SOCIETÀ

La trasformazione del lavoro. Rischi e speranze dell’innovazione tecnologica

La prima rivoluzione industriale ebbe inizio nel Regno Unito nella seconda metà del Settecento. In quegli anni, il regno visse un periodo di enorme sviluppo economico, reso possibile dal fatto che, per la prima volta nella storia dell’umanità, si affidò la produzione di beni non all’attività manuale, ma al lavoro automatizzato di macchinari. Questa innovazione produsse cambiamenti profondi nella società inglese del tempo, dando avvio alla transizione da una società essenzialmente agricola, come era stata la società occidentale fino a quel momento, al modello di sviluppo economico fondato sull’industria, modello ancora oggi egemonico.

Da quell’iniziale e radicale cambiamento si sono consumate altre tre rivoluzioni industriali: la seconda, tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900, fu caratterizzata dall’introduzione di importanti innovazioni tecnologiche e dall’estensione del fenomeno dell’industrializzazione in molti paesi, tra cui Stati Uniti, Francia, Italia, Germania, Giappone; la terza, il cui inizio, tra gli anni ’50 e ’60 del ’900, coincide all’incirca con il fenomeno della “Grande Accelerazione”, si realizzò nel passaggio dalle tecnologie analogiche alle prime tecnologie digitali.

Oggi viviamo nel mezzo della quarta rivoluzione industriale: si tratta, nei fatti, di un’evoluzione della precedente rivoluzione digitale, ed è caratterizzata dall’emergere di nuove tecnologie – come il cloud computing, l’intelligenza artificiale, l’interfaccia uomo-macchina e l’Internet of Things – che stanno trasformando in modo sostanziale i processi produttivi, con profonde conseguenze anche sul piano economico e sociale.

Studiosi e osservatori hanno sempre guardato con timore a cambiamenti rapidi e di ampia portata come quelli che hanno dato avvio alle precedenti rivoluzioni industriali. In ogni occasione, infatti, la ristrutturazione del sistema economico si è rivelata repentina e profonda, e le sue conseguenze sono state spesso difficili da prevedere. La quarta rivoluzione industriale non sfugge a questo schema: come è già emerso nelle precedenti puntate della serie La trasformazione del lavoro, il mondo economico si sta trasformando rapidamente, e non tutti sono in grado di seguire, né tantomeno di anticipare, questa traiettoria.

Diversi studiosi e analisti, nel corso delle varie rivoluzioni industriali, si sono dedicati ad analizzare i cambiamenti causati dall’introduzione di nuove tecnologie nelle pratiche produttive. Come in ognuna delle rivoluzioni industriali del passato, anche nel caso della cosiddetta “Industria 4.0”, la rivoluzione tecnologica che si dispiega oggi sotto i nostri occhi, l’introduzione di nuove tecnologie ha effetti positivi e negativi sull’attività lavorativa, sia essa ‘manuale’ o ‘intellettuale’.

Per comprendere quali siano le diverse sfaccettature del nuovo mondo del lavoro nell’Industria 4.0, in che direzione esso si stia evolvendo e quali siano le conseguenze sociali, economiche e psicologiche di questa trasformazione ci siamo rivolti a Matteo Rinaldini, docente di sociologia del lavoro all’università di Modena e Reggio Emilia.

Nuove tecnologie: armi a doppio taglio per il lavoratore

Uno dei più evidenti traguardi risultanti dall’applicazione di tecnologie all’avanguardia in ambito industriale è la riduzione degli effetti collaterali dell’attività professionale sulla salute degli individui: «Le nuove tecnologie, dove sono adottate, tendono ad “allontanare” il lavoratore dal materiale da lavorare», spiega il professore, «e conseguentemente attenuano le criticità legate a quelle attività lavorative che prevedono il contatto o la manipolazione di materiali».

Prima di trarre un bilancio interamente positivo, bisogna però osservare anche l’altro lato della medaglia. L’introduzione di tecnologie sempre più sofisticate nei contesti produttivi, infatti, ha come obiettivo primario l’efficientamento della produzione e, in ultimo, l’aumento dei profitti. A discapito delle utopie, dunque, è improbabile che l’obiettivo primario di queste tecnologie sia il miglioramento delle condizioni di lavoro. Come precisa Rinaldini, «non è affatto detto che le nuove tecnologie siano adottate per diminuire la routinizzazione delle operazioni da compiere, né che esse attenuino la loro standardizzazione».

Come hanno messo in luce molti studi sociologici condotti in ambienti lavorativi anche molto diversi tra loro, gli effetti collaterali maggiormente riscontrati nell’Industria 4.0 sono di natura psicologica: l’adozione di tecnologie digitali ad alto rendimento coincide molto spesso con un forte aumento dei livelli di ansia e stress tra i lavoratori. L’aumento dell’efficienza della macchina, infatti, impone al lavoratore standard di produttività sempre più alti: «Le nuove tecnologie permettono di diminuire enormemente le cosiddette ‘attività non a valore aggiunto’, riducendo quei ‘polmoni temporali’ che normalmente permettono al lavoratore di respirare tra un’attività produttiva e l’altra e consentendo in questo modo di riempire lo spazio di tempo liberato con altre attività produttive». Tutto considerato, dunque, il risultato è un’ulteriore esposizione del lavoratore a problemi di natura psico-cognitiva legati anche alla ristrutturazione dei tempi lavorativi, come afferma ancora Rinaldini: «Il risultato è una maggiore saturazione del tempo di lavoro, ovvero il fatto che in uno stesso lasso di tempo il lavoratore è tenuto a svolgere un numero maggiore di attività».

Non va dimenticato, poi, il sempre più diffuso utilizzo di tecnologie come l’Internet of things e le ICT (Information and Communication Technologies) come potenziale strumento di controllo del lavoratore, le cui performance sono costantemente monitorate, valutate e persino paragonate a quelle dei colleghi. «Anche questa novità – aggiunge il sociologo –, al di là che il controllo e la misurazione siano effettivamente esercitate o meno, espone ad una condizione di stress».

La “tirannia del tempo”

Saturazione del tempo e capacità di controllo sono, dunque, alcuni degli effetti più deleteri dell’utilizzo delle nuove tecnologie sul luogo di lavoro. Si tratta, in fin dei conti, di tratti piuttosto familiari: proprio tale familiarità suggerisce che simili fenomeni non siano diretta conseguenza delle nuove tecnologie, ma piuttosto l’esito di processi di più vasta portata, con radici profonde. «È importante precisare», afferma a tal proposito Rinaldini, «che tutto questo non rappresenta una novità introdotta dalle nuove tecnologie, ma piuttosto le nuove tecnologie hanno esacerbato aspetti che si inseriscono in una linea di continuità con il passato. Le trasformazioni tecnologiche e organizzative che si sono susseguite da Taylor in poi sono frutto, in un certo senso, della stessa traiettoria».

Il mondo del lavoro è parte della società, e di essa riflette le caratteristiche. Uno dei tratti più tipici della nostra epoca iperconnessa e infodemica è senz’altro la sensazione che il tempo “ci manchi”. Con l’aumentare delle possibilità offerte da tecnologie sempre più complesse ed efficienti, il nostro tempo libero non aumenta, come forse in passato si credeva sarebbe avvenuto, ma al contrario diminuisce, in una dinamica frustrante e senz’altro controintuitiva.

Questa esperienza non riguarda solo il tempo personale, ma anche quello professionale. Con l’aumentare dell’automazione, infatti, aumentano anche i ritmi di lavoro: «Nonostante le nuove tecnologie permettano di realizzare più velocemente gli stessi obiettivi di una volta e, quindi, di “liberare il tempo”, noi viviamo – cito Hartmut Rosa – nella società dell’accelerazione: tendiamo, rispetto al passato, a fare sempre più cose nello stesso lasso di tempo. Il risultato è che il tempo è sempre più scarso, sempre più “tiranno”. È chiaro, però, che si tratta di un cambiamento di natura sociale, che le nuove tecnologie non determinano, ma tutt’al più permettono. Anzi, in realtà le nuove tecnologie permetterebbero addirittura il contrario, cioè un aumento del tempo a nostra disposizione», spiega il professore.

In ambito lavorativo, questa tendenza all’accelerazione risulta particolarmente evidente: «Le nuove tecnologie devono ridurre i tempi di produzione, esecuzione, comunicazione, spostamento del lavoratore; di fatto, tuttavia, quei tempi che si liberano sono immediatamente riempiti da altre attività, finendo così per aumentare i ritmi e incrementare la saturazione del tempo di lavoro. Questo vale tanto per i lavoratori cosiddetti manuali, quanto per i lavoratori cosiddetti cognitivi; tanto per coloro che svolgono lavori esecutivi, quanto per coloro che svolgono professioni progettuali o di coordinamento».

Il rischio della sostituzione?

Un adagio molto comune nell’analisi delle novità imposte dall’introduzione di nuove tecnologie nel mondo del lavoro è il riferimento al cosiddetto “rischio sostitutivo”. Vi è la paura che le macchine si sostituiscano all’uomo – soprattutto in lavori manuali e per loro natura ripetitivi – o che l’avvento di tecnologie di nuova generazione causino ondate di disoccupazione legate alla mancanza di competenze specifiche per l’utilizzo dei nuovi strumenti. Il fatto che tali questioni siano sollevate in maniera ricorrente suggerisce che non si tratti di problemi legati unicamente alla quarta rivoluzione industriale, ma che siano timori diffusi, legati perlopiù alla preoccupazione per un futuro difficile da prevedere. Come evidenzia Rinaldini, infatti, «ogni trasformazione tecnologico-organizzativa implica cambiamenti della struttura occupazionale, sia su un piano quantitativo che su un piano qualitativo: è sempre accaduto, e accadrà anche in futuro». Per quanto riguarda l’attuale fase di transizione, il professore sottolinea che le analisi relative alla possibilità di una repentina riduzione dei posti di lavoro siano oggi molto meno pessimiste rispetto a pochi anni fa.

«Credo che sia ancora presto – prosegue il sociologo – per comprendere la portata del processo di sostituzione tecnologica legato alla quarta rivoluzione industriale. Alcune cose, però, sono già chiare: le nuove tecnologie non sono tutte uguali, e vi sono differenze anche tra le loro modalità d’adozione e d’utilizzo nei processi produttivi. È per questo che preferisco riferirmi a trasformazioni tecno-organizzative e a traiettorie tecnologiche.

«Inoltre, l’estensione temporale attraverso cui le nuove tecnologie sono integrate nei processi produttivi rimane una variabile chiave per gli impatti che queste possono avere in termini occupazionali. Se assumiamo che, rispetto all’impatto occupazionale, molto dipende dalle traiettorie tecnologiche e dai tempi in cui queste traiettorie verranno implementate, è evidente che si tratta di una questione di scelte – da intendere, ovviamente, non come atti volontaristici individuali, ma come scelte di natura sociale e, dunque, politica.

Nel gestire la transizione, nel governare l’incertezza, emerge con chiarezza la centralità della politica, e delle scelte che essa deciderà di compiere per indirizzare la società in una direzione o nell’altra. Rinaldini lo spiega con chiarezza: «Non si tratta di rallentare il progresso tecnologico: una visione di questo tipo è frutto di un errore analitico (o di una malizia politica) che potremmo definire ‘deterministico’, e cioè un’interpretazione dell’innovazione tecnologica come un processo dato, neutro, lineare e bidirezionale, che può andare solo avanti o indietro. Si tratta invece di riconoscere che lo sviluppo tecnologico è innervato da relazioni di potere, è scelto a livello sociale, e per questo può essere orientato verso una molteplicità di direzioni e obiettivi.

Il punto, allora, è: verso quale direzione vogliamo orientare la quarta rivoluzione industriale?».


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