SOCIETÀ

Lo sforamento di 1,5°C viene usato come leva antiscientifica alla COP30

Proprio mentre a Belém, alla COP30 sul clima, i delegati dei Paesi membri delle Nazioni Unite discutevano di come riportare la società e l’economia mondiali nell’alveo di una traiettoria compatibile con un riscaldamento globale non superiore a 1,5°C, rispetto a due secoli fa, l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) ha pubblicato un rapporto, il World Energy Outlook (WEO), che presenta tre possibili scenari sull’andamento dei consumi energetici futuri, a cui corrispondono altrettante proiezioni di aumento della temperatura planetaria.

Ha fatto molto discutere la scelta dell’Agenzia di riproporre lo scenario più pessimistico dei tre dal punto di vista ambientale, il CPS (Current Policies Scenario), che proietta una crescita del consumo di gas e petrolio fino a metà secolo. Il CPS non veniva incluso nel rapporto dal 2020 e la IEA giustifica così la scelta di reintrodurlo adesso: “Il CPS è stato una presenza regolare nella serie di scenari dell’Agenzia Internazionale dell’Energia fino al WEO-2020, quando è stato interrotto in mezzo ai disordini dei mercati energetici e ai rapidi cambiamenti nel panorama delle politiche durante la pandemia di Covid-19. Ora che il mondo ha superato la pandemia e la crisi energetica globale, vi è motivo di riesaminare il CPS”.

Questa ripresa del mercato dei combustibili fossili è però in contrasto con il WEO pubblicato dalla stessa IEA solo due anni fa: l’analisi del 2023 riteneva infatti che la domanda di petrolio e gas avrebbe raggiunto il picco entro il 2030, per poi iniziare lentamente a scendere.

Perché allora questo drastico cambio di direzione? Vale la pena ricordare che quest’estate il segretario del dipartimento dell’energia statunitense, Chris Wright, con un passato da manager nel settore Oil & Gas, aveva definito “insensate” le analisi della IEA a riguardo di un imminente picco nella domanda di petrolio. Addirittura l’amministrazione statunitense aveva accusato l’agenzia di promuovere l’agenda green e aveva minacciato di ritirare il suo sostegno finanziario, che è circa il 14% del budget della IEA.

In tutti gli scenari considerati le rinnovabili crescono più di ogni altra fonte energetica, ma nel CPS i nuovi investimenti in tecnologie pulite rallentano bruscamente, lasciando spazio a una ripartenza fossile. Oggi però per ogni 3 dollari investiti nel settore energetico, 2 vanno a fonti a basse emissioni e 1 va ai combustibili fossili: più di 2.000 miliardi di dollari l’anno vanno alle energie pulite (un dato in continua crescita negli ultimi anni), poco circa mille miliardi continuano ad andare a nuovi progetti fossili.

È davvero difficile vedere all’orizzonte quel cambio di inerzia nella transizione energetica, che pure piacerebbe molto agli Stati Uniti che sono i primi produttori al mondo di gas e petrolio. La IEA però ha provato se non altro a immaginarlo, anche per non rinunciare a una cospicua fetta delle sue disponibilità finanziarie.

Il riscaldamento globale continua a crescere

Tuttavia, nonostante questa polemica sul CPS abbia concentrato la maggior parte delle attenzioni, è forse un altro il dato che dovrebbe far saltare sulla sedia chi ha a cuore la lotta alla crisi climatica. Tutti e tre gli scenari della IEA, anche quello più ottimistico che vorrebbe un rapido dispiegamento della transizione e una drastica riduzione delle emissioni di gas serra (lo scenario Net Zero 2050), indicano che la temperatura del pianeta supererà inesorabilmente la soglia di 1,5°C oltre la quale, come avvertono gli scienziati da decenni, i rischi climatici si moltiplicano e con essi gli impatti sull’economia e sugli ecosistemi.

“La traiettoria delle emissioni nello scenario CPS è coerente con un riscaldamento di quasi 3 °C entro il 2100” si legge sul rapporto, “mentre livelli più bassi di emissioni nello scenario STEPS (che sta per Stated Policies Scenario, quello in cui una parte degli impegni climatici presi a parole da Stati e aziende vengono rispettati, ndr) lo mantengono intorno ai 2,5 °C, leggermente superiore rispetto alla versione 2024 dello STEPS. Nello Scenario Emissioni Zero Netto entro il 2050 (Scenario NZE), il riscaldamento raggiunge il picco intorno al 2050 a circa 1,65 °C e diminuisce lentamente dopo, principalmente grazie a misure attive per rimuovere CO₂ dall’atmosfera”. 

Oltre agli scenari futuri ci sono anche i dati del presente: il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato e il primo anno solare al di sopra di 1,5°C. Sul podio si colloca al secondo posto il 2023 e ora l’agenzia Copernicus anticipa che il 2025 si piazzerà al terzo posto, galleggiando sempre attorno alla stessa soglia.

Questi dati e queste proiezioni significano dunque che l’obiettivo del grado e mezzo sia ormai perduto? Un Paese come l’Arabia Saudita, che da sempre osteggia le politiche climatiche, sta proprio tentando di portare questo argomento ai tavoli dei negoziati climatici a Belém per depotenziare al contempo la scienza climatica contenuta nei rapporti IPCC (International Panel on Climate Change). Come riporta Italian Climate Network, “Nel corso di una consultazione informale la delegata saudita si è espressa con forza contro l’inserimento (nei testi negoziali, ndr) di linguaggio scientifico, di riferimenti all’IPCC, e infine di qualsiasi riferimento alla necessità di mantenere le temperature globali entro +1,5°C entro la fine del secolo, adducendo come motivazione ‘l'anti-scientificità di simili affermazioni ora che il grado e mezzo è stato superato’”.

L’impatto sui negoziati

Il World Energy Outlook (WEO) non è il solo rapporto che restituisce un futuro al di sopra del grado e mezzo. “Gli ultimi numeri dell’Emissions Gap Report 2025 dell’Unep (il programma ambientale dell’Onu, ndr) mostrano che la traiettoria attuale delle emissioni è lontana da quella compatibile con 1,5°C: anche integrando gli aggiornamenti più recenti, siamo su un percorso più vicino ai 2,5–2,8°C” ha dichiarato Serena Giacomin, direttrice scientifica di Italian Climate Network, al termine della prima settimana di negoziati a Belém, che però aggiunge. “Questo rende evidente quanto sia difficile centrare l’obiettivo, ma non ne invalida il significato scientifico né politico. Usarlo come argomento per cancellare riferimenti all’IPCC o alle soglie è una distorsione del processo negoziale”. 

Diversi Paesi ai tavoli della COP di Belém stanno reagendo a questo tentativo (non nuovo) di delegittimazione della scienza. Come riporta Simon Evans di Carbon Brief, il Bangladesh ad esempio si dice “profondamente preoccupato per il costante tentativo di indebolire l’IPCC come fornitore della migliore scienza disponibile”. Lo stesso fa la Nuova Zelanda: “Vogliamo esprimere la nostra profonda preoccupazione per il fatto che non siamo riusciti a raggiungere un consenso nel mettere in evidenza il ruolo dell’IPCC come fonte della migliore scienza disponibile, né… sul fatto che gli ultimi 11 anni siano stati i più caldi mai registrati e sulla crescente frequenza degli eventi meteorologici estremi”.

Le fa eco il Canada: “Vogliamo anche esprimere la nostra delusione per il fatto che il testo non rifletta alcuni dei dati e dei risultati scientifici più aggiornati, e per il fatto che il testo non evidenzi che il ruolo dell’IPCC è quello di fornire la migliore scienza disponibile. Vorremmo ribadire l’importanza della scienza per questo processo”. E l’Europa: “Questa è la COP della verità e qualsiasi tentativo di sminuire l’importanza della migliore scienza disponibile, come valutata dall’IPCC, è un attacco alle informazioni essenziali di cui tutti noi abbiamo bisogno per proteggerci e proteggere questo pianeta”.

Nonostante i segnali promettenti di una decisione finale ambiziosa, a cui sta tenacemente lavorando la presidenza brasiliana, specialmente per mano della sua ministra per l’ambiente Marina da Silva, molto vicina alle popolazioni dell’Amazzonia, la partita è ancora aperta e l’esito tutto da scrivere.

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