Elezioni ad alto rischio in Ungheria: Viktor Orbán prepara le barricate
REUTERS/Marton Monus
C’è grande apprensione per l’esito delle elezioni parlamentari in Ungheria, il prossimo 12 aprile: perché comunque vada, dopo quasi sedici anni di dominio incontrastato dell’autocrate Viktor Orbán, da molti indicato, prove alla mano, come “la testa di ponte russa” nei palazzi dell’UE, sarà un crocevia decisivo anche per il futuro dell’Unione Europea. Ma quel che sorprende, mentre tutti i sondaggi indipendenti danno Fidesz in netto svantaggio, con una forbice tra gli 8 e i 10 punti percentuali, rispetto al partito Tisza di Péter Magyar, conservatore ma europeista (fa eccezione l’Istituto filogovernativo Nézőpont che prevede una vittoria comoda per il partito di Orbán, ma si teme si tratti di un’operazione di propaganda), è che gli analisti già si soffermino sul “dopo”, su quel che accadrà alla chiusura delle urne, soprattutto qualora avvenga l’auspicato, e da alcuni temuto, cambio di guardia alla guida del governo ungherese.
Orbán accetterebbe una sconfitta alle urne?
Tradotto in pratica: Orbán accetterebbe di buon grado una sconfitta alle urne? Oppure farebbe di tutto per resistere, per contestare il risultato, per avvelenare ancor di più le acque della democrazia? Il quotidiano Politico l’ha chiesto a Zsuzsanna Szelényi, ex deputata di Fidesz (fino al 1994), oggi direttrice della Democracy Institute Leadership Academy presso la Central European University: “Se l’opposizione dovesse conquistare anche una semplice maggioranza, Orbán avrà molti strumenti per rendere quasi impossibile la formazione di un nuovo governo o addirittura la convocazione di un nuovo parlamento: ad esempio potrebbe orchestrare una crisi costituzionale e dichiarare lo stato di emergenza”. La stessa ricercatrice aveva pubblicato, pochi mesi fa, una interessante analisi sul sito del centro di ricerche Carnegie Europe, che di fatto anticipava l’attuale situazione: “Per la prima volta in quindici anni, il declino del partito Fidesz è visibile e misurabile”, scriveva Szelényi. “I metodi e le manipolazioni che il governo di Viktor Orbán sta adottando per cercare di evitare la sconfitta sono anch’essi un laboratorio di manipolazione elettorale, che merita di essere osservato attentamente in tutta Europa. Fidesz non è semplicemente un partito al potere, ma una forza politica rivoluzionaria che ha utilizzato istituzioni e risorse pubbliche per rimodellare sistematicamente lo stato ungherese. Negli ultimi dieci anni, Orbán ha anche investito decine di milioni di euro nella costruzione di una rete globale illiberale, con lui stesso al centro. Perdere il potere in Ungheria lo priverebbe di questo straordinario serbatoio di influenza. In parole povere, non può permettersi di perdere”.
Lo schema preferito dai populisti
Agli autocrati, soprattutto ai populisti di estrema destra, come già in passato hanno dimostrato Trump e Bolsonaro, delle regole democratiche interessa poco o nulla. Finché sono al potere puntano a smantellare dall’interno, pezzo dopo pezzo, le regole democratiche come l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e di associazione, la libertà di dissentire e di criticare pubblicamente l’operato dell’esecutivo; appena lo perdono, sono pronti ad aizzare rivolte (Bolsonaro è stato uno dei pochi a pagare con una pesante condanna, a Trump è andata molto meglio). E Viktor Orbán potrebbe tranquillamente inserirsi in quella scia, visto che dopo quattro mandati consecutivi come primo ministro rischia seriamente di essere sopravanzato nelle preferenze dal suo rivale Péter Magyar, dopo aver eseguito e applicato puntigliosamente, in questi ultimi anni, il “programma degli aspiranti autocrati”: vale a dire lo smantellamento dei contrappesi democratici, compreso il controllo dei media e quello delle università pubbliche (ormai sono quasi tutte private, e adeguatamente finanziate dal governo). E attenzione: ad ammetterlo è lui stesso, rivendicando la paternità di aver costruito una “democrazia cristiana illiberale”, rifiutando il multiculturalismo e l’immigrazione, e presentandosi come un difensore dei valori familiari tradizionali contro il liberalismo occidentale. “In realtà Orbán non è un politico geniale”, commentava già un anno fa Akos Hadhazy, ex esponente di Fidesz, oggi attivista anti-corruzione e membro indipendente all’Assemblea Nazionale, il parlamento monocamerale di Budapest. “Ha soltanto ricevuto i suoi spartiti da Vladimir Putin, che salì al potere quando i prezzi del petrolio erano alti, e canalizzò quei soldi verso gli oligarchi che in cambio acquistarono i media indipendenti russi. Orbán ha applicato, come un franchising, quel modello qui in Ungheria: l’unica differenza è che per raggiungere i suoi obiettivi ha utilizzato fondi dell’Unione Europea”.
In Slovenia si rischia lo stallo
Ed è anche per questo che a Bruxelles si segue con estrema attenzione la vigilia di questo voto, che peraltro segue di poco un altro appuntamento che era stato classificato “ad alto rischio”, quello delle elezioni in Slovenia, dove il Movimento per le libertà, partito di centrosinistra del premier uscente Robert Golob, ha ottenuto sì la maggioranza dei voti (28,6%) ma sopravanzando di un nulla il Partito democratico sloveno (SDS, 27,9% dei voti), guidato dall’ex primo ministro Janez Janša, populista di destra e dichiarato ammiratore di Donald Trump. Ventinove seggi l’uno, 28 l’altro: di fatto uno stallo, che sta costringendo i due partiti maggiori a febbrili trattative con le formazioni più piccoli nel tentativo di mettere insieme una coalizione che possa garantire un minimo di stabilità. E non è detto che riescano nell’impresa, lasciando la partita ancora aperta a chissà quale risultato.
Tornando all’Ungheria, per l’Unione Europea le prossime elezioni saranno probabilmente l’appuntamento più importante del 2026. Le tensioni con Orbán non sono un evento recente: prova ne siano le continue procedure d’infrazione aperte contro Budapest (nel 2021 per la legge anti Lgbtq, nel dicembre 2025 per le norme di “non conformità” a proposito dei media, nello stesso anno per violazione del Trattato dell'Unione Europea e una doppia procedura per non aver garantito parità di condizioni a imprese non ungheresi. Sempre alla fine dello scorso anno il Parlamento Europeo aveva denunciato “il persistente indebolimento dello stato di diritto da parte dell'Ungheria e le continue violazioni dei valori dell’UE”, con i deputati europei che hanno apertamente criticato “l’ingerenza giudiziaria, la corruzione, l’uso improprio dei fondi UE e gli attacchi alla società civile, oltre all’allarme per i contenuti politici generati dall’Intelligenza Artificiale in vista delle elezioni del 2026”. Mentre è trascorso quasi un anno da quando Amnesty International ha scritto una lettera aperta ai ministri dell’UE chiedendo loro di agire concretamente “contro la continua sfida ungherese ai diritti umani e allo stato di diritto”.
L’Ungheria, peraltro, è l’unica nazione europea a non aver ancora ricevuto la prima tranche del prestito per il piano comune di difesa (SAFE), pari a 2,5 miliardi di euro, proprio per il timore che Orbán avrebbe potuto utilizzare quei fondi in campagna elettorale. Un braccio di ferro dovuto anche alla postura del governo di Budapest che continua a mettersi di traverso sulla questione degli aiuti all’Ucraina, bloccandoli con ogni mezzo. Una crisi aggravata inoltre dal recente scandalo, rivelato dal Washington Post, che ha travolto il ministro degli Esteri del governo ungherese, Péter Szijjártó, accusato di aver condiviso per anni rapporti riservati delle riunioni del Consiglio dell’Unione Europea con il suo omologo russo Sergei Lavrov: contatti ammessi, dopo le iniziali smentite di rito, dallo stesso Szijjártó. “Il governo di Orbán è stato il miglior asset che la Russia abbia mai avuto all’interno dell’UE e della NATO”, ha commentato András Rácz, analista del Consiglio tedesco per le Relazioni Estere. “E sarebbe sciocco da parte del Cremlino non fare tutto il possibile per mantenere Orbán al potere”.
Tutto il possibile vuol dire truccare le carte: falsificare, mistificare, inquinare. È di pochi giorni fa la notizia, rivelata dai servizi segreti polacchi, che agenti russi stavano pianificando un falso attentato contro Orbán con l’obiettivo di offrire uno “slancio emotivo” alla sua campagna elettorale. “Il piano era di simulare un attentato - un’esplosione o una sparatoria - vicino al leader ungherese durante la sua visita in Serbia”, riporta il sito ucraino Newssky. “Utilizzando intermediari, Mosca avrebbe dovuto girare un video della messa in scena e poi diffonderlo online, incolpando i terroristi ucraini. Questa è una tecnica classica di guerra ibrida che il Cremlino ha usato più di una volta”. Ma anche la rete di giornalismo investigativo VSquareritiene che Mosca abbia inviato una squadra a Budapest per interferire nelle elezioni parlamentari. “L’operazione, supervisionata dal confidente di Putin Sergei Kiriyenko, è progettata per mantenere Viktor Orbán al potere”. E ancora: “Il piano prevede l’inserimento di un team di specialisti in manipolazione dei social media all’interno dell’Ambasciata russa a Budapest, forniti passaporti diplomatici per proteggerli dall’espulsione. L’approccio rispecchia le tattiche già usate in Moldavia”. Pochi giorni fa, infine, l’autorevole quotidiano Politico riferiva come a metà marzo “una rete di bot filorussa ha iniziato a diffondere una falsa e incendiaria affermazione: un video ben prodotto, diffuso su X e falsamente attribuito a un media moldavo, sosteneva che gli ungheresi venissero esortati a prendere le armi, resistere alle autorità e uccidere Viktor Orbán”.
Dunque partita apertissima e (quasi) senza più regole. Pochi giorni fa il centro di ricerche Studio Europa Maastricht, collegato all’omonima Università olandese, ha pubblicato un’interessante analisi che rende l’idea della complessità della situazione: “Anche se l’opposizione riuscisse a vincere, ciò non smantellerebbe automaticamente il regime costruito da Orbán. Gli ungheresi dovranno trovare un modo per cambiare davvero il sistema in cui così tante posizioni di potere sono occupate da persone nominate da Fidesz. Per dirla in modo un po’ cinico: Fidesz potrebbe non aver bisogno di una repressione autoritaria, nonostante la sua impopolarità e la potenziale perdita elettorale, perché potrebbe ancora controllare il sistema in modi più sottili nei prossimi anni”.