Nepal, il trionfo della Gen Z: l’ex rapper Balen guiderà il governo
Il neo Primo Ministro Balendra Shah. REUTERS/Adnan Abidi
Accade spesso che i più giovani scendano in piazza per protestare a gran voce contro i privilegi di una classe dirigente palesemente corrotta, ancorata alle poltrone e al potere, contro quella politica che chiude le porte al cambiamento, che non ascolta, che reprime esasperazioni, sogni e speranze. Nel passato più recente è accaduto in Asia, ma anche in Africa e in Sudamerica. Ma non sempre quell’indignazione, quella rabbia, pur legittima, si traduce in risultati concreti. Quanto accaduto nei giorni scorsi in Nepal, con la netta vittoria alle urne del partito Rastriya Swatantra (RSP), guidato dall’ex rapper Balendra Shah, 35 anni, ex sindaco della capitale Kathmandu, diventato bandiera del movimento di protesta innescato dalla generazione Z, riaccende invece la speranza che un cambiamento sia possibile, anche se costruito sulle macerie di un’enorme rivolta scoppiata dopo la decisione di vietare l’accesso a 26 piattaforme di social media (da Facebook a WhatsApp, da YouTube a X) che le autorità nepalesi avevano represso con una violenza mai vista nella storia più recente del paese asiatico (la democrazia è stata ripristinata nel 1990), con un bilancio complessivo di almeno 77 morti, 19 dei quali soltanto negli scontri dello scorso 8 settembre. Una rivolta che era comunque riuscita a piegare la resistenza di Khadga Prasad Sharma Oli, veterano del locale Partito Comunista, accusato di corruzione e nepotismo, che era stato costretto alle dimissioni e a convocare nuove elezioni. “È la vittoria della speranza e del cambiamento”, ha commentato al Guardian Ramesh Paudyal, uno dei leader del RSP. “È la più bella affermazione del movimento della generazione Z. Ma il vero tributo ai martiri della protesta sarà espresso attraverso il lavoro svolto ogni giorno dal governo che sarà guidato da Balendra Shah”.
I casi di Bangladesh e Thailandia
Decisiva in Nepal, una nazione di 30 milioni di abitanti, con il 46% della popolazione nepalese sotto i 24 anni e il 56% sotto i 30, è stata proprio la partecipazione al voto dei più giovani: la necessità e l’urgenza di incidere con la propria scelta per scegliere nuovi protagonisti e per correggere un sistema politico da molti percepito come vecchio (l’età media dei dirigenti era attorno ai 70 anni) ormai logoro e irrimediabilmente corrotto (soltanto nel 2025 sono emersi più di dieci casi di corruzione che hanno coinvolto ex primi ministri, ministri e personale amministrativo). Ma altrove, per restare ai casi più recenti, non è andata così. In Bangladesh, nell’estate del 2024, le violente proteste studentesche (oltre 1.400 vittime) avevano sì portato alle dimissioni della premier Sheikh Hasina, fuggita in India, e del governo sempre più autoritario e corrotto guidato dalla Lega Awami. Ma nel successivo passaggio elettorale, che si è celebrato lo scorso febbraio, il National Citizen Party (NCP), il partito più allineato con i manifestanti della Gen Z, è riuscito a raccogliere appena il 6% dei consensi; mentre invece a riaffermarsi, con una maggioranza schiacciante, è stato uno dei principali partiti storici, il Bangladesh Nationalist Party, che per la quarta volta è salito alla guida del paese. “Ci aspettavamo cambiamenti e riforme politiche, ma il risultato di queste elezioni è molto lontano da ciò che sognavamo”, aveva poi commentato, interpellato dalla CNN, uno dei leader del movimento. Oppure in Thailandia, dove il progressista People’s Party, nonostante il favore dei sondaggi, e anche a causa del complesso sistema di voto thailandese, non è riuscito a ostacolare l’ascesa del Bhumjaithai, un partito conservatore e filo-militare che nel suo messaggio elettorale ha puntato forte sul nazionalismo e sul sostegno alla monarchia e all’esercito.
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Insomma, la vittoria dell’ex rapper nepalese era prevedibile, ma tutt’altro che scontata. Quando sono scoppiate le proteste, lo scorso anno, Balendra Shah, da tutti conosciuto come “Balen”, era sindaco di Kathmandu. E attorno alla sua figura di artista, di politico indipendente e senza filtri, portatore sano di valori come onestà e responsabilità, capace di muoversi con estrema disinvoltura nel mondo digitale, si sono via via raccolti i giovani nepalesi, che al contrario avevano deciso di alzare la voce contro le disuguaglianze, contro la corruzione e le scarse possibilità, contro i privilegi dei pochi, e in particolar modo contro i “nepo-kids”, i figli dei politici che sui social ostentavano stili di vita lussuosi e privilegiati. Lui, Balen, non ha macchie di corruzione nel suo curriculum politico. Come sindaco di Kathmandu, nei tre anni e mezzo di mandato che ha svolto, si è distinto nel contrastare interessi radicati, smascherare strutture illegali o inefficienti, tentare di risolvere questioni annose come la gestione dei rifiuti o del traffico nella caotica capitale, oltre a promuovere programmi di borse di studio in diverse scuole pubbliche e a rifiutare, senza alcun fraintendimento, la corte e le lusinghe dei partiti politici tradizionali. E i più giovani hanno visto in lui la prova che il potere politico può arrivare anche dall’esterno dell'establishment. Anche perché nei suoi discorsi da politico, così come nei testi delle sue canzoni, continua coerentemente a scagliarsi contro l’ipocrisia e le ingiustizie, contro la povertà diffusa, le disuguaglianze e la corruzione: e questo ai più giovani piace. Che sembrano tollerare i suoi modi autoritari, mentre apprezzano i suoi atteggiamenti da star, come racconta il Guardian: “Arrivato per ritirare il certificato elettorale con i suoi caratteristici occhiali da sole scuri e la giacca nera, Shah si è affacciato dal tetto apribile del suo veicolo e ha sollevato uno striscione con su scritto: Congratulazioni a tutti voi, questa è la vostra vittoria”.
Il nodo cruciale della politica estera
Questo non vuol dire che da primo ministro, se come appare inevitabile sarà nominato, Balen avrà vita facile. In campagna elettorale ha promesso di indagare e perseguire i precedenti leader per corruzione, e in particolar modo il governo Oli per il suo ruolo nell’uccisione dei manifestanti della Gen Z. “Gli elettori hanno grandi aspettative, ma in un paese come il Nepal sarà molto difficile realizzarle”, ha commentato Lok Raj Baral, presidente del Nepal Centre for Contemporary Studies (NCCS). “La leadership è nuova, ma la burocrazia rimane la stessa di sempre”. Il prossimo primo ministro dovrà anzitutto tentare di trovare soluzioni alle croniche difficoltà economiche, con un tasso di disoccupazione al 10% che però raddoppia per i più giovani (e ogni anno oltre 800.000 nepalesi emigrano in cerca di lavoro). Ma una delle maggiori incognite riguarda la politica estera di una nazione senza sbocco sul mare racchiusa tra due superpotenze dinamiche come India e Cina. Se il prossimo governo continuerà o meno a perseguire la politica di dialogo multilaterale, nel tentativo di evitare una dipendenza eccessiva da una singola potenza. Un esempio di questo approccio lo riferiva pochi mesi fa la piattaforma South Asian Voices (SAV) in un’analisi titolata “Il dilemma del Nepal”. Scrivono gli analisti: “Kathmandu ha accettato una sovvenzione di 500 milioni di dollari USA nonostante le lamentele cinesi, ma ha rifiutato una partnership statunitense di assistenza umanitaria e soccorso in caso di disastri considerata vicina all’esercito; evidenziando l’approccio di non allineamento e diversificazione del Nepal, sancito nel suo quadro costituzionale e politico”. Il partito di Shah, in campagna elettorale, ha promesso di creare 1,2 milioni di posti di lavoro, di ridurre la migrazione forzata, di aumentare il reddito pro capite da 1.447 a 3.000 dollari e fornire reti di sicurezza sociale, inclusa un’assicurazione sanitaria.
REUTERS/Adnan Abidi
Ma al di là degli esiti contrastanti che le proteste della Gen Z hanno avuto nel corso di questi ultimi anni, sarebbe un errore minimizzare la portata globale del movimento, nonostante le differenze dei contesti dove si sono finora svolte (dall’Indonesia al Madagascar, dalle Filippine al Marocco, dal Kenia al Perù, perfino alle Maldive). Quella necessità di alzare la voce e di scendere in piazza, di condividere slogan e strategie, nel loro essere “cronicamente online”, nell’impazienza di pretendere un cambiamento, senza paura di ribellarsi all’establishment, ma anche con la difficoltà di tradurre quell’energie in proposte politiche concrete. Perché da quei movimenti non emergono leader riconosciuti. Il che, secondo David S. Meyer, professore di sociologia e scienze politiche alla University of California Irvine, potrebbe alla lunga diventare anche un limite, un’arma a doppio taglio: “I giovani sono più disposti a correre rischi e potenzialmente più capaci di vedere l’ingiustizia come qualcosa che può essere rimediato. Sembra fantastico avere un movimento senza leader in cui tutti sono responsabili: ma questo potrebbe voler dire che nessuno è davvero responsabile”.