SOCIETÀ

Crollo dei finanziamenti: l’ONU chiede aiuto per dare aiuti

Quel che arriva non basta più per fronteggiare i bisogni di una porzione sempre più crescente di umanità, provata da guerre e povertà, da violenze d’ogni genere e da disuguaglianze, dalla fame atroce, dalle conseguenze del cambiamento climatico. L’Organizzazione delle Nazioni Unite continua a chiedere aiuto per poter dare aiuti, a lanciare appelli che da anni cadono nel vuoto: perché molti dei paesi donatori si stanno tirando indietro. Nel 2025 gli Stati Uniti, tradizionalmente i principali finanziatori dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), hanno offerto finanziamenti per 2,5 miliardi di dollari, a fronte degli 11 miliardi di dollari erogati nel 2024, con il presidente Donald Trump che pochi giorni dopo il suo nuovo insediamento aveva drasticamente deciso di chiudere l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID). Ma anche altre nazioni hanno sensibilmente ridotto, dal 2023 a oggi, i finanziamenti: Germania, Francia, Regno Unito, Svizzera. Il risultato è che oggi i fondi a disposizione dell’ONU non bastano più per affrontare le crescenti emergenze, che per i bisogni umanitari sono ai massimi storici. Nel 2025, i finanziamenti umanitari sono tornati al di sotto di quelli registrati nel 2016: e nulla lascia ipotizzare un’inversione di tendenza per il prossimo anno, soprattutto dopo la decisione della NATO, su esplicita pressione di Trump, di aumentare la spesa per la difesa al 5% della produzione economica dei loro paesi, entro il 2035. Così le risorse a disposizione si restringono. Ed è perciò che le Nazioni Unite hanno deciso di chiedere, per gli aiuti del 2026, molto meno della cifra che il report annuale Global Humanitarian Overview aveva indicato come necessaria: 23 miliardi di dollari, a fronte dei 47 che servirebbero. Tom Fletcher, direttore dell’agenzia umanitaria OCHA, aveva descritto così la situazione: «Nel 2025, la fame globale è aumentata. I bilanci alimentari sono stati drasticamente ridotti, mentre carestie colpivano alcune zone del Sudan e di Gaza. I sistemi sanitari si sono spezzati. E sono aumentate anche le epidemie. Milioni di persone sono rimaste senza cibo, senza assistenza sanitaria, senza protezione. I programmi per proteggere donne e ragazze sono stati tagliati, centinaia di organizzazioni umanitarie chiuse. So che i budget sono stretti in questo momento. Le famiglie ovunque sono sotto pressione. Ma il mondo ha speso 2,7 trilioni di dollari per la difesa lo scorso anno, ossia per le armi. E io chiedo poco più dell’1% di quella cifra».

«Tagli brutali, scelte brutali»

L’ONU sa bene che quei 47 miliardi di dollari non arriveranno nel 2026. E così la scorsa settimana ha deciso di ridimensionare a monte le proprie pretese, chiedendo il minimo indispensabile, tracciando una linea sotto la quale sarebbe gravissimo scendere: quei 23 miliardi di dollari, appunto, per tentare di portare aiuti a circa 135 milioni di persone esposte alle conseguenze delle guerre, dei disastri climatici, dei terremoti, delle epidemie e delle carenze alimentari, e a salvare 87 milioni di vite. Ancora il sottosegretario generale per gli Affari Umanitari, Fletcher: «I tagli brutali ci costringeranno a fare scelte brutali, un triage spietato della sopravvivenza umana. Questo è ciò che significa mettere il potere prima della solidarietà e della compassione. L’ho visto personalmente nelle ultime settimane, trascorrendo sei giorni in Darfur, l’epicentro della sofferenza umana: persone che fuggono senza nulla, bambini che portano altri bambini in salvo. Il tutto aggravato dal fatto che non abbiamo i fondi per dar loro un concreto aiuto, quando sfuggiranno a queste atrocità».

L’ONU ha dunque presentato un piano dettagliato con quelle che a suo avviso sono le “iper-priorità” umanitarie: le “scelte brutali”, quelle irrinunciabili. Al primo posto c’è il Sudandevastato da anni di guerra civile: oltre 33 milioni di persone che avrebbero bisogno di aiuti umanitari, quasi 12 milioni di sfollati interni e uno stanziamento (potenziale) di 2,87 miliardi di dollari. Poi la Siria: 16,5 milioni di persone da aiutare, 10,8 milioni di sfollati, con oltre il 90% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà e un budget ipotizzato di 3,2 miliardi di dollari. E poi naturalmente Gaza e i Territori Palestinesi Occupati: con almeno 3,6 milioni di persone che attendono urgentissimi aiuti umanitari (qui l’ultimo aggiornamento pubblicato dall’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso dei rifugiati palestinesi), situazione peraltro aggravata dalle recenti inondazioni che hanno colpito l’area. La richiesta di finanziamenti per la risposta umanitaria nel 2026 è di 4,05 miliardi di dollari. E ancora lo Yemen (23 milioni di persone in attesa di aiuti), la tormentata Ucraina (secondo l’OCHA 10,8 milioni di ucraini avranno bisogno di assistenza nel 2026), l’Afghanistan (22 milioni di persone in difficoltà), la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan, il Chad, fino ad Haiti, straziato da una crisi senza fine che non accenna a diminuire. Da questo elenco rimarrebbero escluse, stando alle stime dell’ONU, circa 60 milioni di persone, in attesa di un aiuto che mai arriverà.

Uffici chiusi e dipendenti licenziati

Scorrendo il report 2026 Global Humanitarian Overview si legge: «La drastica riduzione dei finanziamenti ha costretto le organizzazioni umanitarie a ridurre gli interventi a favore delle persone in crisi, con la chiusura di programmi, di uffici, con il licenziamento di migliaia di dipendenti e con conseguenze devastanti. In Colombia, il 13% dei partner è stato costretto a sospendere o ridurre le operazioni umanitarie. In Mali, almeno il 45% dei programmi salvavita attuati dalle ONG locali è stato interrotto. Il risultato, a livello globale, di queste carenze di finanziamento è che milioni di persone colpite da crisi non hanno ricevuto l'aiuto di cui avevano bisogno. I tagli all’assistenza alimentare e all’agricoltura d'emergenza stanno mettendo a rischio delle vite umane. Mentre la fame acuta è aumentata nel 2025, i finanziamenti umanitari per assistenza alimentare, nutrizione e agricoltura d’emergenza sono crollati, con un calo del 51% tra il 2022 e il 2025». Perché dietro ogni decisione ci sono conseguenze, anche gravissime: secondo uno studio co-firmato da un ricercatore della Fielding School of Public Health dell’Università della California (UCLA), la sola chiusura dell’agenzia americana USAID rischia di portare, entro il 2030, a oltre 14 milioni di decessi a livello globale, inclusi 4,5 milioni di bambini sotto i 5 anni.


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Come fare dunque per convincere le nazioni più ricche a rimettere in moto il sistema degli aiuti umanitari? O è a rischio l’intero sistema? L’istituto di ricerca Carnegie Endowment for International Peace ha dedicato al tema, pochi giorni fa, un interessante approfondimento: «Il divario tra i bisogni umanitari globali e i finanziamenti disponibili era già abissale nel gennaio 2025, quando gli Stati Uniti, il principale donatore al mondo, hanno improvvisamente sospeso i loro aiuti esteri. L'anno precedente, il mondo aveva soddisfatto la metà (50,6%) dei requisiti identificati dalle Nazioni Unite nei loro appelli umanitari coordinati, lasciando un deficit di 24,4 miliardi di dollari, uno dei più grandi mai registrati. La successiva decisione dell’amministrazione Trump di tagliare i contributi statunitensi agli aiuti salvavita ha trasformato questa crisi di bilancio umanitario in una vera e propria emergenza, i cui costi saranno sostenuti dalle persone più vulnerabili. Questo è un momento di verità per le nazioni del mondo, che indicherà se la tanto decantata “comunità internazionale” è altro che una frase vuota. Oltre a riscoprire la loro comune umanità, gli Stati membri delle Nazioni Unite dovrebbero cogliere questa opportunità per reinventare e rinnovare un sistema umanitario globale obsoleto, le cui carenze sono evidenti da tempo. Le priorità per la sua riforma e ricostruzione includono il rafforzamento degli attori locali, l’esplorazione di meccanismi finanziari innovativi, la valorizzazione delle energie imprenditoriali delle popolazioni sfollate e la riaffermazione dei principi fondamentali dell’umanitarismo». Un’urgenza che torna, incalzante, nelle parole usate appena la scorsa settimana dal direttore dell’agenzia umanitaria OCHA, Tom Fletcher: «La matematica è crudele, e le conseguenze sono strazianti. Troppe persone non riceveranno il supporto di cui hanno bisogno, ma salveremo comunque quante più vite possibile con le risorse che ci sono state fornite. Ed è per questo che il Reset Umanitario è importante: non uno slogan, ma una sfida per tutti noi. Una missione, ma anche una strategia di sopravvivenza per il lavoro che facciamo e per così tante persone. Si tratta di essere più intelligenti, veloci, più vicini alle comunità che serviamo, più onesti riguardo ai difficili compromessi che affrontiamo. Far valere ogni dollaro per chi serviamo. E il CERF (il Fondo di Emergenza Globale delle Nazioni Unite) è al centro di quel Reset Umanitario».

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