Meno autonomie, scuole più complesse: come cambia la rete scolastica italiana
Foto di Serena Barbera/Pexel
Ci siamo quasi, il nuovo anno scolastico è alle porte e, quando nelle prossime settimane ricominceranno le lezioni, la rete scolastica italiana sarà un po’ diversa rispetto a quella dello scorso anno. Abbiamo elaborato i dati dell’Anagrafe nazionale delle scuole statali che, per una volta, risultano aggiornati. A ben vedere risultano talmente aggiornati che, alla data di scrittura di questo articolo (31 agosto 2026), nel portale unico dei dati della scuola, ci sono alcuni dataset con data 1 settembre 2026. Poco importa, quello che è utile vedere è come sono cambiate le scuole italiane. Nell’anno scolastico 2025/2026 le istituzioni indicate come sedi direttive erano 7.476. Nel 2026/2027 sono diventate 7.391: 85 in meno, pari a una diminuzione dell’1,1% in un solo anno.
Già questo primo dato è da spiegare meglio: quando un’autonomia viene soppressa, infatti, non significa necessariamente che chiuda una scuola. Più istituti possono essere riuniti sotto un’unica dirigenza continuando a mantenere aperti gli stessi plessi, le stesse classi e gli stessi edifici. A ridursi, in questi casi, è l’autonomia amministrativa che significa che un dirigente scolastico e una struttura organizzativa finiscono per gestire una rete più ampia di sedi e studenti.
Quindi nel nuovo anno scolastico in Italia le autonomie diminuiscono, ma quelle che rimangono diventano mediamente più complesse.
Per capire che cosa significhi parlare di scuole “più complesse” bisogna fare riferimento al decreto interdipartimentale n. 1378 del 26 giugno 2026, con cui il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha attribuito a ciascuna istituzione scolastica autonoma una fascia di complessità per l’anno 2026/2027. Il provvedimento non stabilisce quali scuole debbano essere accorpate o soppresse: serve invece a graduare le posizioni dei dirigenti scolastici, e lo fa confermando dei criteri definiti da un precedente decreto dipartimentale (n. 1621 del 25 giugno 2024).
Gli indicatori grossomodo vanno dal numero di studenti e di dipendenti, alla quantità dei plessi, dall’eventuale distribuzione in più comuni fino alla tipologia di scuola. A ogni istituto viene così assegnato un punteggio: quelli con 53 punti o più rientrano nella fascia A, quella di maggiore complessità; da 32 a 52 punti nella fascia B; fino a 31 nella fascia C. La classificazione ha conseguenze anche sulla retribuzione di posizione dei dirigenti scolastici e permette, indirettamente, di osservare quanto articolate siano diventate le istituzioni che compongono la rete scolastica italiana. Il decreto 1378/2026 assegna la fascia a 7.391 istituzioni scolastiche.
Secondo il decreto quindi, le scuole inserite nella fascia A, cioè quella di maggiore complessità organizzativa, sono 1.978. L’anno precedente erano 1.870: 108 in più, con una crescita del 5,8%, nonostante il numero complessivo delle autonomie sia diminuito.
Due anni fa, nel 2024/2025, gli istituti in fascia A erano 1.709. In appena due anni sono quindi aumentati di 269 unità, il 15,7%, mentre il numero complessivo delle istituzioni considerate è passato da 7.586 a 7.391, 195 in meno. La quota delle scuole ad alta complessità è salita così da circa il 22,5% al 26,8%. Un trend di soli pochi anni che però, per ora, ci dice che le scuole diventano sempre più “complesse”, cioè grandi e con più persone. Il contraltare di ciò lo vedremo in seguito ma ciò su cui bisogna essere chiari è che la classificazione non misura la qualità di una scuola.
Dove diminuiscono le autonomie
La riduzione delle autonomie non è distribuita uniformemente sul territorio italiano. Andando ad analizzare i dati vediamo che il calo maggiore si è registrato in Campania, dove le sedi direttive passano da 853 a 830, 23 in meno. Seguono l’Emilia-Romagna, da 532 a 515 (-17), la Toscana, da 466 a 450 (-16), e il Piemonte, da 530 a 515 (-15).
In Sardegna le autonomie passano da 232 a 223 (-9), in Umbria da 134 a 130 (-4) e in Lombardia da 1.108 a 1.107 (-1).
Nelle altre regioni considerate dall’Anagrafe il numero rimane invece invariato, come ad esempio in Veneto, che conferma le 556 autonomie scolastiche dello scorso anno e nella stessa identica distribuzione provinciale: 107 a Vicenza, 99 a Padova e Verona, 98 a Treviso, 92 a Venezia, 33 a Belluno e 28 a Rovigo.
Il grosso della riduzione nazionale è quindi concentrato in pochi territori: Campania, Emilia-Romagna, Toscana e Piemonte da sole perdono 71 autonomie sulle 85 complessive.
Cerchiamo di capire il motivo.
Il nuovo sistema di dimensionamento deriva dalla legge di bilancio per il 2023 ed è collegato alla riforma 1.3 della Missione 4 del PNRR, cioè quella che è dedicata proprio alla riorganizzazione del sistema scolastico. Il meccanismo non è semplicissimo da spiegare ma di fatto prevede la “definizione di un contingente regionale di dirigenti scolastici e direttori dei servizi generali e amministrativi, calcolato anche sulla base dell’andamento della popolazione scolastica”. Per il 2026/2027 il parametro utilizzato è di 938 studenti per istituzione.
Perché quindi ci sono altre 85 autonomie in meno quest’anno?
Questo perché ci sono state alcune deroghe per il 2025/2026. La normativa aveva consentito ad alcune regioni di mantenere temporaneamente un numero aggiuntivo di autonomie, fino al 2,99% oltre il contingente stabilito, senza un corrispondente aumento dei posti disponibili per dirigenti e DSGA. Con il passaggio al 2026/2027 buona parte di questo scarto viene riassorbita ed è questo il motivo per cui si è passati da 7.476 a 7.391 istituzioni autonome.
Il contenzioso sul dimensionamento
Il processo che ha portato a questa riduzione però non è stato lineare e ha prodotto negli ultimi mesi anche un lungo confronto tra governo e regioni.
Il 12 gennaio 2026 il Consiglio dei Ministri ha nominato commissari ad acta, incaricati di approvare i piani di dimensionamento in Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Sardegna.
In Emilia-Romagna il piano commissariale ha prodotto esattamente le 17 autonomie in meno che ritroviamo oggi nell’Anagrafe scolastica: attraverso fusioni e accorpamenti si è passati da 532 a 515 istituzioni. Anche la Campania poi, è stata al centro di un contenzioso con il ministero. A maggio il Consiglio di Stato ha confermato la legittimità del dimensionamento previsto per la regione, respingendo le contestazioni avanzate contro il piano.
Il confronto ruota attorno a due esigenze che sono ben difficili da conciliare. Da una parte c’è la necessità, indicata dal governo e prevista dalla riforma collegata al PNRR, di adeguare l’organizzazione della scuola alla progressiva diminuzione della popolazione studentesca. Dall’altra le regioni hanno più volte richiamato le differenze territoriali e il rischio che l’applicazione di questi parametri, che ricordiamo son prevalentemente quantitativi, produca istituzioni molto grandi e difficili da amministrare, soprattutto se parliamo di territori montani o piccole aree interne.
Tornando ai dati quindi, il nuovo anno scolastico fotografa un sistema che non sta soltanto diventando più “complesso” ma sta diventando anche più concentrato.
D'altronde la diminuzione degli studenti ci mette davanti ad almeno due questioni diverse: come organizzare una rete scolastica destinata a servire una popolazione più piccola e, allo stesso tempo, come evitare che una parte dei ragazzi abbandoni il percorso di istruzione prima di completarlo. E su questo, sappiamo che l’Italia ha compiuto negli ultimi anni dei progressi significativi. Nel 2025 la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni con al massimo la licenza media e non inseriti in percorsi di istruzione o formazione è scesa all’8,2%, cioè sotto il fatidico obiettivo europeo del 9% fissato per il 2030.