CULTURA

Sul futuro, tra le montagne e la neve

La loro strada con quella de “il Mario”, come i compaesani chiamano l’autore de Il sergente nella neve, si incrocia più volte: lo leggono da ragazzi, l’ammirano. L’uno, convinto ambientalista, ci dialoga pubblicamente sui giornali riguardo al tema della caccia, che per Rigoni Stern ha un importante valore tradizionale, e nel 1997 viene premiato in Carnia proprio da lui per un suo romanzo, Nemmeno il destino, ambientato sulle Dolomiti; l’altro nel 1999 realizza un’intervista video, con la regia di Carlo Mazzacurati, che tratteggia un ritratto indimenticabile di Rigoni Stern uomo, prima ancora che narratore: in tre giorni e tre notti in montagna insieme passano dal “lei” al “tu” senza quasi accorgersene, perché ‒ dice lo scrittore ‒ “ci sono delle persone che quando si incontrano, prima si assaggiano, poi quando si sono assaggiate e un po’ studiate vedono che possono camminare insieme, come noi adesso nella neve”.

Sono Gianfranco Bettin e Marco Paolini che con il romanzo Le avventure di Numero Primo (Einaudi 2017), nel decennale della morte di Mario Rigoni Stern, vincono l’omonimo premio letterario dedicato allo scrittore asiaghese, consegnato sabato scorso a Riva del Garda nel corso di una serata che ha ricordato lo scrittore con letture e canti di montagna. E questa loro vittoria, in qualche modo, sembra la chiusura di un cerchio.

 

Il romanzo è stato definito dalla giuria (Ilvo Diamanti, Paola Maria Filippi, Mario Isnenghi, Daniele Jalla e Paolo Rumiz, coordinamento di Margherita De Tomas) una “fantafavola [che] mette in scena un mondo futuro trasformato dalla biotecnologia in cui, però, l'intelligenza artificiale scopre di poter avere, senza saperlo, anche un cuore”. Numero Primo è infatti il primo individuo di quella che potrebbe forse essere una nuova stirpe, una nuova specie addirittura, figlio di una madre di carne e di una macchina con la coscienza: dell’ingegneria informatica e della manipolazione genetica dunque.

Uno scenario che presuppone quel “salto di scala” che è stato preconizzato nel Novecento, spiega Bettin, ma che in questi anni vertiginosi, promettenti e inquietanti, in cui le frontiere della scienza e della tecnica si spostano sempre più avanti, non sembra più fantascienza. “Abbiamo provato a raccontare non più memoria, non più il passato, ma ad interrogarci sul presente con un occhio sul futuro, a partire da una passione che abbiamo in comune” specifica Paolini. Cioè la divulgazione delle nuove conoscenze, dalla biologia alla fisica quantistica, passando per le scienze sociali.

Tutto è nato nel modo in cui Paolini è uso raccontare le storie: cioè oralmente, come gli aedi, come i trovatori. Hanno messo a punto insieme un canovaccio che hanno perfezionato in due anni di “studi”, cioè di narrazioni pubbliche in cui aggiustavano il montaggio, sostituivano parti di racconto, fino a raggiungere la forma definitiva del monologo che l’attore sta portando in tournée adesso. Il romanzo, invece, è nato dopo ed è più ampio: può permettersi di raccontare molto di più, cosa che per i ritmi del teatro sarebbe impensabile.

Ci hanno lavorato insieme, spiegano, perché non sarebbe stato possibile per nessuno dei due affrontare questi temi in solitudine: “Il futuro pone interrogativi, gli interrogativi fanno nascere discussioni e le discussioni si fanno con qualcuno”. E, prosegue Paolini: “Se il romanzo ha un pregio è che in esso non c’è un’utopia, ma un’eterotopia: non c'è un altro modo di immaginare il futuro se non quello di progettarlo, e questo nostro è un piccolo progetto”.

I due autori hanno scelto “la via del freddo”: Venezia è ghiacciata (e diventata la Disneyland che tutti temiamo) e il Petrolchimico di Porto Marghera, oramai dismesso, è la Fabbrica della neve. Di fronte quindi a scenari di mutamento climatico che vanno nella direzione dell’aumento della temperatura, dello scioglimento dei ghiacciai, dell’innalzamento del livello delle acque, sono ottimisti: gli scienziati hanno trovato il modo per produrre il freddo. Bettin cita Zanzotto: “Che sarà della neve; che sarà di noi?”.

Ed è proprio in un “utero di roccia e ghiaccio”, come scrivono nel romanzo, che nasce Numero Primo, un bambino ipersensibile e iperdotato, una discontinuità come quelle che, in altre occasioni, hanno permesso la perpetuazione del mondo.

Paolini dice, ridendo: “Se dobbiamo scegliere il nostro Pleistocene, va benissimo che sia il Sorapis” e poi si fa serio: “Questi – il ghiacciaio che lì non c’è più, Porto Marghera ecc. – sono luoghi in cerca di riscatto. Noi abbiamo cercato di portare la montagna, che per la sua solidità viene sempre associata all’idea di passato, nel futuro”.

Valentina Berengo

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