UNIVERSITÀ E SCUOLA

Le regole non scritte della carriera accademica

“Mi ha sempre colpito il fatto che insegniamo molto bene ai ragazzi come si fa ricerca: strumenti, metodi, analisi della letteratura... Insegniamo molto meno, invece, cosa serve per diventare un buon ricercatore – che poi scelga la carriera universitaria oppure, sempre più spesso, un percorso professionale fuori dall’accademia”.

È da questa constatazione che muove Giovanni Straffelini, docente di Metallurgia e direttore della scuola di dottorato del dipartimento di Ingegneria Industriale all’università di Trento, autore di Come si diventa professori universitari: Una guida realistica tra merito, strategia e sopravvivenza (e della versione pensata per gli studenti internazionali: What No One Tells You About Academic Careers. A Realistic Guide to PhD, Research and Becoming an Academic). Il libro nasce da oltre trent’anni passati dall’altra parte della cattedra, e da un’osservazione che Straffelini spesso fa ai suoi studenti: le regole ufficiali della ricerca sono chiare, quelle non scritte molto meno. Ma conoscerle fin dall’inizio del proprio percorso di ricerca è essenziale per navigare la realtà della ricerca universitaria con più serenità e anche con maggiori possibilità di successo.

Il curriculum nascosto di ogni ricercatore

Il “curriculum nascosto” non è il frutto di un programma di studi secondario: è l’insieme di capacità che un corso di dottorato dovrebbe permettere di maturare al di là della scrittura della tesi. È saper scegliere le riviste giuste in cui pubblicare, non solo saper scrivere un paper e decidere quanto pubblicare; capire che un convegno non è solo la propria presentazione, ma è soprattutto networking – “che non è una brutta parola!”, afferma Straffelini. È costruirsi un’autonomia e una visibilità all’interno del proprio ambito disciplinare; intessere collaborazioni internazionali; imparare, pian piano, ad affrancarsi dal proprio supervisor, perché alla fine del percorso un dottorando non deve essere solo “il dottorando di qualcuno”, ma un ricercatore con una propria indipendenza. 

Sono tutte competenze imprescindibili per fare carriera in università. Ma le stesse competenze servono anche fuori dall’accademia: scrivere un progetto, gestire un budget, preparare una relazione, muoversi in un’organizzazione complessa, costruire collaborazioni. Il curriculum nascosto che un dottorato consegna, insomma, non prepara a una sola carriera. Prepara almeno a due.

Il valore strategico del Piano B

Oggi, solo circa il 10% di chi ottiene un dottorato raggiunge poi una posizione di tenure track, il contratto che prelude all’assunzione a tempo indeterminato. Le ragioni, spiega Straffelini, sono sistemiche: le posizioni a tempo indeterminato diminuiscono, sono distribuite in modo ineguale tra le varie istituzioni e dipendono sempre più direttamente dalle scelte strategiche degli enti di finanziamento pubblici e privati. Chi inizia un dottorato puntando esclusivamente a raggiungere una cattedra sta scommettendo tutte le proprie energie su un esito statisticamente raro, e spesso lo scopre tardi, ben oltre la metà del percorso, quando è più difficile riorientarsi.

Per questo, Straffelini afferma con chiarezza che è importantissimo coltivare fin da subito un piano B, che andrebbe inteso non come una soluzione di emergenza in caso di fallimento del piano principale, ma come uno sbocco lavorativo alternativo, con pari dignità rispetto alla carriera universitaria. Per Straffelini si tratta di un elemento essenziale della formazione alla ricerca, che garantisce anche maggiore stabilità emotiva: offre prospettive più ampie e libera dalla pressione di dover per forza riuscire in un percorso che ha grosse limitazioni strutturali, e in cui è semplicemente impossibile che tutti ottengano una posizione stabile.

Guardare con sospetto chi, già durante il dottorato, valuta altre opzioni oltre alla carriera accademica è controproducente. Cambiare questo approccio, afferma il docente, è compito dell’università stessa: non ha senso trattare chi non riesce a ottenere una cattedra come chi ha fallito, dal momento che questa limitazione è dovuta a motivi strutturali, non individuali.

“Andare a lavorare altrove non è una sconfitta: è un modo appropriato di utilizzare le competenze acquisite durante il dottorato”, ribadisce Straffelini. “E anzi, può succedere anche che al di fuori dell’accademia si trovi un modo persino migliore di impiegare le competenze maturate”.


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L’importanza del contesto

Già durante il dottorato è importante mettere a fuoco che non possiamo controllare tutti i fattori che contribuiscono al buon esito di un percorso accademico. Ad oggi, purtroppo, la carriera di un dottorando dipende ancora molto dalla fortuna di trovarsi in un gruppo di ricerca attivo e ben posizionato e, soprattutto, di incontrare un buon supervisore. “È una figura a cui l’università richiede moltissimo, dal punto di vista scientifico ma anche umano”, riconosce Straffelini. Ma non sempre chi ricopre quel ruolo è preparato per farlo al meglio. Generalmente, in Italia (ma non solo), si diventa supervisori di studenti e leader di un gruppo di ricerca senza una vera formazione pedagogica o psicologica, e si procede in modo un po’ artigianale.

Ci sono casi virtuosi da cui si potrebbe prendere spunto: “In alcuni Paesi del Nord Europa, per ottenere una posizione stabile in università è richiesta una sorta di un esame che attesta l’autonomia gestionale del ricercatore. Bisogna dimostrare di aver maturato una certa esperienza nel supervisionare gli studenti – essere stati relatori o correlatori di tesi, ad esempio –, nel gestire progetti e rapporti con altri enti, e non si valuta soltanto la produzione scientifica. Potremmo, e dovremmo, importare questa modalità nel nostro sistema”.


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Informati, non illusi

Intanto, Straffelini ha iniziato, da quest’anno, a dedicare mezz’ora del welcome meeting della sua scuola di dottorato a raccontare questi argomenti ai nuovi arrivati: “Trenta minuti, forse, sono pochi. Ma intanto piantiamo un seme”. La sua ambizione, ammette, è di andare in pensione avendo contribuito a rendere questo approccio una buona pratica, senza lasciare la trattazione di questi argomenti al buon cuore dei singoli supervisori di dottorato.

Il messaggio centrale del libro non è consolatorio, ma pragmatico: “Non esiste una legge universale e necessaria in base alla quale chi è bravo e si impegna arriva necessariamente al proprio obiettivo. Contano anche le opportunità, trovarsi al posto giusto al momento giusto; serve anche un po’ di fortuna”. Per questo, sottolinea Straffelini, l’obiettivo è mettere fin da subito i giovani ricercatori nelle condizioni di sapere quali sono le regole del gioco: per giocarlo bene, qualunque sia l’obiettivo che decideranno di porsi.

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