UNIVERSITÀ E SCUOLA

Risparmiare, risparmiare. Così i medici si specializzeranno (forse)

Corsi più brevi, più borse disponibili, più spazio per la pratica in strutture sanitarie esterne all’università. Pochi giorni fa è stato finalmente firmato dai ministri Giannini e Lorenzin il decreto che rivede il sistema delle scuole di specializzazione di area sanitaria. È il primo, fondamentale passo, ma perché si arrivi alla reale attivazione del nuovo ordinamento occorrerà un secondo provvedimento, con cui verranno aggiornati i requisiti per le singole scuole e le reti formative. Quali sono le principali novità? Le vere e proprie soppressioni riguardano solo due casi, odontoiatria clinica generale e medicina aeronautica e spaziale. Si registrano poi tre accorpamenti (malattie infettive con medicina tropicale, patologia clinica con biochimica clinica, farmacologia con tossicologia medica) mentre due scuole conferiscono le proprie attività a strutture affini: si tratta di neurofisiopatologia, che confluisce in neurologia, e chirurgia dell’apparato digerente, che confluisce in chirurgia generale. In totale, si passa da 62 scuole a 55. Quanto alla durata, forse la novità più rilevante per l’impatto finanziario, ben 36 delle 55 scuole superstiti vedono ridursi la durata di un anno, e in un ulteriore caso, statistica sanitaria e biometria, la riduzione è addirittura di due anni. Vengono aboliti i corsi di sei anni: ora la durata complessiva delle scuole andrà da un massimo di cinque a un minimo di tre anni. Un risparmio di risorse e mezzi così rilevante (circa il 14% in meno di anni di insegnamento complessivi per ciclo formativo) dovrebbe avere un’immediata ricaduta positiva: il ministro Giannini ha dichiarato che, nel bando che sarà pubblicato quest’anno, le borse di specializzazione “messe a disposizione dal ministero” dovrebbero essere 700 in più. Se consideriamo che le borse ministeriali del bando 2014 erano 5.000 (escludendo quelle finanziate da enti locali e quelle riservate a militari e a medici strutturati), l’incremento, se confermato, sarà rilevante.

Altra novità importante riguarda, come si accennava, i criteri di organizzazione della rete formativa. L’idea di fondo è quella di ampliare le opportunità di fare esperienza fuori dalle università: il decreto prevede che l’insieme delle strutture formative, che dovrà essere certificato dal rettore, verrà definito con accordi tra gli atenei e le Regioni vicine. Sarà il consiglio di ogni scuola di specializzazione a proporre l’inserimento nella rete formativa di strutture extrauniversitarie e a stabilire per quanto tempo ogni specializzando vi svolgerà la pratica. Il pieno coinvolgimento di soggetti esterni nell’organizzazione della scuola viene sancito anche con l’inserimento dei dirigenti delle strutture sanitarie non universitarie, che sono parte della rete formativa, nella didattica (con la nomina a professori a contratto, responsabili della certificazione del tirocinio) e con l’inserimento nel consiglio della scuola.  

C’è spazio anche per esperienze internazionali: il decreto prevede che i medici in formazione possano compiere “attività presso istituzioni estere” per un massimo di 18 mesi. A tutela degli specializzandi, viene rimarcato che essi non possono essere impiegati “in totale autonomia nella assunzione di competenze di natura specialistica”. Viene disciplinata, ovviamente, la fase di transizione dal vecchio al nuovo ordinamento: fino all’approvazione dei nuovi regolamenti didattici di ateneo, gli specializzandi già in corso potranno proseguire fino a conclusione le scuole secondo le modalità previgenti, potendo comunque optare per il passaggio al nuovo ordinamento (possibilità, quest’ultima, preclusa solo agli iscritti all’ultimo anno di corso). Da segnalare, infine, la protesta dei rappresentanti degli specializzandi non medici: per loro è previsto un regime differenziato, da definire con un provvedimento ad hoc da emanare entro 60 giorni dalla pubblicazione del decreto appena approvato. La categoria teme che individuare un percorso formativo specifico per i non medici possa tradursi in penalizzazioni anche in termini di risorse a disposizione. In questo senso il Cun, nella delibera del 16 dicembre scorso, aveva sottolineato come il diploma di specializzazione sia un titolo imprescindibile anche per i laureati in discipline diverse da medicina e chirurgia che aspirino ai ruoli dirigenziali del servizio sanitario; veniva sollecitato, perciò, un rapido chiarimento normativo sulle scuole destinate ai non medici e sul loro ordinamento didattico.

Tocca agli atenei, ora, compiere “a tempo di record” (come richiesto dal ministro) l’adeguamento dei regolamenti didattici e di quelli delle singole scuole: nella speranza, s’intende, che i funzionari del ministero stabiliscano analoghi record per le norme sui requisiti della rete formativa e sull’accesso per i non medici. Quanto al bando 2015, le dichiarate intenzioni di anticiparlo fortemente rispetto all’anno scorso (uscì in agosto) si scontrano con l’inevitabile nebulosità di un sistema tutto da ricostruire.

Martino Periti

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