L'ombra lunga dell’impero: Angelo Boccato racconta il razzismo sistemico di oggi
Il 23 maggio di dieci anni fa, il 51,89% dei voti a favore del leave, il Regno Unito decideva di lasciare l’Unione Europea. Le conseguenze dell’uscita, però, non si sono limitate a ridisegnare l’assetto europeo sul piano istituzionale e politico. La Brexit è “il primo grande “shock” di sistema nel 2016, seguito dalla prima affermazione di Donald Trump nel novembre di quell’anno”. Lo scrive nel suo ultimo libro il giornalista Angelo Boccato, che ha scelto di partire da quell’evento del 2016 per indagare gli effetti che il passato coloniale e imperiale di molti Paesi europeicontinuano ad avere sulle persone che li abitano oggi.
L’ombra lunga dell’impero. Voci di afrodiscendenti tra razzismo sistemico, colonialismo e resistenza globale, da poco uscito per le edizioni di Altreconomia, parte dall’idea che la Brexit e l’elezione di Trump non siano che la punta dell’iceberg di una crescita senza precedenti della destra più estrema in tutto l’Occidente. E, scrive nell’introduzione, “non si potrebbe immaginare l’attuale egemonia di queste forze senza quei due eventi spartiacque di ormai un decennio fa”.
Mancanza di un dibattito
Lo raggiungiamo in videochiamata mentre si trova nella sua casa di Londra, città nella quale vive da diversi anni e da dove ha potuto vedere in prima persona gli effetti della Brexit sulle persone migranti. Su cosa abbiano rappresentato Brexit e il primo mandato di Trump, Boccato a voce è anche più duro che sulla pagina. Ci dice che si tratta dell’inizio di una “nuova fase del suprematismo bianco sotto steroidi”.
“ Nel 2016 siamo entrati in una nuova fase: quella del suprematismo bianco sotto steroidi Angelo Boccato
Come ricostruito nei primi capitoli del libro, infatti, la Brexit proposta da Nigel Farage può essere vista come “il perfetto esempio dell’inizio della stagione della post-verità”. E al centro di questa “mistificazione della realtà” c’era - e continua a esserci - in larga parte un discorso contro le persone migranti, una narrazione che come sottolinea il titolo è un'eredità diretta dell’impero britannico.
Ma non si tratta di una questione circoscritta solamente al dibattito pubblico anglosassone. Si potrebbe citare quello che abbiamo visto compiere alle forze speciali dell’ICE negli Stati Uniti del secondo mandato di Trump. Ma bisogna anche ricordare che la stessa Unione Europea che ha criticato il Regno Unito per la Brexit, non ha esitato a stringere le maglie delle proprie frontiere, rendendole più difficili da varcare per le persone migranti. Lo ha raccontato anche sul Il Bo Live Andrea Gaiardoni in un articolo uscito solamente lo scorso febbraio.
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Per Boccato il tema dovrebbe essere visto da una prospettiva più ampia. Perché, a soffermarsi sull’Italia, non c’è mai stato un dibattito sulla “grave responsabilità” che il nostro Paese si è assunto quando ha deciso di partecipare alla Conferenza di Berlino. Il riferimento è al consesso europeo del 1884, quando le potenze si spartirono l’Africa, aprendo la fase più sanguinosa dell’imperialismo occidentale. Un fatto spesso omesso nella discussione pubblica sulle conseguenze del colonialismo e una facile scorciatoia per cercare di circoscrivere al ventennio fascista l’impresa coloniale italiana.
Non si parla di bianchezza
Vivendo a Londra, Boccato è in contatto quotidiano con il dibattito attorno alla bianchezza che, al contrario, in Italia non c’è. Nel nostro paese “la bianchezza legata all’italianità è data per scontata”. Per le persone non bianche c’è sempre il ritorno all’idea di cittadinanza che passa per il sangue che esclude, a priori, la possibilità che una persona italiana possa avere la pelle nera.
Anzi, nei casi di Paola Egonu o Mattia Furlani, per citare due sportivi italiani non bianchi di grande successo, il problema della bianchezza si concretizza sempre in una retorica per cui la cittadinanza è frutto di un merito. Si accettano Egonu o Furlani perché sono figure vincenti. “Si tratta sempre di un discorso condizionale”, spiega Boccato, che ricorda gli insulti razzisti rivolti a tre calciatori inglesi - Marcus Rashford, Bukayo Saka e Jadon Sancho - quando sbagliarono i rigori decisivi agli europei del 2020.
Guardandola in altro modo, l’accettazione di poche persone non bianche in contesti come quello sportivo, ma potrebbe essere anche quello delle fiction televisive o dell’ambiente lavorativo, è un caso di tokenismo. “È un apprezzamento relativo”, sottolinea Boccato, “non si tratta di vero rispetto”. Con ‘tokenismo’ si definisce quella pratica che prevede di includere persone appartenenti a gruppi minoritarizzati per dare un’apparenza di diversità e apertura. Si è pagato il token, cioè il gettone, ma senza che si sia messa in discussione la logica che ha generato la minoritarizzazione.
Il ruolo dei media
Un punto fondamentale del libro di Boccato è quello che riguarda i media. Secondo un rapporto di Reuters del 2022, nei media europei oltre il 90% di chi lavora nelle redazioni giornalistiche è bianco. Una situazione che non rappresenta, in molti casi, la realtà sociale dei Paesi. Per esempio, nel Regno Unito circa il 13% dei giornalisti proviene da minoranze etniche, mentre queste rappresentano circa il 18% della popolazione.
Forse non è solo usando il bilancino che si risolve il problema della rappresentanza. Secondo Boccato, infatti, c’è un problema più profondo che è quello della "reale possibilità di accesso alla professione”. In Italia, infatti, per diventare giornalista una persona deve pagare le costose scuole di giornalismo dell’Ordine, un fatto che esclude gli strati più poveri della società nei quali spesso si trovano le persone con un background migratorio.
Se può diventare giornalista solo quella fascia di persone che se lo può permettere, significa che “il racconto del mondo sarà fatto da persone che condividono un certo tipo di privilegio”, spiega Boccato. Significa guardare i fatti sempre con la stessa lente, che omogeneizza anche i prodotti giornalistici.
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“Per fortuna le cosa stanno un po’ cambiando”, racconta Boccato, “con la nascita di nuovi media indipendenti”, in cui persone con un background migratorio non sono costrette a occuparsi solamente di storie di migrazione, ma raccontano anche altri pezzi di mondo. Rimane però il problema economico per la sussistenza di queste realtà. Si profila, insomma, il ritorno di un vero e proprio “problema di classe”.
Per Boccato, oggi non si può comprendere quello che è successo dalla Brexit in poi senza allargare lo sguardo al passato coloniale. La Brexit non è soltanto la rottura di un equilibrio istituzionale, ma il segnale di un cambiamento più profondo nel clima politico occidentale, in cui identità, confini e appartenenza sono tornati più che mai al centro del dibattito. Comprendere questa “ombra lunga dell’impero”, suggerisce Boccato, significa allora interrogarsi non solo su ciò che è accaduto nel 2016, ma su come le società europee raccontano se stesse oggi e su quali voci restano ancora ai margini di quel racconto.