SOCIETÀ

Stretto di Hormuz: perché conta per l’economia globale

La guerra in Medio Oriente è iniziata più di un mese fa e, nonostante le quotidiane dichiarazioni di Donald Trump, sembra ancora lontana una fine. In questo mese abbiamo imparato a conoscere, nostro malgrado, lo Stretto di Hormuz e ora i fari sono puntati anche su quello di Bab-el-Mandeb. Sappiamo che la situazione creatasi ha di fatto interrotto gran parte del commercio di petrolio e gas dalla regione, costringendo paesi a migliaia di chilometri di distanza a fare i conti con forniture energetiche improvvisamente venute meno.

Ma perché lo Stretto di Hormuz è così importante? La risposta breve è che da lì, dal Golfo Persico, passa circa un quinto del fabbisogno energetico mondiale e quindi, di conseguenza, tutto rischia di aumentare: dai carburanti, benzina, gpl e diesel fino ai fertilizzanti e al cibo. Insomma, se gli Stretti si inceppano, si inceppa anche il sistema economico globale.


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Ma quali sono i Paesi che sono più dipendenti dal Golfo? Il New York Times ha provato a capire quali sono e l’ha fatto grazie ai dati dell’Observatory of Economic Complexity (OEC). Intanto, il prezzo del petrolio a livello globale è aumentato e ha superato i 100 dollari al barile e a pagarne il prezzo più caro sembra essere l’Asia.

Dei quasi 21 milioni di barili di petrolio che sono passati ogni giorno attraverso lo Stretto di Hormuz nel 2024, quattro quinti di questi erano destinati all’Asia. La Cina è il primo importatore globale e dal Golfo arriva oltre un terzo del suo fabbisogno energetico. Ma, a guardare i dati, vediamo come ci siano paesi ancora più esposti, che sono quasi totalmente dipendenti dal Golfo per il loro fabbisogno energetico.

Il primo è il Pakistan dove, per risparmiare energia, si sta discutendo l’introduzione di una settimana lavorativa di quattro giorni. La seconda è la Thailandia, dove i fondi pubblici usati per contenere il prezzo dei carburanti sono già in deficit. In India, dove il Medio Oriente copre circa il 40% del petrolio e l’80% del gas importati, la carenza di gas da cucina sta colpendo direttamente le famiglie.

L’Europa, secondo i dati OEC, sembra essere meno esposta ma arriva già da una situazione precaria dovuta alla guerra russa in Ucraina. L’Unione negli ultimi anni ha ridotto la dipendenza dal gas russo, diversificando verso Stati Uniti e Norvegia ma la crescita è debole da anni, l’inflazione è persistente e la competizione industriale è sempre più intensa.

La situazione italiana

La produzione nazionale di gas in Italia copre solamente poco più del 4%, troppo poco per pensare di fare a meno dell’import. Con percentuali del genere significa che, dal punto di vista del gas, ogni crisi internazionale può avere effetti immediati anche sul sistema energetico nazionale. In queste settimane il nodo più evidente è quello del Qatar, che attraverso contratti di fornitura di gas naturale liquefatto copriva circa il 10% del consumo italiano, ma le cui esportazioni sono state interrotte dopo gli attacchi agli impianti. Sul tema inoltre, sappiamo grazie a un report di Ecco, che in un anno l’Italia potrebbe sostituire in modo strutturale oltre l’85% del fabbisogno di gas dal Qatar attraverso rinnovabili. Rimanendo però fermi sullo stato attuale vediamo che, per compensare questa perdita, il governo italiano ha avviato contatti con diversi paesi, tra cui Stati Uniti, Azerbaigian e soprattutto Algeria, nel tentativo di diversificare le forniture.

L’Algeria è già oggi il principale partner energetico dell’Italia e garantisce circa il 30% del gas importato, principalmente attraverso il gasdotto Transmed che collega il Nord Africa alla Sicilia. Tuttavia, aumentare ulteriormente i flussi non è scontato: il gasdotto è vicino alla capacità massima e anche altri paesi europei stanno cercando di rafforzare i rapporti con Algeri. 

La dipendenza dal Golfo

Ci sono Stati, come le Seychelles o Mauritius, che dipendono quasi completamente dalle importazioni energetiche dal Golfo. Mentre altri, come ad esempio la Nigeria, che è un grande produttore di petrolio e membro dell’OPEC+, ha tradizionalmente importato quantità relativamente ridotte di combustibili fossili dal Medio Oriente.

Gli Stati Uniti infine sono il primo produttore mondiale di petrolio e gas, cosa che rende l’impatto diretto dell’interruzione delle forniture dal Medio Oriente meno immediato rispetto ad altre aree del mondo. Ma quindi l’economia statunitense è salva? Non necessariamente. Oltre ai costi diretti della guerra, abbiamo visto come il rialzo del prezzo del petrolio si stia già facendo sentire su più fronti: il costo della benzina è aumentato di circa un dollaro al gallone dall’inizio del conflitto, mentre diverse compagnie aeree hanno iniziato a ridurre i voli per contenere le spese legate al carburante. 

Ma oltre al gas dallo Stretto di Hormuz chiaramente non passa solo gas o petrolio. La chiusura infatti ha effetti anche sui prezzi alimentari perché se i prezzi dei fertilizzanti aumentano, l’effetto si trasferisce rapidamente all’agricoltura. 

Come spiega la BBC, una quota rilevante del commercio mondiale di prodotti come fertilizzanti, prodotti petrolchimici, zolfo ed elio passa proprio attraverso lo Stretto di Hormuz. 

 

Il rischio quindi non è solo energetico ma sistemico: dalle industrie chimiche fino alla produzione agricola, molte catene di approvvigionamento globali dipendono da un flusso continuo di merci che passa da un’area oggi instabile.

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