Iran, escalation militare e rischi per il Medio Oriente
Majid Asgaripour/WANA (West Asia News Agency) via REUTERS
Le domande sono di gran lunga superiori alle risposte in queste ore che seguono l’improvviso attacco militare all’Iran, deciso da Israele e Stati Uniti mentre era ancora aperto un tavolo negoziale, e senza alcuna ragione tale da giustificare una simile fretta nel compiere un passo così grave e pericoloso, che ha portato all’uccisione della Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, e di altri alti funzionari del governo. Il governo di Israele ritiene, e non da oggi, che Teheran rappresenti una minaccia per la sua sicurezza, soprattutto per via dei suoi programmi nucleari e missilistici. E che sia il principale ostacolo al progetto, plausibile o utopistico che lo si voglia considerare, d’imporre con la forza la propria egemonia in Medio Oriente, di rimodellarne i confini e gli equilibri di potere, assecondando così il sionismo revisionista teorizzato dalla destra radicale ebraica. Ma gli Stati Uniti? Cosa ha spinto il presidente americano a dare priorità assoluta al conflitto iraniano, e alle impellenze del governo di Netanyahu, rispetto alle già gravissime questioni interne che dovrà prima o poi affrontare (economiche, sociali, legali) e nonostante gli avvertimenti dei collaboratori sulle conseguenze che una simile mossa avrebbe potuto avere sulle elezioni di midterm, il prossimo novembre? Qui la risposta non c’è. Come non è ancora chiaro quale potrebbe essere realmente l’obiettivo finale della presidenza americana: portare “la pace attraverso la forza, per schiacciare il regime iraniano”, come sostiene il comunicato ufficiale rilasciato dalla Casa Bianca? Per instaurare un governo amico? Per imporre una parvenza di democrazia nella terra dei persiani uccidendo capi di stato sgraditi e civili inermi (la strage delle bambine alla scuola elementare di Minab, nel sud dell’Iran, con oltre cento vittime, non può essere considerata un episodio marginale) senza alcuna legittimazione basata sul diritto internazionale? Per impedire all’Iran di usare missili balistici che sarebbero una minaccia diretta contro gli Stati Uniti (eventualità mai ufficialmente confermata dai servizi segreti)? “La maggior parte degli americani si è svegliata sabato mattina (28 febbraio, quando è cominciata l’operazione militare) chiedendosi perché siamo in guerra con l'Iran, qual è l’obiettivo e perché le basi statunitensi in Medio Oriente sono sotto attacco”, ha commentato Daniel Shapiro, ex alto funzionario del Pentagono e ambasciatore statunitense in Israele, attualmente al think-tank Atlantic Council di Washington.
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I dubbi sono leciti. Perché se ancora non si vede un piano, ancor meno si riesce a delineare una possibile via d’uscita, dal momento che l’Iran continua ad attaccare le basi statunitensi in Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti (per quanto ancora sono disposti a subire?) senza mostrare alcuna intenzione di arrendersi. E parlarne, sia chiaro, non giustifica in alcun modo la condotta del regime teocratico di Teheran che da 46 anni soffoca e sopprime con feroce violenza qualsiasi forma di dissenso (nelle più recenti proteste le stime delle vittime variano da oltre tremila a trentamila). L’Iran ha sempre sostenuto che il suo programma nucleare è finalizzato soltanto per scopi civili, negando le accuse, soprattutto israeliane, di voler sviluppare armi nucleari. Ma è pur vero che Il 2 luglio 2025, all’indomani della Guerra dei Dodici Giorni, una specie di prova generale di quanto sta accadendo in queste ore, culminata negli attacchi coordinati israelo-americani contro impianti nucleari iraniani a Natanz, Fordow e Isfahan, con danni effettivi mai realmente provati (secondo una valutazione non classificata della DIA, Defense Intelligence Agency, del 2025 l’Iran avrebbe potuto sviluppare un missile balistico intercontinentale militarmente valido “entro il 2035”), il presidente iraniano Masoud Pezeshkian aveva formalmente approvato una legge che sospendeva la cooperazione dell’Iran con l'Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). La mossa, che era stata approvata all’unanimità dal parlamento iraniano e approvata dal Consiglio dei Guardiani, aveva di fatto sospeso le ispezioni e i rapporti sul programma nucleare iraniano da parte dell’agenzia. Dunque il tema della “opacità nucleare” dell’Iran era reale, concreto. Ma tentare di risolvere la questione con la forza potrebbe risultare, alla lunga, un errore di calcolo. Come riassume Al Jazeera: “L’uccisione di Khamenei sembra aver convinto Teheran che lo scontro è una battaglia per la stessa sopravvivenza della Repubblica Islamica”.
La guerra di un “Re pazzo”
Ieri il presidente Trump, che continua a invitare gli iraniani a sfruttare l’opportunità per un cambio di regime, ha elencato i suoi quattro obiettivi principali: distruggere le capacità missilistiche dell’Iran, eliminarne la capacità navale, impedire al paese di ottenere un’arma nucleare e garantire che il regime iraniano non possa continuare ad armare, finanziare e dirigere eserciti al di fuori dei propri confini. “Questa era la nostra ultima, e migliore, occasione per colpire ed eliminare le minacce intollerabili poste da questo regime malato e sinistro”, ha dichiarato il presidente americano. Che ha anche minacciato un ulteriore inasprimento degli attacchi, che potrebbero durare 4 o 5 settimane, ma anche di più. Con queste premesse, e con un tasso di approvazione verso il suo mandato sempre più in calo, Donald Trump dovrà affrontare il Congresso degli Stati Uniti (controllato da una maggioranza repubblicana) che, Costituzione alla mano, dovrebbe essere l’unica autorità che può dichiarare guerra, e che invece si troverà a discutere con una guerra già in corso, grazie a un incontestabile abuso di potere del suo presidente. “La Costituzione è pensata per impedire l’accumulo di potere in un singolo ramo del governo, e in una singola persona al governo”, ha spiegato David Janovsky, direttore ad interim del Constitution Project presso il Project on Government Oversight, un’organizzazione di controllo. “È il Congresso il rappresentante del popolo, non il presidente. Abbiamo bisogno che i rappresentanti del popolo si esprimano sul fatto che noi, il popolo, stiamo andando in guerra in questo momento”. Il senatore Mark Warner, democratico, membro della Commissione Intelligence del Senato, ha dichiarato: “Trump, in quanto presidente, non ha il diritto di fare tutto questo da solo”.
E negli Stati Uniti fioccano le critiche all’operato di Trump. “È facile per un presidente americano bombardare un paese. È molto più difficile capire cosa fare dopo”, scrive David Corn, analista per la rivista Mother Jones. “Trump sembra improvvisare, liberando i cani della guerra e poi vedendo cosa diavolo succede, seguendo i cattivi esempi dei due presidenti Bush. Non ci sono preparativi su cosa fare se riuscirà a cacciare gli ayatollah dal potere e nessuna strategia per proteggere l’opposizione qualora decida di ascolti l’appello di Trump e di affrontare un’ulteriore repressione violenta. Trump non ha alcun piano per l’Iran: fa saltare in aria tutto, uccide qualcuno e spera per il meglio. Teheran, nonostante tutte le sue orribili trasgressioni (inclusa la recente uccisione di migliaia di manifestanti), non rappresentava una minaccia immediata per gli Stati Uniti. Forse un'azione militare contro questo regime potrebbe essere giustificata. Ma c’era tempo per chiedere l’autorizzazione del Congresso e un’alleanza internazionale per una guerra di cambio di regime. Invece Trump ha proceduto con un’azione incostituzionale senza prepararsi a ciò che sarebbe seguito. È la guerra di un Re pazzo”. L’unico a gioire è Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto nel 1979: “L’operazione militare è una missione di soccorso umanitario e salverà molte vite”, ha sostenuto Pahlavi. Che poi, intervistato da Fox News, si è assegnato un ruolo ancora tutto da verificare: “Sto guidando questa transizione - ha sostenuto il figlio dello scià -. Ho il sostegno di milioni di iraniani. Ho persone all’interno del paese che si stanno unendo e ampliando la coalizione di forze che saranno in gioco per colmare il vuoto. I militari si schiereranno con noi. Abbiamo un piano d’azione e un piano di transizione”.
Netanyahu punta, anche, sull’instabilità
Gli analisti ritengono invece che il governo di Israele abbia già raggiunto un risultato soddisfacente. Il migliore resterebbe, com’è ovvio, un cambio di regime. Ma, come scrive l’autorevole quotidiano Politico, anche il caos può essere considerato un buon risultato: “Per anni Netanyahu è stato la forza trainante dietro l’azione militare e il sabotaggio contro il programma nucleare della Repubblica Islamica e il suo governo clericale. Ora che Khamenei è morto, Netanyahu è vicino a realizzare la sua più grande ambizione politica neutralizzando la minaccia iraniana. Il piano israeliano del giorno dopo ora lascia molto alla fortuna e al coraggio di milioni di iraniani. Da Tabriz a Zahedan, il popolo iraniano dovrebbe rovesciare il brutale apparato di sicurezza del proprio regime in proteste di massa per le strade, senza avere un’idea chiara di quale tipo di governo possa succedere alla teocrazia. Il giorno stesso dell’attacco Netanyahu ha esortato gli iraniani a liberarsi dalla tirannia, cogliendo la possibilità di rovesciare la dittatura. E poco male se la rivolta popolare che sta invocando farà sì che la nazione si trasformi in un disordine violento, come è già accaduto in Libano e in Siria. La logica è chiara. Se i paesi sono consumati da conflitti politici interni, persino da una guerra civile, non riescono a rimettersi in sesto e a rivoltarsi contro Israele. Quindi sarebbe un errore pensare che l’unico obiettivo desiderabile di Netanyahu sia la stabilità a Teheran. Anche l’instabilità potrebbe funzionare. Se l’Iran sarà troppo debole per far funzionare centrifughe di arricchimento dell’uranio e per sostenere Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen, anche questa sarà una vittoria”.
Restano i rischi, enormi, di un conflitto che sembra destinato ad allargarsi e dagli esiti assolutamente imprevedibili, sia per quel che riguarda l’Iran, baluardo dell’Islam sciita, sia per gli equilibri del Medio Oriente. Peraltro con riflessi politici (il presidente francese Macron ha già annunciato di voler aumentare il proprio arsenale nucleare) e commerciali che potrebbero mettere sotto pressione i sistemi energetici globali.
Il Wall Street Journal ha pubblicato domenica un interessante intervento del senatore democratico Tim Kaine: “La notizia che gli Stati Uniti si siano uniti a Israele nell’avviare una guerra offensiva contro l’Iran mentre erano nel mezzo dei negoziati diplomatici è tragica”, scrive Kaine, con tono pacato, ma fermo. “Come membro delle commissioni Senato per i Servizi Armati e le Relazioni Estere, con accesso a ampie informazioni classificate sulle minacce provenienti dall’Iran e da altri, posso affermare chiaramente che non vi era alcuna minaccia imminente dall’Iran all’America sufficiente a giustificare l’impegno dei nostri figli e figlie in un’altra guerra in Medio Oriente (finora 4 vittime e 3 jet abbattuti), soprattutto senza il dibattito e il voto congressuale che la Costituzione richiede. Il popolo americano non vuole essere trascinato in un’altra guerra eterna con false pretese. Ecco perché insisterò affinché tutti i senatori votino sulla mia risoluzione bipartisan per fermare le ostilità degli Stati Uniti contro l’Iran il prima possibile. Il mondo merita di meglio di un messaggio chiaro da parte dell’amministrazione Trump che la forza fa la ragione, che né il diritto interno né quello internazionale contano, che la diplomazia dovrebbe essere messa da parte e la guerra dovrebbe essere il mezzo preferito per risolvere le dispute tra nazioni. I dittatori di tutto il mondo trarranno un messaggio potente dalle azioni di Trump: che possono procedere contro nazioni più deboli come vogliono, e l’America non ha più la credibilità per affermare principi importanti di sovranità, diplomazia o diritti umani. Se possiamo condurre una guerra illegale e inutile per invadere la sovranità di un’altra nazione, perché nessuna nazione dovrebbe sentirsi libera di seguire il nostro esempio? Prego - conclude il senatore Kaine - per le truppe e il personale americano stanziati in Medio Oriente. Prego per i civili iraniani e per tutti nella regione che sono puniti da una guerra che non hanno mai cercato e da cui non possono fuggire. E prego che i miei colleghi al Congresso trovino la spina dorsale per affrontare un presidente guerrafondaio che ha usato il nostro esercito per attaccare obiettivi in Venezuela, Nigeria, Iran, Mar dei Caraibi e Oceano Pacifico senza l’approvazione del Congresso, minacciando al contempo ulteriori azioni militari a Cuba, Colombia, Messico e Groenlandia”.