Fine dell’era Orbán: svolta politica in Ungheria
Peter Magyar. REUTERS/Leonhard Foeger
La fragorosa sconfitta alle urne di Viktor Orbán, che per 16 anni ha governato l’Ungheria portandola spesso fuori dai binari del rispetto dei princìpi dell’Unione Europea, può essere letta attraverso diversi punti di osservazione. C’è naturalmente l’esultanza dei cosiddetti “europeisti”, di coloro che si ostinano a credere che una reale unione di forze e d’intenti tra nazioni possa portare vantaggi e benefici collettivi (anche economici, ma non soltanto) proprio perché portatori di valori non negoziabili: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto, rispetto dei diritti umani. Sembra scontato, ma non è così: a far vacillare quegli ideali sono stati proprio quei partiti politici di estrema destra che tanto successo hanno riscosso negli ultimi anni e che vedevano, almeno in Europa, in Orbán àquasi un profeta, un esempio da seguire. Ecco, quella “luce” per loro ora si è spenta. E potrebbe non essere un paradosso che a spegnerla sia stato non un leader progressista, ma un convinto conservatore, peraltro ex funzionario di Fidesz, il partito-azienda nato e cresciuto a immagine e somiglianza del suo leader indiscusso, Viktor Orbán. Tuttavia Péter Magyar aveva un difetto: era autonomo, poco incline alla cieca e sorda obbedienza, pensava con la sua testa, contestava apertamente la deriva sempre più autoritaria imposta dal suo capo. Nel 2024 la rottura definitiva: Magyar lascia il partito (la presidente ungherese Katalin Novák aveva graziato un pedofilo condannato, grazia che venne controfirmata, per volere di Orbán, dall’ex ministra della giustizia Judit Varga, ex moglie di Péter Magyar) e ne fonda uno suo, Tisza (acronimo di Tisztelet és Szabadság Párt, “Rispetto e Libertà”) denunciando il colossale reticolato di corruzioni che quel governo alimentava. Ebbene, Magyar è entrato proprio in quella crepa morale che ha demolito il castello di Orbán. E gli ungheresi l’hanno ascoltato, riversandosi in massa alle urne (a Budapest ben oltre l’80% di affluenza), mettendo fine ai 16 anni di dominio di colui che si vantava di aver costruito una “democrazia cristiana illiberale”, rifiutando il multiculturalismo e l’immigrazione, offrendo così carburante alla propaganda dei movimenti della destra più estrema. Una “cacciata popolare”, ma anche più strettamente politica, visto che diversi altri candidati hanno preferito ritirarsi pur di favorire il tracollo di Fidesz. Come ha spiegato Timea Szabo, deputata dei Verdi: “Noi non votiamo per Tisza, noi votiamo contro Fidesz, contro Orbán”.
Non è bastato l’endorsement della Casa Bianca
Ma il senso della sconfitta di Viktor Orbán è anche altro. È, ad esempio, nelle parole del vicepresidente americano JD Vance, che nel pieno del caos della guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, ha pensato bene di volare a Budapest per sostenere la candidatura del suo fedele alleato (“Orbán e Meloni sono i migliori d’Europa”, ha detto Vance), il che la dice lunga su quanto Trump avesse a cuore la permanenza di Orbán non tanto alla guida dell’Ungheria, ma come “agente infiltrato” all’interno dell’Unione Europea. Almeno quanto Vladimir Putin, che in Orbán ha sempre avuto un più che fidato alleato. Ecco, potremmo dire che Orbán ha perso le elezioni “nonostante” gli aiuti più o meno leciti che ha ricevuto: dalla Casa Bianca (Trump aveva promesso di utilizzare la “piena potenza economica” degli Stati Uniti per aiutare l’economia ungherese), dal Cremlino (Putin ha inviato a Budapest una squadra di agenti con il compito di interferire nelle elezioni), da tutti i movimenti di estrema destra, europei e non, più o meno visibili, che per mesi hanno lavorato sotto traccia nel tentativo di ribaltare questo risultato elettorale. Ma è anche nelle sconcertanti rivelazioni del documentario “A szavazat ára” (Il prezzo di un voto), girato da un gruppo di giornalisti investigativi della ong ungherese “De Akcióközösség” (Comunità d’azione), che ha svelato il tentativo di intimidazione e di manipolazione di circa 500.000 elettori (su 8 milioni totali, soprattutto nelle zone più rurali) da parte di funzionari legati al regime di Fidesz. Il video, che in due settimane ha ottenuto 2,2 milioni di visualizzazioni, è stato girato in diversi villaggi dell’est e del nord-est dell’Ungheria, dove nelle precedenti elezioni Fidesz aveva ottenuto tra l’80 e il 100% dei voti.
Le lacrime di Viktator
Viktor Orbán ha ammesso la sconfitta con le lacrime agli occhi (“È un risultato doloroso, ma chiaro. Continueremo a servire il nostro paese dall’opposizione). Mentre a poca distanza il futuro primo ministro Péter Magyar esultava sulle sponde del Danubio, con il Parlamento ungherese illuminato alle sue spalle, sulle note di “My Way” di Frank Sinatra, e ripetendo quello che ormai è diventato uno slogan: “Insieme abbiamo liberato l’Ungheria”. Perché Tisza (con lo scrutinio al 96%) ha ottenuto 138 dei 199 seggi a disposizione, vale a dire conquistando oltre due terzi del Parlamento: il che potrebbe consentirgli di cambiare agevolmente la Costituzione, smantellando i pilastri illiberali che avevano fatto da puntello alla “democratura” imposta da Orbán: dal controllo della magistratura alla sottomissione sistematica dei media. Magyar ha già chiesto al presidente unghere Tamás Sulyok, vicino a Fidesz, di “conferirgli il mandato per formare il governo prima possibile”, mentre a Orbán ha intimato di “astenersi da qualsiasi misura che limiti il margine di manovra del prossimo governo”.
Ma da qui a dire che i problemi per l’Ungheria, e per l’UE, sono finiti ce ne passa: Péter Magyar resta un’incognita: è cresciuto nell’élite magiara studiando legge all’Università cattolica di Budapest, ha respirato l’aria di Fidesz, ha visto crescere il culto del “capo” e, almeno per ora, lo sta riproponendo in Tisza. Il quotidiano Politico sostiene che sia “l’unico membro del partito autorizzato a concedere interviste, anche se pochi elementi selezionati possono fare brevi commenti ai media”. Politicamente, almeno finora, gioca sul registro dell’ambiguità: non rifiuta il diritto dell’Ucraina di aderire un giorno all’Unione Europea (potrebbe proporre un referendum sul tema), ma nemmeno sostiene l’ingresso accelerato di Kiev. Vuole ridurre la dipendenza dalla Russia, ma senza strappi. Punta a normalizzare i rapporti con l’Unione Europea e soprattutto a sbloccare in tempi rapidi quei 17 miliardi di euro di finanziamenti che l’UE aveva congelato proprio per le politiche antidemocratiche imposte da Orbán. Si è dichiarato pronto a rilanciare sanità, scuola, trasporti e sostegno alle imprese, a dire no alla corruzione, perfino a introdurre una patrimoniale per i super ricchi. Ma non vuol sentir parlare di quote di migranti, ed è favorevole a innalzare muri per “contenere” le migrazioni irregolari. C’è perfino chi lo descrive come un “piccolo Orbán”. Il primo banco di prova potrebbe essere proprio sui 90 miliardi di euro di aiuti che l’Unione Europea vorrebbe inviare all’Ucraina, provvedimento sul quale l’ormai ex primo ministro ungherese aveva posto il veto.
Le reazioni internazionali
Le notizia della sconfitta di Orbán ha scatenato decine di reazioni. Tra le più significative, le parole di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea (“Stasera il cuore dell'Europa batte più forte in Ungheria”), del presidente francese Emmanuel Macron, che ha parlato al telefono con il vincitore Magyar (“Insieme faremo avanzare un’Europa più sovrana, per la sicurezza del nostro continente, la nostra competitività e la nostra democrazia”), del premier britannico Keir Starmer (“Questo è un momento storico, non soltanto per l’Ungheria, ma per la democrazia europea”) e del cancelliere tedesco Friedrich Merz (“Unire le nostre forze per un’Europa forte, sicura e, soprattutto, unita”). Esultano anche il premier spagnolo Pedro Sanchez (“Oggi vincono l’Europa e i valori europei. Congratulazioni a tutti i cittadini ungheresi per queste elezioni storiche”) e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (“Una vittoria schiacciante, siamo pronti a collaborare”. L’unica nota di rammarico trapela dalle parole della presidente del Consiglio italiana, che dopo aver fatto le congratulazioni formali a Magyar ha scritto sul social X: “Ringrazio il mio amico Viktor Orban per l’intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall’opposizione continuerà a servire la sua nazione”.