Il ritorno di Stalin. Come rinasce un mito nella guerra delle memorie
Bassorilievo restaurato nella stazione metro Taganskaya di Mosca, 2025. Foto: nord794ub (CC BY-SA 4.0)
Entrando oggi in alcune città russe può capitare di imbattersi di nuovo in lui: busti, targhe, statue, immagini restaurate. Da ultimo persino in una stazione della metropolitana di Mosca, dove è stato reintrodotto un bassorilievo rimosso nel 1961. La figura di Iosif Vissarionovič Džugašvili, Stalin – “d’acciaio”, nome di battaglia scelto secondo il costume rivoluzionario bolscevico – sta tornando con una forza inaspettata nello spazio pubblico come simbolo riattivato e conteso. Un fatto che colpisce soprattutto se si guarda al calendario: sono infatti passati esattamente settant’anni dal XX Congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS), che diede ufficialmente avvio alla destalinizzazione.
Per decenni l’immagine del dittatore georgiano ha oscillato tra poli opposti. Prima condottiero vittorioso contro il nazismo e capo inflessibile della rivoluzione, ma anche Otets narodov i ego deti, “padre dei popoli e dei suoi figli”, spesso raffigurato in una iconografia quasi bonaria, domestica e piuttosto rassicurante per un personaggio che, nello stesso tempo, ordinava esecuzioni di massa e deportazioni di interi popoli. Poi la frattura rappresentata dal celebre rapporto segreto di Nikita Chruščëv del 25 febbraio 1956, che denuncia culto della personalità e repressioni, in seguito al quale Stalin diventa nella coscienza globale l’archetipo del dittatore totalitario del Novecento – un giudizio in seguito consolidato dalle rivelazioni dei dissidenti e dall’apertura degli archivi negli anni Novanta.
Oggi qualcosa torna di nuovo a muoversi: non tanto sul piano della ricerca – che resta largamente concorde – quanto su quello dell’uso pubblico della memoria. Per capirne le ragioni ci confrontiamo con Niccolò Pianciola, docente dell’università di Padova specializzato in storia dell’Urss e dell’Asia Centrale, nonché membro di Memorial Italia, filiale italiana della storica Ong russa dedicata alla memoria delle vittime del totalitarismo e alla difesa dei diritti umani, premiata nel 2022 con il Nobel per la pace.
“Sì, in Russia è da tempo in atto un ritorno di visibilità del dittatore sovietico, anche attraverso nuovi monumenti e simboli, spesso su iniziativa di amministrazioni locali – spiega lo storico a Il Bo Live –. Il fenomeno non è invece così diffuso negli altri Paesi ex sovietici: in Asia centrale ad esempio prevalgono memorie traumatiche legate al periodo staliniano. In Russia pesa invece l’identificazione dello Stato come successore giuridico e morale della potenza sovietica, del quale Stalin rappresenta il simbolo e l’apogeo dal punto di vista politico e militare”.
Non si tratta di una piena riabilitazione ideologica; “Non viene rilegittimato e recuperato come leader comunista o costruttore di un sistema economico considerato fallimentare, né come despota: ai russi di oggi viene riproposto essenzialmente come capo vittorioso. C’è inoltre anche una dinamica di reazione: essendo percepito in Occidente come simbolo del male, diventa per ciò stesso anche uno ‘spauracchio’ da rivendicare. Al momento si tratta dunque di un riuso simbolico e politico, più che di una rivalutazione storica vera e propria”.
Uno slittamento che ha effetti concreti: “A farne le spese sono soprattutto le organizzazioni della società civile che lavoravano sulla memoria delle repressioni – osserva lo studioso –. Strutture indipendenti che davano voce alle vittime sono state ridimensionate o chiuse, come appunto Memorial. Nella Federazione Russa, in questo momento, il controllo da parte della politica sulla storia assomiglia sempre più a quello dei totalitarismi del Novecento. La ricerca su argomenti sensibili è ostacolata e alcuni temi, ad esempio il collaborazionismo russo durante la Seconda guerra mondiale, non possono più essere insegnati liberamente. Nelle scuole si va inoltre verso una narrazione centralizzata e manuali unici”. È il caso del testo scritto da Vladimir Medinskij, assistente di Putin ed ex ministro della Cultura, nonché attuale componente del gruppo di negoziatori inviati ai recenti colloqui russo-ucraini.
Non si tratta ancora, chiarisce Pianciola, di una totale cancellazione dei crimini dello stalinismo: “Sarebbe impossibile negarli, ma c’è un controllo effettivo sul modo in cui le vicende vengono studiate e raccontate. Questo vale anche per il sistema dei Gulag: un museo indipendente su questo tema è stato chiuso e inizialmente (nel 2001) sostituito da un’altra struttura più grande, sempre dedicata al Gulag ma controllata dallo Stato. Poi, con l’invasione su larga scala dell’Ucraina iniziata quattro anni fa, c’è stata un’ulteriore transizione di fase del regime. Il museo statale del Gulag di Mosca è stato chiuso nel novembre 2024: da poco è stato annunciato che verrà ridenominato ‘Museo della Memoria’ e dedicato ai crimini nazisti in territorio sovietico”.
Del resto anche la condanna pronunciata da Chruščëv fu sì un passaggio epocale, ma non una piena resa dei conti: “Fu selettiva e politica, condannando il sistema di terrore che coinvolgeva la stessa classe dirigente sovietica, che però era stata complice delle repressioni; lo stesso Chruščëv ammetteva di avere le mani sporche di sangue – ricorda lo storico –. Non fu un’operazione di verità ma piuttosto di stabilizzazione del sistema: si condannò il dittatore, in particolare le violenze contro le élites del partito, anche per evitare un nuovo accentramento di poteri in una sola persona”.
Il ritorno di Stalin come simbolo non è comunque soltanto un fenomeno russo: segnali in questo senso emergono in forme diverse anche in Occidente. “Più che tra gli specialisti, queste riletture si diffondono soprattutto tra commentatori non esperti di storia sovietica. Spesso nascono da schemi ideologici o categorie sempliciste: l’idea ad esempio che certi popoli possano essere governati solo con l’autoritarismo. Oggi però appare sempre più evidente quanto la democrazia sia fragile ovunque”. Qui il discorso si allarga dal passato al presente: “Oggi – conclude Pianciola – crescono anche nelle società occidentali posizioni sempre meno interessate alla difesa della democrazia liberale e inclini a relativizzare la differenza tra regimi democratici e dittature”.
Il risultato è che Stalin ritorna come figura-specchio: non tanto perché sia cambiato il giudizio storico sul suo regime, quanto perché muta la percezione delle società in cui viviamo, forse troppo liquide eppure non ancora abbastanza aperte. Un gioco all’autodistruzione in cui persino la figura del “piccolo padre” e l’estetica sovietica tornano a giocare le loro carte nella nuova guerra delle memorie. Segnali che dicono molto meno sul georgiano d’acciaio, e molto di più su di noi.