SOCIETÀ

Rapporto UNEP: è morto il grado e mezzo, lunga vita al grado e mezzo!

Sebbene la comunità internazionale abbia fatto progressi nel contrasto al cambiamento climatico, non è riuscita a fare abbastanza per evitare il superamento di quella soglia di sicurezza rappresentata da 1,5°C di aumento rispetto a due secoli fa.

Il rapporto Limiting overshoot, pubblicato a inizio settembre dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite (United Nations Environment Programme - UNEP) da un lato certifica un fallimento ampiamente anticipato negli anni passati sia dalla ricerca scientifica sia dalle ultime COP sul clima, dall’altro rilancia l’impegno a mantenere il piede sull’acceleratore della transizione energetica ed ecologica: frenare non farebbe altro che aggravare il bilancio emissivo, il riscaldamento globale e con esso i costi che ne derivano, tanto economici quanto esistenziali.

Un nuovo obiettivo

Se finora nelle conferenze, nei rapporti e negli accordi internazionali, su tutti quello di Parigi del 2015, il grado e mezzo ha rappresentato le colonne d’Ercole da non superare, d’ora in poi diventa il porto sicuro dove far ritorno. Il nuovo scenario è quello dell’overshoot, peak and decline pathway: sforamento, picco e discesa. “Questo percorso non è in alcun modo accettabile o preferibile” puntualizza il rapporto: “è semplicemente la migliore opzione rimasta”.

Il massimo che oggi possiamo ottenere è un riscaldamento globale che raggiunge il picco di 1,8°C per poi calare gradualmente e tornare, a fine secolo, al di sotto di 1,5°C. Si tratta però ancora di uno scenario estremamente ottimistico e, a ben vedere, poco realistico. Per concretizzarlo, il taglio delle emissioni globali (che finora sono sempre e solo salite, anno dopo anno), dovrebbe fare un rapidissimo salto di scala. Ancora da solo non basterebbe per abbassare la colonnina di mercurio del pianeta: sarebbe indispensabile rimuovere i gas serra in eccesso dall’atmosfera e farlo in modo permanente.

Serviranno sicuramente approcci naturali come la riforestazione e il ripristino di quegli ecosistemi che sono in grado di assorbire anidride carbonica, ma serviranno anche tecnologie come la cattura diretta dell’aria (Direct Air Capture DAC ) o la bioenergia associata alla cattura e allo stoccaggio di anidride carbonica: l’acronimo in questo caso è BECCS (BioEnergy with Carbon Capture and Storage) e l’idea è quella di far assorbire alle piante la CO2 atmosferica, utilizzarle per creare bioenergia e catturare i gas serra prodotti dalla combustione in modo che non finiscano in atmosfera. In linea teorica questo approccio potrebbe portare a un bilancio emissivo negativo, ma nella realtà dei fatti le tecnologie di cattura del carbonio non sono affatto mature a sufficienza.

La rimozione del carbonio

Di anidride carbonica in atmosfera ce n’è abbastanza da trattenere la radiazione luminosa e far accumulare calore al pianeta, ma non ce n’è abbastanza in un metro cubo di aria da permettere a un impianto artificiale di catturarla agevolmente. Di conseguenza, le tecnologie di rimozione del carbonio (Carbon Dioxide RemovalCDR) sono troppo costose e richiedono troppa energia per funzionare su larga scala.

Un rapporto commissionato l’anno scorso dal Parlamento Europeo stima che per raggiungere con l’approccio della DAC l’obiettivo di rimozione di 40 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 dall’atmosfera, servirebbe una cifra compresa tra i 12 e i 24 miliardi di euro, a seconda dello sviluppo tecnologico del settore nei prossimi anni. Tuttavia, la quantità di anidride carbonica che dovremmo rimuovere dall’atmosfera per rientrare in una zona termodinamica più sicura sarebbe maggiore di almeno 4 ordini di grandezza: parliamo di circa 400 miliardi di tonnellate di CO2. Fino a oggi gli impianti pilota in funzione in tutto il mondo sono riusciti ad assorbire meno di 1 Mt di CO2.

Il rapporto UNEP sottolinea con fermezza i limiti della CDR, che non può venire considerata la bacchetta magica-tecnologica che ci tirerà fuori dal problema climatico: “la rimozione dell’anidride carbonica (CDR) può contribuire in modo credibile a riportare la temperatura al di sotto di 1,5 °C solo se il riscaldamento massimo rimane ben al di sotto dei 2 °C e tutte le emissioni residue vengono ridotte”.

Mitigazione e adattamento restano la priorità

È per questo che la priorità assoluta, anche e soprattutto in una situazione di overshoot, resta l’abbattimento di nuove emissioni. Per quanto possa sembrare controintuitivo, il rapporto dell’UNEP annunciando la morte del grado e mezzo ribadisce che la mitigazione e l’adattamento sono, ancora più di prima, una questione di vera e propria sopravvivenza. Tornare al di sotto di 1,5°C sarà tutt’altro che semplice e forse non avverrà mai. Ciononostante, la direzione da seguire non può che essere quella: tutte le alternative dipingono scenari peggiori.

Quando sono nate le convenzioni ambientali delle Nazioni Unite (clima, biodiversità e desertificazione) gli scenari futuri più pessimistici restituivano un mondo più caldo anche di 5°C o più. Oggi quell’eventualità è stata tolta dal tavolo, è ritenuta altamente improbabile, non perché gli scienziati si fossero sbagliati nel fare le loro previsioni (come ha sostenuto Trump), ma perché le nazioni negli ultimi 3 decenni hanno fatto progressi nella riduzione delle emissioni. Ciononostante, oggi ci troviamo su una traiettoria che ci porterebbe in una fascia di temperatura globale compresa tra i 2.5°C e i 3°C.

Già avendo superato il grado e mezzo ci troviamo a navigare un mare in burrasca. Ci siamo già vincolati a convivere con lunghe siccità e alluvioni ricorrenti, ma al di sopra questa soglia dobbiamo misurarci con rischi ancora maggiori. Gli ecosistemi sono sottoposti a uno stress che ne pregiudica il normale funzionamento: il cruscotto del pianeta è tempestato di spie di allarme e se non interveniamo in fretta finiamo per fondere il motore, o meglio diversi motori planetari fondamentali. In gergo si parla di tipping points, punti di non ritorno: la Circolazione Meridionale Atlantica (AMOC) potrebbe indebolirsi fino ad arrestarsi, con conseguenze sconvolgenti sulle nostre latitudini. La foresta amazzonica inizierebbe una lunga trasformazione in savana, le calotte glaciali di Antartide e Groenlandia si fonderebbero nei mari, alzandone ancora di più il livello.

Se abbandonassimo gli impegni climatici e continuassimo a bruciare gas, petrolio e carbone come in passato, non solo lasceremmo andare la società umana alla deriva, ma la indirizzeremmo lì dove la tempesta è più violenta. Se era vero prima che ogni decimo di grado fa la differenza tra un mondo più o meno vivibile, ora che ci troviamo ad abitare una zona di rischio climatico elevato, vale ancora più di prima.

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