule così ottenute, dette partenoti, si comportano in modo del tutto simile a un embrione e si sviluppano per non più di cinque, sei giorni sufficienti a ricavare cellule staminali.

Nel 2012 le richieste di brevetto vengono respinte sulla base di una direttiva europea del 1998 che dichiarava gli embrioni umani non brevettabili a fini industriali e commerciali. Una sentenza della Corte di giustizia europea del 2011, aveva inoltre stabilito che non erano brevettabili procedimenti che, ricorrendo al prelievo di cellule staminali embrionali, causassero la distruzione di embrioni umani. E quella stessa sentenza definiva “embrione” non solo l’ovulo umano fecondato, ma anche quello non fecondato in cui fosse stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e (arriviamo al nostro caso) un ovocita non fecondato attivato per partenogenesi. 

A quel punto però l’azienda impugna la decisione dell’Ufficio brevetti davanti all’High Court of Justice britannico che sottopone la questione alla Corte di giustizia europea. Risultato: la Corte, rivedendo le posizioni del 2011, stabilisce che non può essere considerato embrione un ovulo non fecondato indotto a dividersi e svilupparsi attraverso partenogenesi, se privo della “capacità intrinseca di svilupparsi in essere umano, circostanza che spetta al giudice nazionale verificare”. Una sentenza dunque che prevede la possibilità di brevettare il partenote. 

Di fronte a questo cambio di direzione negli orientamenti dei giudici comunitari, la stessa Rosaria Romano, ad esempio, vede nella recente sentenza un dialogo maggiore tra scienza e diritto, per lungo tempo considerati due mondi distanti e separati. Ora invece il diritto si rifà alle “attuali conoscenze della scienza” e la scienza d’altra parte cerca di proporre soluzioni alternative davanti ai limiti imposti dal diritto. Arrivando, nel caso specifico, a un modo per ottenere cellule staminali embrionali senza distruggere embrioni umani, attraverso l’attivazione per partenogenesi di ovociti non fecondati. Una possibilità in più per gli scienziati, secondo Rosaria Romano, che permette di ovviare al problema della mancanza di cellule staminali embrionali su cui poter lavorare. “La sentenza del 2011 – sottolinea la giurista – rappresentava una chiusura, forse condizionata ideologicamente. La Corte di giustizia europea ora rivede le sue posizioni e accetta la soluzione proposta dagli scienziati. Del resto sarebbe contraddittorio ammettere la ricerca e poi impedirne la brevettabilità dei risultati”.  

A pensarla diversamente e a spostare il focus delle questione è invece Carlo Foresta, docente dell’università di Padova e responsabile del servizio per la patologia della riproduzione umana dell’azienda ospedaliera. Secondo il medico, infatti, la Corte ha ragione nel ritenere che un ovocita attivato per partenogenesi non debba essere considerato un embrione. Si tratta infatti di una riproduzione che parte da un unico elemento cellulare in cui manca completamente il Dna paterno. Allo stesso tempo però, pur essendo favorevole alla ricerca in questo campo, Foresta sostiene di essere contrario alla possibilità di brevettare il materiale ottenuto attraverso questo tipo di sperimentazione. 

Ma gli interrogativi non finiscono qui. “La sentenza della Corte di giustizia ribadisce in modo chiaro che un embrione umano non può essere brevettato a fini industriali, né può essere commercializzato – osserva Antonio Da Re, membro del Comitato nazionale di bioetica. E continua: “È facile supporre che al di là degli appelli a favore della ricerca scientifica entrino qui in gioco interessi economici potentissimi. Giustamente Carlo Flamigni, uno dei pionieri della medicina riproduttiva, ha osservato come nessuna università sarebbe mai riuscita a ottenere un parere così favorevole all’uso degli ovociti e alla loro manipolazione”. Il docente osserva in secondo luogo che il business dovrà poi reperire gli ovuli da manipolare e questo realisticamente comporterà l’attivazione di un mercato per la produzione e la cessione di ovociti: difficile infatti immaginare che le donne si sottopongano a trattamenti ormonali piuttosto fastidiosi, senza alcuna forma di retribuzione. “E per come vanno le cose nel mondo è da mettere in conto anche lo sviluppo di una qualche forma di mercato clandestino di gameti femminili”.

Infine, secondo Da Re, c’è forse da valutare la questione di fondo: è lecito che parti del corpo umano, modificate in laboratorio, siano considerate invenzioni da brevettare, al pari di un qualsiasi manufatto prodotto dalla tecnica e dall’intelligenza umana? “Ciò che oggi vale per l’ovulo domani potrà valere per altre cellule, tessuti, organi umani, brevettati con tanto di copyright. Si tenga presente che qui la questione centrale non riguarda tanto la possibilità di far ricerca sugli ovociti, sulle cellule staminali, quanto la brevettabilità e quindi la commercializzazione di qualcosa che è riconducibile all’uomo”. Tra i molti interrogativi che tra l’altro si aprono vi è quello che concerne la pratica delle donazioni, come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni, quale espressione alta di solidarietà tra gli appartenenti alla famiglia umana: sarà destinata ad estinguersi?

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