Slovenia e Ungheria al voto: sfida sul futuro dell’UE
Viktor Orbán. REUTERS/Bernadett Szabo
Due appuntamenti elettorali ravvicinati, una partita doppia che potrebbe decidere il futuro prossimo dell’Unione Europea, i suoi equilibri, i suoi contrappesi. La prima data da segnare in agenda è vicina, il prossimo 22 marzo, con le elezioni parlamentari in Slovenia. L’altra è appena più in là, il 12 aprile, con le elezioni generali in Ungheria, mai così importanti e dense di suspense per un risultato che appare in bilico. Le situazioni sono diametralmente opposte. In Slovenia, dove la coalizione uscente di governo era formata dal Movimento per la Libertà liberale (Gibanje Svoboda), dai Socialdemocratici (SD) e dalla sinistra ecosocialista (Levica), i sondaggi danno un consistente vantaggio al Partito Democratico Sloveno (SDS, di destra), guidato dall’ex primo ministro, in tre diversi mandati, Janez Janša. In Ungheria invece l’autocrate Viktor Orbán, leader di un partito, Fidesz, che si è via via cucito addosso come un abito di sartoria, dopo 16 anni ininterrotti al potere questa volta rischia seriamente di essere sconfitto dal leader dell’opposizione Péter Magyar, classe 1981, avvocato, ex funzionario di Fidesz e del governo di Orbàn (l’estrazione è sempre quella: conservatore di centro-destra, anche se filo-europeo) che lasciò dopo lo scandalo che coinvolse la allora presidente dell’Ungheria Katalin Novák, che nel febbraio 2024 si dimise dall’incarico perché si scoprì che l’anno precedente aveva concesso la grazia presidenziale a Endre Kónya, vicedirettore di un orfanotrofio a Bicske (a pochi chilometri da Budapest), precedentemente condannato per aver insabbiato abusi sessuali su minori. Anche Judit Varga, l’ex ministra della giustizia che aveva approvato la grazia, fedelissima di Orbán, si era poi dimessa dal ruolo di capo dello staff elettorale di Fidesz per le elezioni europee del 2024. Ebbene, fu lo stesso Péter Magyar a diffondere all’epoca una registrazione audio in cui Varga ammetteva di aver subito pressioni da parte dell’entourage di Orbán, per la concessione di quella grazia. In quell’occasione Magyar accusò platealmente Fidesz di corruzione e di manipolazione, dichiarando che “l’Ungheria nazionale di Orbán era solo una facciata per l’arricchimento dell’élite” che lo sosteneva. Una frattura che con gli anni è diventata insanabile.
“Vogliono distruggere l’UE”
Dunque due appuntamenti chiave, che stabiliranno il futuro non soltanto dei governi delle rispettive nazioni, ma che potrebbero modificare profondamente, in un senso o nell’altro, il binario di marcia dell’Unione Europea. Il primo ministro uscente della Slovenia, Robert Golob, sul punto è stato esplicito: “Qui non si tratta soltanto della Slovenia - ha spiegato in un’intervista rilasciata al quotidiano Politico -. Queste elezioni gemelle sono una grande opportunità per le forze filoeuropee di frenare l’ascesa dei movimenti populisti. Al Consiglio Europeo, per molti anni, Viktor Orbán è stato solo. Ma se Janez Janša (il candidato di destra in testa ai sondaggi) dovesse vincere, il Consiglio inizierà a frammentarsi ancora di più. Gli altri due primi ministri, Andrej Babiš della Repubblica Ceca e Robert Fico della Slovacchia, sono sì sovranisti in qualche modo, condividono opinioni simili, ma non sono suoi alleati. Orbán sta facendo tutto il possibile per smantellare l’Unione Europea. Gli altri due, no. E Janša sarà totalmente dalla parte di Orbán: il che significa che i due, insieme, cercheranno di smantellare l’Unione Europea. Questo è il vero pericolo in cui ci troviamo ora”. Golob ha inoltre accusato i precedenti governi di Janša di aver promosso uno stato di polizia, calpestando lo stato di diritto e limitando i diritti civili, perfettamente in linea con lo schema che tutte le forze di destra o di estrema destra salite al potere stanno applicando. Ed è bene ricordare che la stessa Unione Europea è attualmente attraversata da grandi manovre di posizione all’interno della maggioranza, con il Partito Popolare Europeo che ormai non perde occasione di flirtare alla luce del sole con la destra più radicale (finora sull’inasprimento delle norme sui migranti e legalizzando le deportazioni, in futuro chissà). E c’è chi sospetta che dietro la mossa del Ppe possa esserci Donald Trump: ma la svolta a destra di certo non dispiace alla Casa Bianca che da diversi mesi sta palesemente tentando di disgregare l’UE.
Ed è per tutto ciò che le elezioni di questa piccola nazione, sia per dimensioni sia per popolazione (poco più di 2,1 milioni di abitanti), dell’Europa centrale saranno osservate con estrema attenzione anche a Bruxelles. In termini assoluti il Partito Democratico Sloveno di Janez Janša (centro-destra, affiliato al Partito Popolare Europeo) è al momento in testa nei sondaggi con il 28% delle preferenze, seguito dal Movimento per la Libertà di Robert Golob (sinistra liberale, allineato con il gruppo Renew Europe) con il 22%. Ma la coalizione di centro-sinistra che attualmente guida la Slovenia potrebbe raggiungere il 37% delle preferenze. Anche la presidente di Renew Europe, Valérie Hayer, ha voluto rimarcare l’importanza della posta in gioco: “In un momento in cui i populisti in tutta Europa stanno lavorando per indebolire le istituzioni democratiche, la Slovenia si distingue per aver scelto una strada diversa e per aver dimostrato che questa strada dà i suoi frutti. Una leadership stabile, centrista e filoeuropea è una risorsa democratica di cui l’Europa ha urgente bisogno per contrastare le politiche di estrema destra”.
L’incognita Péter Magyar in Ungheria
Ma è l’Ungheria il piatto forte: con un Orbàn mai così in difficoltà nonostante i suoi rapporti sempre più solidi sia con Mosca, sia con Washington. L’Unione Europea, almeno la parte ancora legata ai suoi valori basilari (è stata fondata proprio per superare l’esasperazione dei nazionalismi), spera nella caduta di Orbàn, di colui che negli ultimi anni ha utilizzato il veto sistematico per bloccare le principali decisioni comunitarie. Anche se il suo sfidante, Péter Magyar, leader del partito Tisza (acronimo di Tisztelet és Szabadság Párt, che vuol dire “Rispetto e Libertà”) porta con sé più incognite che certezze. “I leader dell’UE non dovrebbero presumere che un governo guidato da Magyar segnerebbe una rottura netta con le politiche dell’era Orbán”, scrive Eric Maurice, analista dell’European Policy Centre. “Sull’Ucraina il manifesto di Tisza è notevolmente debole, oltre a opporsi all’accelerazione per l’adesione di Kiev all’Unione. Magyar ha ripetutamente affermato che non invertirà la politica attuale di non sostegno dell'Ungheria. Pur mostrando l’intenzione di ridurre la dipendenza dal gas della Russia, la sua tempistica proposta - entro il 2035 - è ben indietro rispetto all’obiettivo dell’Unione per il 2027. Tisza si oppone inoltre alla proposta della Commissione per il prossimo quadro finanziario pluriannuale (MFF) dell'UE, sostenendo che ciò svantaggia l’Ungheria, e respinge il patto UE per la migrazione e l’asilo”. Insomma, per Bruxelles la sconfitta di Orbàn sarebbe auspicabile, ma questo non risolverebbe d’un tratto tutte le tensioni con l’Ungheria.
Ovviamente tutto questo se, e il se dev’essere sottolineato più volte, Viktor Orbàn dovesse davvero perdere la partita elettorale. E di certo non si arrenderà prima di aver combattuto con ogni mezzo, lecito o meno. Prova ne sia la valanga di video fake che si stanno rapidamente diffondendo online, a sostegno di Orbàn e contro la figura di Magyar, ormai un’abitudine consolidata di tutte le campagne elettorali che vedono coinvolte formazioni politiche gradite al Cremlino (clamoroso fu il caso dell’annullamento, disposto dalla Corte Costituzionale della Romania, nel dicembre 2024, delle elezioni presidenziali). Anche nel caso dell’Ungheria è in atto un’azione di manipolazione, interferenza e disinformazione, con ogni probabilità proveniente dall’estero. In uno dei primi video fake, generati dall’IA e diffusi soprattutto su TikTok e Facebook, compariva un falso Péter Magyar che proponeva tagli alle pensioni. Il leader di Tisza ha poi condannato il video, pubblicato lo scorso ottobre, definendolo “un aperto atto di frode elettorale”, denunciando inoltre lo staff di Orbàn per aver prodotto video fake con fondi pubblici. E da allora la situazione è peggiorata. Lo stesso Magyar ha denunciato la presenza online di 14 video fake diffamatori, realizzati con l’intelligenza artificiale, che riguardano lui, il suo staff e la sua famiglia. Il quotidiano Politico riporta inoltre la dichiarazione di Szilárd Teczár, caporedattore dell’organizzazione di fact-checking Lakmusz: “C’è un gruppo chiamato Movimento di Resistenza Nazionale che ha pubblicato ripetutamente video generati dall’IA contro il partito di opposizione Tisza e il suo leader. La narrazione generale - ha proseguito Teczár - è che se il governo di Orbàn perdesse le elezioni, il partito Tisza, in pieno accordo con Bruxelles, darebbe priorità ai bisogni dell’Ucraina, toglierebbe soldi agli ungheresi e trascinerebbe il paese in guerra contro la Russia”. Infine una considerazione di András Rácz, analista del German Council on Foreign Relations: “Il governo di Orbán è stato il miglior asset che la Russia abbia mai avuto nell’UE e nella NATO: sarebbe sciocco da parte loro non fare tutto il possibile per mantenere Orbán al potere”.