CULTURA

La trasformazione del lavoro. La lotta, la fatica in 18 canzoni italiane

La Festa dei Lavoratori del 1° maggio viene introdotta in Italia nel 1890. Cent'anni più tardi, tre sigle sindacali (CGIL, CISL e UIL) hanno organizzato a Roma il primo concerto per celebrare questa festa. Ma il rapporto tra canzone e lavoro è più antico, con le canzoni che i lavoratori di tutto il mondo e di epoche diverse hanno sempre usato per accompagnare il lavoro. Alla fine dell'Ottocento, però, comincia a farsi strada il concetto che il lavoratore abbia anche dei diritti, come per esempio quello al riposo. Lo testimonia il celebre Inno del Primo Maggio scritto da Pietro Gori nel 1892 sull'aria de Va' Pensiero tratto dal Nabucco di Giuseppe Verdi: "Disertate o falangi di schiavi / dai cantieri da l'arse officine / via dai campi su da le marine / tregua tregua all'eterno sudor!".

Qui abbiamo scelto 18 brani della canzone italiana, dal popolare al cantautorale, coprendo l'arco che va dal canto di protesta delle mondine del 1906 fino al recente Vita in vacanza dello Stato Sociale. 18 brani a ricordare l'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (legge del 20 maggio 1970) che tutela i dipendenti da licenziamenti illegittimi. Le proteste per la sua abolizione e sostituzione con cosiddetto Jobs Act del 2015 sono state forse la più recente manifestazione della lotta dei lavoratori per la tutela dei propri diritti.

Per l'occasione abbiamo creato una playlist su Spotify che trovate qui sotto. Buon ascolto e buona lettura!

 

Le canzoni popolari

I primi tre brani parlano delle rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici nella prima parte del secolo. Se otto ore è diventata celebre nelle interpretazioni dei cori delle mondine del nord d'Italia, soprattutto nel periodo delle grandi lotte degli anni Dieci e Venti. Saluteremo il signor padrone, qui nel duetto tra Francesco De Gregori e Giovanna Marini (dall'album Sento il fischio del vapore del 2002) mostra la brutalità del lavoro nelle risaie. Mentre le mondine ritornano a casa sul treno (un elemento che ricorre con grande frequenza nelle canzoni sul lavoro) salutano il padrone "per il male che ci ha fatto / Che ci ha sempre maltrattato / Fino all'ultimo momento".

Altra categoria di lavoratrici maltrattate è quella delle lavandaie, che qui ricordiamo con un brano popolare napoletano, Canto delle lavandaie del Vomero, reso famoso nel 1965 da Roberto Murolo. Secondo una linea interpretativa il canto risalirebbe addirittura al periodo Duecento e Quattrocento.

 

Se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorar e proverete la differenza di lavorare e di comandar

Nel decennio che viene ricordato soprattutto per le lotte studentesche del '68, diversi autori italiani danno spazio al lavoro e alle lotte operaie nelle proprie canzoni. A cominciare dal cantautore milanese Ivan Della Mea che in O cara moglie (1966) racconta una scena domestica in cui il marito, mandato a letto il figlio, racconta alla moglie dei crumiri che non hanno scioperato in fabbrica. Ma si rende subito conto che il ragazzo deve sentire, perché deve capire come funziona il mondo.

Con Una miniera, i New Trolls portano in Italia un tema, quello delle difficoltà dei minatori, che è molto presente nella canzone popolare di altri paesi, a cominciare del Regno Unito, dove gli scioperi del lavoratori sono stati momenti importanti nella storia sociale del paese, come per esempio quella dei minatori gallesi durante il governo di Margaret Thatcher nel biennio 1984-85. Il brano della band italiana è invece dedicato al Disastro di Marcinelle dell'8 agosto 1956, quando nella località del Belgio morirono 262 persone, di cui 136 immigrati italiani.

Le lotte operaie degli anni Settanta

I Settanta sono il decennio delle grandi lotte operaie, ma anche della lotta armata. Nelle canzoni emerge la violenza dello scontro sociale, a cominciare da Mio caro padrone domani ti sparo di Paolo Pietrangeli del 1970, che possiamo considerare una bonus track della playlist. Lo spirito anarchico delle lotte è invece il centro de La locomotiva di Francesco Guccini (1972), un brano che non ha bisogno di presentazioni, tanto è celebre e centrale nella storia della canzone italiana, non solo a tema lavoro.

Ma c'è anche chi comincia a scrivere canzoni usando l'ironia e uno spirito critico diverso. È il caso di Giorgio Gaber e la sua Gli operai. Il lavoratore di Gaber non è solo sfruttato dai padroni, ma anche da chi lo usa solo come immagine retorica. Il testo mette in mostra anche la presunta necessità di essere sempre guidati da qualcun altro, mentre Gaber ci ricorda che "Gli operai hanno addosso una forza tremenda / che può rovesciare questo mondo di merda / che noi alimentiamo e non si ferma mai”. Anche Pietro Ciampi si è spesso occupato di lavoro raccontato dal punto di vista sociologico, ma qui lo ricordiamo con Il lavoro, un brano del 1973 in cui mette in mostra il lato umano, più fragile del lavoratore. Un uomo che non può avere certezze e garanzie da offrire alle donne di cui si è innamorato. Profetico, per versi, della precarietà che ha invaso il mondo lavorativo nel nuovo secolo.

Di ispirazione anarchica e sempre vicino ai più debole, Fabrizio De André non poteva non occuparsi di lavoro. Nel 1973 pubblica un disco che reputa la sua prima vera e propria dichiarazione politica: Storia di un impiegato. Si tratta di una raccolta di canzoni a tema (un concept album) che racconta la storia, appunto dell'impiegato. A cominciare da una certa delusione per il maggio francese (Canzone del maggio). Qui abbiamo scelto Il bombarolo che racconta la disperazione dell'impiegato, uno stato d'animo "se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato", che prepara un vero e proprio attentato che però finisce in ridicolo.

Enzo Jannacci scrive Vincenzina e la Fabbrica per il film Romanzo Popolare di Mario Monicelli nel 1974. La canzone introduce in questa nostra selezione un altro elemento fondamentale nel rapporto tra lavoro e canzone, ovvero le storie di migrazione. Vincenzina, infatti, è una donna avellinese che arriva nella periferia milanese per lavorare in fabbrica in un contesto alienato e alienante: "Vincenzina vuol bene alla fabbrica / e non sa che la vita giù in fabbrica / non c’è, se c’è… com’è?".

Che Guccini fosse un idolo, ma contemporaneamente un padre da uccidere, per Rino Gaetano è noto (lo dice apertamente in un celebre brano, Nuntereggae più). Però come il cantautore di Pavana, anche Gaetano scrive una canzone sul lavoro e lo fa mettendo al centro della storia un ferroviere, ovvero Agapito Malteni ferroviere (1974). Sfruttato e sottopagato architetta un piano che però il collega "buono come lui, ma meno utopista" impedisce. Musicalmente, invece, il brano si accosta molto a Il bombarolo di De André.

Il gruppo veneziano prog de Le Orme scrive invece un brano che si distacca dalla cronaca di lotta degli anni Settanta. In Se io lavoro (1977) introducono elementi che si possono interpretare in modo ambiguo: "Se io lavoro è perché non so che fare / Ho pochi amici con cui passare il giorno". Da una parte lavoro non solo come mezzo per guadagnarsi da vivere, ma un elemento che dà senso all'esistenza. Ma è chiaro che se la società fosse migliore, avremmo altro da fare. C'è anche un riferimento al fatto che "perdere tempo vuol dire restare indietro": non lavorare significa rimanere tagliati fuori, una specie di sindrome FOMO (fear of missing out) ante litteram? Musicalmente il brano è lontano dalla sonorità prog tipica della band e sembra anticipare il synth pop del decennio successivo, quello messo a punto da Franco Battiato e Giusto Pio.

E se dovessi tornare a nascere un'altra volta / Direi al Signore di darmi la forza del contadino / E non mi manca certo la gioia di vivere Le Orme

Dagli anni Ottanta ai giorni nostri

La canzone del decennio successivo non mette più al centro il problema del lavoro, e gli anni Novanta lo faranno ancora meno. Fa eccezione Franco Battiato che nel 1983 pubblica un brano tra i meno noti della sua produzione. Gente in progresso è contenuto in quello che è considerato il disco più milanese del musicista siciliano, anche lui quindi migrante, ovvero Orizzonti perduti. Nella sua capacità di comporre brani con fulminanti sprazzi di critica sociale in poche parole, in Gente in progresso canta: "e tu he fai di sabato in questa città dove c’è gente che lavora per avere un mese all’anno di ferie?".

Se l'operaio è stato il lavoratore per eccellenza nella canzone degli anni Settanta, la Banda Bassotti si è occupata della fatica fisica e delle difficoltà di un altro lavoratore, ovvero il muratore. Giunti tubi palanche ska del 2008 è contenuto in un disco dal titolo più che esplicito: Avanzo da cantiere. Il brano parla del cantiere, tra la polvere e la fatica e una divertente ritmica che la band romana definisce "edil-ska".

Ma non è vero che l'operaio è scomparso. Lo dimostra L'eroe di Caparezza, un brano del 2008 che celebra il working class hero, sottolineando come lavorare rischiando la propria salute, la propria vita, sia ancora oggi un atto eroico. Ma è chiaro che il mondo è cambiato profondamente in quarant'anni di lotte dei lavoratori. E nel primo decennio del nuovo millennio c'è bisogno di tutelare altre categorie, come ci ricorda la Ballata del precario dei Sud Sound System dello stesso 2008.

Per fortuna c'è ancora qualche musicista che ha l'occhio comunque allenato a vedere le contraddizioni della vita dei lavoratori più esposti ai rischi. Ce lo ricorda un brano di Iosonouncane, cantautore sardo, che nel 2010 dedica un brano, Torino pausa pranzo, del suo disco d'esordio, La macarena su Roma, alla cronaca del corteo funebre dei 7 operai della Thyssenkrupp di Torino morti nel 2007 in un incidente sul lavoro. Un brano molto originale che colpisce con versi acuti: "Torino acciaierie, pausa pranzo liberata / Nella pace bianca della zona industriale / E un minuto di silenzio negli stadi ansimanti / Che poi riesplodono in un coro di voci rassicuranti / In collegamento da bordocampo".

L'attitudine da anti-lavoro, da voglia di svagatezza e leggerezza sono il tema del tormentone de Lo Stato Sociale Una vita in vacanza che nel 2018 ha conquistato il pubblico da palco di Sanremo. Un inno che sotto un'apparente superficialità distilla anche una velata critica al dibattito politico sul lavoro ("niente nuovo che avanza"), ma soprattutto un invito alla "libertà e tempo perso / e nessuno che rompe i coglioni".


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