SOCIETÀ

Il costo climatico del lusso: il problema non è solo ciò che si consuma

Quando si parla dell'impatto ambientale dei più ricchi, l'immaginario collettivo richiama immediatamente jet privati, superyacht e ville da migliaia di metri quadrati. Sono simboli evidenti di uno stile di vita ad altissima intensità di carbonio e rappresentano, senza dubbio, una parte del problema. Secondo il rapporto Carbon Inequality Kills di Oxfam, per 23 dei 50 miliardari considerati è stato possibile identificare jet privati. Nell’arco di dodici mesi, ciascuno di loro ha effettuato in media 184 voli, trascorrendo 425 ore in volo e generando circa 2.074 tonnellate di CO₂: quanto una persona media emetterebbe in circa duemila anni. Oxfam ha inoltre identificato 23 superyacht appartenenti a 18 dei 50 miliardari: l’impronta media annua stimata per ciascuna imbarcazione è di 5.672 tonnellate di CO₂, equivalenti alle emissioni prodotte da una persona media in circa 860 anni.

Questi numeri colpiscono perché mostrano quanto l'impronta climatica possa crescere con l'aumentare della ricchezza. Tuttavia, fermarsi a questi esempi rischia di raccontare soltanto una parte della storia. Il contributo principale dei grandi patrimoni al cambiamento climatico non deriva necessariamente dai consumi personali, ma dal capitale che controllano.

Il vero peso è negli investimenti

La ricchezza non si manifesta soltanto attraverso ciò che una persona acquista, ma soprattutto attraverso ciò che possiede. Azioni, quote societarie e partecipazioni finanziarie collegano la ricchezza privata alle attività produttive delle imprese. Quando si tratta di partecipazioni rilevanti o di ruoli di controllo, queste scelte possono inoltre influenzare le strategie industriali e l’allocazione del capitale. Per stimare queste emissioni, Oxfam considera le partecipazioni detenute dai miliardari nelle diverse società e attribuisce loro una quota delle emissioni pubblicate dalle imprese.

Secondo Oxfam, le emissioni medie attribuite agli investimenti dei cinquanta miliardari analizzati risultano circa 340 volte superiori rispetto a quelle prodotte complessivamente dai loro jet privati e superyacht. Una parte consistente dei capitali risulta investita in comparti ad alta intensità emissiva, come petrolio e gas, estrazione mineraria, trasporto marittimo, cemento e industria pesante. Considerando anche il commercio al dettaglio e alcuni segmenti della moda, quasi due terzi degli investimenti esaminati risultano riconducibili a settori caratterizzati da un rilevante impatto ambientale.

Questa distinzione modifica profondamente il dibattito pubblico. Se ci si concentra esclusivamente sui consumi individuali si rischia infatti di trascurare la leva economica più importante: la capacità degli investimenti di orientare le scelte produttive delle imprese e, di conseguenza, la quantità complessiva di emissioni generate dal sistema economico.

Il lusso non è tutto uguale

Parlare di lusso come categoria omogenea sarebbe però riduttivo. Esiste infatti una differenza sostanziale tra un modello fondato sulla qualità manifatturiera, sulla durata e sulla riparabilità dei prodotti e un modello basato sull'accelerazione continua delle collezioni e sul ricambio sempre più frequente dei beni.

Storicamente molti prodotti di alta gamma sono stati progettati per durare decenni, essere riparati, tramandati e conservare il proprio valore economico nel tempo. Un orologio meccanico, un mobile di design o un accessorio realizzato artigianalmente possono attraversare generazioni senza perdere funzionalità. Queste caratteristiche possono ridurre la frequenza di sostituzione rispetto a modelli di consumo basati sul ricambio continuo, ma non rendono automaticamente sostenibile un prodotto di lusso.

Anche nel lusso, tuttavia, la sostenibilità può entrare in tensione con modelli fondati sulla crescita continua dei volumi e sulla frequente introduzione di nuove collezioni. Per questo non basta richiamare il pregio o l’artigianalità: occorre considerare l’intero ciclo di vita del prodotto, dalle materie prime alla produzione, dai trasporti all’utilizzo e al fine vita. Il risultato è che anche beni destinati a una clientela ristretta possono contribuire ad aumentare l'utilizzo complessivo di energia, materiali e risorse naturali.

Produrre meglio non basta

Materiali riciclati, energie rinnovabili, filiere certificate e maggiore tracciabilità rappresentano alcune delle principali leve attraverso cui il settore può ridurre il proprio impatto ambientale. Sono passi importanti, ma rischiano di essere insufficienti se non vengono accompagnati da una riflessione sui volumi complessivi di produzione e consumo. Questa impostazione è entrata anche nel quadro normativo europeo. Il Regolamento (UE) 2024/1781 sull’ecodesign non introduce immediatamente requisiti identici per ogni categoria di prodotto, ma stabilisce il quadro attraverso cui potranno essere progressivamente definiti requisiti specifici in materia di durabilità, riparabilità, riutilizzabilità, manutenzione, riciclabilità e riduzione dell’impronta ambientale e di carbonio. 

Un prodotto realizzato con tecnologie più efficienti mantiene comunque un'impronta ambientale. Se il numero di beni immessi sul mercato continua ad aumentare, parte dei benefici ottenuti attraverso l'innovazione rischia di essere annullata. La sostenibilità non dipende quindi soltanto dalla qualità dei materiali utilizzati, ma anche dalla capacità di allungare la vita utile dei prodotti, favorirne la manutenzione, il riuso e la riparazione.

In quest'ottica, il valore economico della durabilità assume anche un valore ambientale: a parità di funzione e condizioni d’uso, allungare la vita utile di un bene e ridurne la frequenza di sostituzione può diminuire il fabbisogno complessivo di materiali ed energia.

Una responsabilità distribuita in modo diseguale

La questione assume una dimensione ancora più ampia se si osservano gli effetti della crisi climatica. Secondo i dati richiamati nel rapporto, l’1% più ricco della popolazione mondiale per reddito è responsabile del 16% delle emissioni legate ai consumi: una quota superiore a quella prodotta complessivamente dai due terzi più poveri dell’umanità. Secondo le elaborazioni presentate da Oxfam, le emissioni attribuite alle fasce più ricche della popolazione contribuiscono in misura sproporzionata al cambiamento climatico, mentre le popolazioni e i Paesi più vulnerabili sono spesso maggiormente esposti agli effetti economici e sociali della crisi climatica, maggiormente esposti alla perdita di raccolti, all'insicurezza alimentare, agli eventi meteorologici estremi e alla riduzione del reddito.

Si crea così una doppia asimmetria: le emissioni risultano concentrate nei gruppi con maggiore disponibilità economica, mentre i costi sociali vengono sostenuti soprattutto da popolazioni che hanno contribuito molto meno al problema.

Ripensare il significato del lusso

La sfida della transizione ecologica non consiste nel demonizzare il lusso, ma nel ridefinirne il significato. Il valore di un bene potrebbe essere sempre meno associato alla quantità di risorse impiegate o alla frequenza con cui viene sostituito e sempre più alla sua qualità, alla durata, alla riparabilità e alla trasparenza della filiera produttiva.

Allo stesso tempo, il dibattito sulla sostenibilità non può limitarsi alle scelte dei consumatori. Se una quota rilevante delle emissioni è associata agli investimenti, anche le decisioni finanziarie e industriali devono entrare pienamente nelle politiche climatiche. La responsabilità ambientale non riguarda soltanto ciò che acquistiamo, ma anche ciò che scegliamo di finanziare, produrre e sviluppare. È probabilmente su questo terreno che si giocherà una parte decisiva della transizione ecologica dei prossimi decenni.


Questo articolo è a cura dello European Youth Think Tank (EYTT), organizzazione no profit che riunisce giovani ricercatori e studiosi provenienti da diversi ambiti disciplinari, dall'economia alle relazioni internazionali, dalle scienze sociali alle discipline STEM.

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