Razzismo e discriminazioni, 60 anni dopo: il sogno infranto delle Nazioni Unite
Sessant’anni fa l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riusciva ancora ad avere una voce univoca e autorevole, capace di raccogliersi attorno a princìpi universali e condivisi, di indicare la via maestra. E di tracciare quei confini, morali e sociali, che mai più nessuno avrebbe potuto e dovuto superare. Era il 21 dicembre 1965 quando fu approvata, a New York, la Convenzione Internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale (ICERD): vale a dire quella disposizione, straordinaria e rivoluzionaria per l’epoca, che in sostanza impegnava l’intera comunità internazionale a porre fine a tutte le forme di discriminazione razziale, a sradicare convinzioni e pratiche razziste, per promuovere la “comprensione tra le razze” e costruire una comunità globale libera dalla segregazione e dalla discriminazione razziale, in tutti i settori della vita pubblica: politico, economico, sociale e culturale. Gli Stati firmatari, è scritto tra l’altro nel preambolo del testo, si dichiarano “…Convinti che qualsiasi dottrina di superiorità basata sulla differenziazione razziale sia scientificamente falsa, moralmente condannata, socialmente ingiusta e pericolosa, e che non vi sia giustificazione per la discriminazione razziale, né in teoria né in pratica, da nessuna parte”. La risoluzione fu votata praticamente all’unanimità: 106 voti a favore, nessun contrario, con la sola astensione del Messico, che però successivamente s’impegnò a inserire quello stesso principio in Costituzione. Un trattato nato, in quell’epoca di forte decolonizzazione, proprio su impulso di un gruppo di nazioni africane che avevano, chi prima chi dopo, conquistato l’indipendenza (tra i quali Senegal, Tunisia, Marocco, Ghana, Nigeria, Etiopia): furono loro i primi, nel 1963, a chiedere la stesura di un accordo internazionale che coinvolgesse tutti gli stati, proprio per dare risposte alle diffuse ingiustizie e disparità basate sull’etnia e sul colore della pelle, in particolare con l’apartheid in Sudafrica e con il colonialismo portoghese ancora presente in Africa.
Il principio calpestato dell’uguaglianza
Fu l’inizio di un percorso fondamentale per l’affermazione dei diritti umani, anche se trascorsero anni prima dell’effettiva entrata in vigore del trattato internazionale (4 gennaio 1969) e della ratifica da parte dei vari Stati (in Italia entrò in vigore nel 1976). Ma oggi, sessant’anni dopo, sembra che di quell’unanimità, e dell’affermazione di quel principio universale di uguaglianza, si sia persa l’essenza. In una cornice di razzismo sistemico ancora dilagante, come sostengono Melissa Hendrickse e Rym Khadhraoui, entrambe consulenti per la giustizia razziale presso Amnesty International: «Ancora oggi milioni di persone in tutto il mondo continuano ad affrontare discriminazioni razziali – nelle operazioni di polizia, nelle politiche migratorie, nello sfruttamento dei lavoratori». Le ricercatrici portano ad esempio il Brasile, dove lo scorso ottobre un’operazione della polizia nelle favelas di Rio de Janeiro ha portato al massacro di oltre 100 persone, la maggior parte afro-brasiliane; la Tunisia, dove il governo autoritario del presidente-dittatore Kais Saied utilizza da anni le politiche migratorie per effettuare arresti, detenzioni illegittime e massicce espulsioni di rifugiati neri e richiedenti asilo; o l’Arabia Saudita, dove le lavoratrici domestiche keniote affrontano razzismo e sfruttamento da parte dei loro datori di lavoro, sopportando condizioni di lavoro estenuanti, con turni di lavoro di 16 ore al giorno e abusi d’ogni genere, sessuali e verbali. «Mentre negli Stati Uniti - scrivono ancora le ricercatrici di Amnesty International - le iniziative per diversità, equità e inclusione (DEI) volte a combattere il razzismo sistemico sono state eliminate nelle agenzie federali. Le perquisizioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) contro migranti e rifugiati sono ormai un’orribile prassi nell’agenda di deportazione e detenzione di massa imposta dal presidente Donald Trump, radicata in narrazioni suprematiste bianche. Con i migranti detenuti nei centri di detenzione sottoposti a torture e a un modello di negligenza deliberata volto a disumanizzare e a punire. Tutti questi casi di razzismo sistemico - scrivono ancora le ricercatrici - hanno le loro radici nelle eredità della dominazione coloniale europea e nelle ideologie razziste su cui sono stati costruiti. Allo stesso tempo, gli stati occidentali sono stati fin troppo disposti a smantellare il diritto internazionale e le istituzioni per legittimare il genocidio israeliano contro i palestinesi a Gaza e proteggere le autorità israeliane dalla giustizia e dalle loro responsabilità».
Il rigurgito del suprematismo bianco
Questo del ritorno del suprematismo bianco, un’ideale che sta tornando a diffondersi sempre più esplicitamente anche in Europa tra i partiti di estrema destra, è un tema tutt’altro che secondario, e di estrema gravità. Basti pensare alla posizione di Alternative für Deutschland, che dopo aver teorizzato la necessità di una “remigrazione forzata” per gli immigrati (principio furbescamente accantonato per non incorrere nel rischio di squalifiche elettorali) continua a descrivere l’islamismo come “la più grande minaccia per la sicurezza della Germania”. Pochi mesi fa la rete non governativa di media The Conversation denunciava il tentativo di un gruppo, chiamato “Return to the Land”, di costituire uno stato etnico riservato ai soli bianchi sull’altopiano di Ozark, in Arkansas. «Già nel 2023 – scrive The Conversation -, la People’s Initiative of New England, un gruppo scissionista dell’organizzazione neonazista National Socialist Club-131, si era presentata sulla piattaforma online Substack. Lì il gruppo definì il suo obiettivo di stabilire i sei stati del New England (Connecticut, Maine, Massachusetts, New Hampshire, Rhode Island e Vermont) come riservati esclusivamente ai bianchi. L’obiettivo di ottenere il controllo di più stati è ovviamente irrealistico, almeno pacificamente. Pertanto, un’alternativa popolare, sulla linea delle azioni di Return to the Land, è creare comunità più piccole interamente bianche». L’organizzazione no-profit americana Southern Poverty Law Center sostiene che attualmente negli Stati Uniti operino più di 1.500 gruppi di estrema destra che promuovono il suprematismo bianco, il nazionalismo cristiano bianco, il sentimento antigovernativo e l’antisemitismo. E nessuno interviene.
Insomma, siamo ben distanti da quanto enunciava, appena sessant’anni fa, la Convenzione Internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale. Che all’articolo 4, per fare un solo esempio, recitava: “Gli Stati contraenti condannano ogni propaganda e organizzazione che s’ispiri a concetti e a teorie basate sulla superiorità di una razza o di un gruppo di individui di un certo colore o di una certa origine etnica, o che pretendano di giustificare o di incoraggiare ogni forma di odio e di discriminazione razziale”. Viene da chiedersi: perché? Da dove viene questo rigurgito di razzismo che rischia di mandare in frantumi uno dei pilastri fondanti per la difesa globale dei diritti umani? A lanciare l’allarme era stato lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, che lo scorso 21 marzo, in occasione della Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Discriminazione Razziale, aveva pronunciato parole chiare, alla disperata ricerca di qualcuno in grado di ascoltarle, di comprenderle: «Nonostante decenni di progressi, il razzismo rimane una minaccia. Quel veleno continua a infettare il nostro mondo, un’eredità tossica di schiavitù storica, colonialismo e discriminazione. Corrompe le comunità, blocca le opportunità e rovina vite, erodendo le fondamenta stesse della dignità, dell’uguaglianza e della giustizia». In quella stessa sede aveva preso la parola anche Sarah Lewis, Professoressa Associata di Studi Africani e Afroamericani presso l’Università di Harvard e fondatrice del programma Vision & Justice, che collega ricerca, arte e cultura per promuovere equità e giustizia: «Quando ci chiediamo cosa possono fare le nazioni, dobbiamo concentrarci sul ruolo dell’istruzione. L’ignoranza permette il razzismo, ma il razzismo richiede ignoranza. Richiede la “non conoscenza” dei fatti. Quando vediamo come la schiavitù, per fare un esempio, sia stata sì abolita ma anche trasformata in varie forme di iniquità sistemica e sostenuta, comprendiamo che bisogna agire. Senza il lavoro dell’istruzione, non possiamo salvaguardare e attuare le norme contenute nei trattati. E se l'istruzione è così importante - ha proseguito la professoressa Lewis -, la domanda correlata è: come possiamo educare al meglio? Perché non c’è soltanto il lavoro dei college e delle università: educhiamo attraverso il messaggio narrativo che ci circonda. Quello che possiamo fare a livello personale e quotidiano, è non smettere di farci domande: cosa stiamo vedendo e perché lo stiamo vedendo? Quali narrazioni vengono trasmesse nella società che definiscono chi conta e chi appartiene? E cosa possiamo fare se vogliamo che le cose cambino? Tutti noi abbiamo un ruolo individuale e un compito preciso da svolgere, per garantire la sopravvivenza di un mondo più giusto».