Come possiamo evitare gli incidenti in montagna?
Großglockner
Kerstin Gurtner, una donna tedesca di 33 anni, nel gennaio 2025 è morta per ipotermia durante un’ascensione al Grossglockner organizzata insieme al fidanzato alpinista Thomas Plamberger. Kerstin, sfinita e bloccata poco sotto la vetta più alta delle Alpi austriache (3798 metri), era stata lasciata sola mentre l’uomo cercava aiuto. Nel febbraio 2026 il tribunale di Innsbruck ha ritenuto Plamberger responsabile di omicidio colposo per grave negligenza, condannandolo a cinque mesi di carcere ma con sospensione condizionale e a pagare una multa di 9400 euro.
Questa sentenza ha fatto molto discutere negli ambienti dell’alpinismo internazionale, come si legge anche in questo articolo della BBC che sottolinea soprattutto il dibattito sulla responsabilità in montagna: fino a che punto durante un’escursione chi è più esperto può essere considerato legalmente responsabile per la sicurezza delle altre persone? Al di là della cronaca, il tema centrale è quello della sicurezza in montagna dato che sempre più persone la frequentano in tutte le stagioni, spesso senza conoscere i rischi che si corrono in questo ambiente.
Secondo il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS), nel 2024 sono state effettuate in Italia 12.063 missioni di soccorso per assistere 11.789 persone, un livello di attività molto elevato e stabile rispetto agli ultimi anni. Dal punto di vista degli esiti, si registrano 466 decessi e migliaia di feriti (gravi e lievi) oltre a persone soccorse illese, a testimonianza della varietà e complessità degli interventi. Le principali cause degli interventi sono le cadute o scivolate (43,2%), l’incapacità durante l’attività svolta (26,5%) e i malori (12,7%); mentre l’attività che causa più incidenti è l’escursionismo (44,3% dei casi), seguita dallo sci alpino e nordico (14,0%). Nel complesso, i dati mostrano un sistema di soccorso sotto pressione, legato anche alla crescita delle attività all’aria aperta, e ribadiscono l’importanza della prevenzione e della sicurezza in montagna.
Consapevolezza fa rima con sicurezza
Per fare il punto su cosa possiamo fare per ridurre il più possibile i rischi in montagna, abbiamo parlato di sicurezza e prevenzione con Alex Barattin della direzione nazionale del CNSAS. Per prima cosa ci spiega la differenza tra frequentare l’ambiente montano d’inverno e d’estate: “in inverno il pericolo maggiore sono le valanghe e sulle piste da sci ci sono più incidenti per l’affluenza maggiore di persone, oltre all’escursionismo nell’ambiente innevato e alle attività fuori pista. Invece d’estate le maggiori cause di incidenti durante le escursioni sono la caduta e la scivolata, ma in generale la poca consapevolezza delle proprie capacità fisiche cioè non aver tarato il sentiero secondo la nostra preparazione, questa è una delle cose più difficili da far capire”.
Per esempio che cosa comporta una salita di mille metri per raggiungere un rifugio? Una persona mediamente allenata può fare circa 250-300 metri di dislivello all’ora, quindi per fare mille metri di salita servono 3-4 ore. Ma se nel gruppo c’è un bambino, già dopo 600 metri possono esserci dei problemi; oltre al fatto che di solito il ritorno è più lungo dell’andata, perché nonostante la discesa magari siamo stanchi. “Un altro aspetto molto importante è che chi organizza la gita deve informare tutti i componenti del gruppo di dove sono e cosa devono fare – spiega Barattin – perché spesso capita di intervenire su dei gruppi che non sanno dire l’esatta localizzazione, ma dobbiamo sapere dove ci troviamo: nome della località, numero del sentiero… spiegandolo anche i bambini che spesso risolvono il problema dato che hanno un’ottima memoria”.
Attrezzatura adeguata a ogni evenienza
Un altro aspetto da tenere sempre a mente è il meteo, perché è vero che le previsioni ormai hanno una buona attendibilità (soprattutto a ridosso del giorno scelto per la gita) ma bisogna ricordarsi che in montagna le condizioni meteorologiche cambiano rapidamente. È quindi consigliabile avere al seguito anche l’attrezzatura adeguata per affrontare un temporale improvviso, perché a 2000 metri di quota la temperatura può passare da 25 °C a qualche grado sotto zero in pochissimo tempo. Come sottolinea Alex Barattin “anche se c’è il sole mi porto sempre la giacca a vento o un telo termico: è importante vestirsi a strati come una cipolla, cioè avere un pantalone lungo che si può risvoltare se fa caldo e soprattutto un ricambio per la parte superiore e un pile che ripari dal vento, ormai ce ne sono di molto leggeri”.
L’abbigliamento tecnico è sicuramente importante, ma il pezzo da scegliere con più attenzione sono le calzature che devono essere adeguate al tipo di attività che vogliamo fare in montagna. Il consiglio di Barattin è “una pedula anche un po’ alta che tenga la caviglia, specialmente nelle persone poco allenate. La scarpa da ginnastica o da skyrunning può andare bene per un’atleta ma non per chi non cammina mai, perché se non sei allenato dopo un’ora e mezza di cammino non hai più la tenuta di caviglia. La pedula poi deve essere idonea e chiusa bene, ma ormai ce ne sono di veramente leggere che possono aiutare nell’escursione”.
La lista di cose da mettere sempre nello zaino comprende anche un kit di primo soccorso (con almeno cerotti, garze e telo termico) e una torcia anche piccola nel caso in cui ci perdiamo o ci facciamo male e dobbiamo rimanere all’aperto quando fa buio. Inoltre bisogna proteggersi dal sole anche in inverno, perché con l’altitudine i raggi UV aumentano (a 2000 metri fino al 20-24% in più rispetto al livello del mare) e il riflesso della neve amplifica l’esposizione. Anche con un cielo coperto di nuvole i raggi UV restano dannosi, quindi è importante usare creme ad alta protezione (SPF 30-50), riapplicandole durante la giornata per prevenire scottature, invecchiamento cutaneo e tumori della pelle.
Infine è utile avere con sé anche della frutta secca, un po’ di cioccolata o delle barrette energetiche che vanno comunque mangiate a intervalli regolari, senza abbuffarsi per evitare che salga troppo la glicemia. E non va mai dimenticata l’acqua, che è fondamentale e va sorseggiata di continuo durante l’attività fisica: si calcola che d’estate una persona ha bisogno di bere un litro e mezzo d’acqua ogni mille metri.
App utili e altri strumenti digitali
Oltre all’attrezzatura da indossare o da avere nello zaino, ci sono anche degli strumenti tecnologici che possono aiutarci a godere della montagna senza correre rischi inutili. Per esempio ,Alex Barattin suggerisce l’app GeoResQ sviluppata dal CNSAS assieme al Club Alpino Italiano: si tratta di un’app di geolocalizzazione che “permette di lasciare un filo d’Arianna durante l’escursione. Dietro questa app ci sono le nostre centrali attive 24 ore su 24 che permettono di interagire con l’utente e dare supporto diretto, facendo poi intervenire le squadre del soccorso alpino”. Inoltre GeoResQ permette di scaricare nel proprio smartphone la cartografia che così si può consultare anche in assenza di rete, come anche altre app di geolocalizzazione simili, ma è importante scaricare tutto prima dell’escursione e magari familiarizzare con un po’ per capire bene come si usano.
Difatti quando organizziamo una gita bisogna programmare bene almeno il percorso principale e quindi la meta finale, che strada fare, dove parcheggiare la macchina e dove fermarsi a mangiare. Per questo è utile studiare prima la zona che abbiamo scelto consultando “una cartografia Tabacco o Kompass o qualche altro tipo di mappa cartacea, perché il telefonino non prende dappertutto – insiste Barattin – e le mappe online non bastano: quanti di noi le caricano in locale? Significa avere la mappa dell’area in cui stai andando scaricata nella memoria del nostro smartphone e non collegata alla rete, ma pochissimi lo fanno prima di partire”. Inoltre la copertura telefonica in montagna non è efficiente come nelle zone più abitate e senza una buona connessione la ricerca dei ripetitori fa consumare di più la batteria, consumo che aumenta ancora se magari fa freddo, ecco perché sarebbe utile avere sempre con noi un powerbank.
L’ultimo consiglio che ci dà Alex Barattin è di programmare “non solo la parte principale della gita, ma scegliere anche un percorso alternativo in caso di brutto tempo. Pensare già che si può andare a vedere quel paesino o quel museo, piuttosto che forzare la mano e andare in quota rischiando di trovarsi sotto un temporale. La gita deve essere un divertimento, però se la taro bene mi diverto e ritorno a casa, altrimenti potrebbe diventare un grosso problema per noi e per chi è con noi in quel momento. Quindi tariamo le gite in funzione delle persone meno abituate a quel tipo di territorio, avendo una particolare attenzione specialmente ai più piccoli”.