CULTURA

“Alberi! 30+1 frammenti di storia d'Italia”, una mostra in Orto botanico e molto altro

Per chi in agosto resta in città (e ovviamente per quanti arrivano da turisti a Padova), una passeggiata in Orto botanico è sempre un modo piacevole di trascorrere il tempo. Non importa se ci siete già stati. Anche se l’avete attraversato più volte (come chi scrive), rimane sempre un angolo, un dettaglio, un colore che fino a quel momento non avevate mai visto o notato. Pochi giorni fa decido di tornare per visitare la mostra Alberi! 30+1 frammenti di storia d'Italia: è stata inaugurata a marzo, e ormai rimangono solo poche settimane per poterla ancora apprezzare.

Avevo letto qualche articolo online e mi avevano colpito i colori vivaci, le forme stilizzate, le storie raccontate. Comincio proprio da lì il mio pomeriggio. Attraverso l’Orto antico diretta verso l’Auditorium, nel Giardino della biodiversità. Sebbene le serre nuove siano chiuse in questo periodo – in concomitanza con l’ondata di calore che ne rende disagevole la visita –, il colpo d’occhio sull’acqua, sulle ninfee, sulla chiesa di Santa Giustina che fa capolino in fondo al viale, vale comunque una sosta in quella parte del complesso. 

Appena entrata nel foyeur, vedo subito le tavole. “Di fronte a un albero – leggo nel primo dei pannelli –, a meno di non essere appassionati o esperti di botanica, difficilmente vediamo più che un insieme di rami, foglie e ombreggiature piacevoli. Eppure, ogni albero, oltre a essere un organismo biologico è anche il testimone silenzioso di uno dei tanti frammenti che compongono il ricco e poliedrico mosaico della storia d’Italia. Nasce così questa piccola mostra: come un omaggio, evocativo e lirico, a questi protagonisti silenti del nostro paesaggio, che hanno visto passare sotto le loro fronde e nei loro tronchi i grandi eventi e le piccole storie quotidiane”. Lungo tutto il percorso di visita – ideato da M9 - Museo del ’900 di Mestre e realizzato dall’Orto botanico – l’occhio scivola dalla didascalia all’illustrazione, e viceversa. Immagini e parole vivono insieme. Colore, forma e racconto. 

Autore delle “30+1” tavole è Guido Scarabottolo, grafico e illustratore, le voci narranti dietro le storie raccontate nei pannelli quelle di Annalisa Metta, docente di architettura del paesaggio all’università Roma Tre, di Daniele Zovi, scrittore e divulgatore, esperto di foreste e di animali selvatici, e di Giovanni Morelli, arboricoltore e agronomo naturalista.

Quelli rappresentati sono alberi che popolano le nostre regioni da secoli, o che sono venuti da lontano di recente o in tempi antichi, testimoni di tanti accadimenti del nostro Paese. “Le vicende di questi esemplari – scrive Morelli – finiscono per contenere quelle di molti uomini, espressione ultima della convivenza di lungo periodo tra ogni albero monumentale e la comunità che lo ospita”. Alle pareti osservo lo smisurato ficus di Palermo e il fico a testa in giù del Tempio di Mercurio di Baia. Il pioppo della piccola vedetta lombarda e l’unica sequoia sopravvissuta all’onda del crollo della diga del Vajont. E ancora, l’Araucaria di villa Gropallo a Genova, nota anche come pino del Queensland dalla città da cui venne importata, e l’Ailanto, l’“albero del paradiso” che gli europei nel Settecento conobbero in Malesia e portarono poi con sé.

Ma oltre a questi in esposizione ci sono anche fantasiose creazioni dell’ingegno umano, dall’albero finto di Natale a un’antenna rappresentata come se fosse un albero: “Di una specie così proprio non si sa nulla – ammicca Metta in didascalia –. Del resto, è la prima volta che si vede un albero cibernetico: tra le fronde, come un nido gigantesco, un’antenna scambia onde e dati digitali con il mondo, li emette o li fa rimbalzare in ogni dove”.

Gialle, rosse, blu, rosa, verdi, nere. Longilinee o frondose. Vivaci o rinsecchite. Le piante si mostrano al visitatore in un caleidoscopio di forme e tonalità. Ad arricchire la mostra un’illustrazione pensata appositamente per l’Orto Botanico: la palma di Goethe che, messa a dimora nel 1585, colpì il poeta tedesco durante il suo viaggio in Italia nel 1786. “Lo scrittore scienziato in viaggio in Italia – racconta Zovi – rimase incantato da questa pianta. Nei suoi studi botanici aveva colto che all’interno dell’infinità varietà e molteplicità della natura era presente un elemento unitario primigenio; si era convinto che tutte le forme delle piante si potessero far derivare da una pianta sola, una pianta originaria (Urpflanze) formata da pochi elementi infinitamente mutabili e duplicabili. L’aveva cercata a lungo e gli sembrò che quella che più si avvicinava al modello immaginato fosse proprio la nostra palma”. 

La mia visita alla mostra si conclude proprio con l’immagine di quell’albero che ritrovo poi negli spazi rinascimentali dell’hortus cinctus, valorizzato all’interno di una grande serra ottagonale. Prima di lasciare l’Orto, mi concedo una sosta anche nel nuovo museo botanico, inaugurato lo scorso 13 febbraio. Indugio su erbari, libri di botanica e anatomia, provette con semi di vario tipo, tavole didattiche, preparati e farmaci che attraversano tre secoli di storia della farmaceutica e della medicina. Osservo i volumi antichi della nuova biblioteca “Vincenzo Pinali e Giovanni Marsili”, tra cui il De humani corporis fabrica di Andrea Vesalio del 1543, le Isagogae breves di Jacopo Berengario da Carpi del 1523, il De Plantis Aegypti liber di Prospero Alpini del 1592. Entro nella spezieria, con i suoi vasi, i flaconi, le spatole, i mortai, le bilance e altri oggetti curiosi che raccontano il lavoro dello speziale.

Giunta alla fine del percorso espositivo, mi dirigo lentamente verso l’uscita, ormai si sono fatte le cinque. 

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